Delle malattie che riguardano ipofisi e surreni – ghiandole che hanno il compito di produrre ormoni che regolano il quadro metabolico dell’organismo – si parla sempre troppo poco. Sbagliando, perché «non sono del tutto rare e perché possono causare problemi di pressione alta: le cosiddette ipertensioni arteriose secondarie» spiega il dottor Alberto Tresoldi, endocrinologo che svolge la sua attività nell’ambito degli Ambulatori per le malattie ipofisarie e del surrene di Humanitas Gavazzeni e Humanitas Castelli.

Come influiscono le patologie del surrene sull’innalzamento della pressione arteriosa?

«La principale causa di ipertensione secondaria è proprio una malattia del surrene denominata iperaldosteronismo primitivo, una situazione caratterizzata da un’eccessiva produzione dell’aldosterone, ormone che regola i livelli di potassio e di sodio nel nostro organismo. L’eccesso di aldosterone spinge l’organismo a trattenere più sodio e a eliminare più potassio a livello renale, causando un aumento della pressione arteriosa associabile, appunto, a ridotti livelli di potassio nel sangue. Secondo gli studi più recenti, quasi 1 caso su 10 di pressione alta è dovuto a questo motivo».

Come può invece influire il cattivo funzionamento dell’ipofisi?

«Il cattivo funzionamento dell’ipofisi può influire negativamente sulla sua capacità di produrre alcuni ormoni sotto il suo controllo, tra cui il cortisolo (prodotto dal surrene) e l’ormone della crescita, con influenze, anche in questo caso, sulla pressione alta. Nel caso di un eccesso di cortisolo si sviluppa la malattia di Cushing che, oltre all’innalzamento della pressione, può essere all’origine di patologie come diabete e osteoporosi, oltre che dell’alterazione del ciclo mestruale nelle donne in età fertile. L’eccesso di ormone della crescita – malattia chiamata acromegalia –, condiziona invece, oltre al rialzo della pressione, alcune tipiche alterazioni della fisionomia della persona, come un aumento delle dimensioni di mani, piedi e naso. In questo caso, a volte, per fare una diagnosi è sufficiente guardare il paziente».

L’insorgenza dell’ipertensione secondaria può riguardare anche le persone più giovani?

«Sì, tra tutti i pazienti sotto i 40 anni che soffrono di pressione alta, si stima che un terzo soffra di ipertensione secondaria. Per questo è importante, soprattutto nei giovani affetti da ipertensione, sottoporsi a una visita endocrinologica che escluda la presenza di patologie ormonali tramite l’esecuzione di esami del sangue e delle urine. Nel caso di risultati alterati, l’endocrinologo potrà valutare la necessità di eseguire un esame radiologico con cui visualizzare l‘aspetto della ghiandola interessata, così da confermare o meno la presenza della malattia sospettata».

Come si può intervenire in caso di malattie di surrene e ipofisi?

«La risposta alle malattie di surrene e ipofisi è quasi sempre di tipo chirurgico: «Se la malattia del surrene è localizzata in un solo lato si può intervenire asportando il surrene malato con un intervento di chirurgia addominale, che può essere effettuato in laparoscopia e che prevede un ricovero di pochi giorni. Dopo l’operazione, nella maggior parte dei casi, l’altro surrene assume la funzione di entrambi ed è così possibile riprendere senza scompensi le normali attività quotidiane. Per quanto riguarda invece le malattie dell’ipofisi, quasi sempre causate da un adenoma, cioè da un tumore benigno, l’intervento è finalizzato alla rimozione di questo, salvaguardando l’ipofisi sana circostante. Anche in questo caso il ricovero dura solitamente pochi giorni, con una ripresa della vita quotidiana in breve tempo. È fondamentale che questo tipo di operazioni siano svolte da chirurghi con un expertise specifico in questi tipi di malattie, in modo da minimizzare il rischio di complicanze».

Ci sono modalità di intervento alternative?

«Nel caso in cui il paziente non possa essere sottoposto a intervento chirurgico o non vi sia guarigione dopo lo stesso, si possono adottare terapie mediche specifiche volte a ridurre la secrezione degli ormoni in eccesso. Queste terapie possono in alcuni casi essere somministrate anche prima dell’intervento per migliorare lo stato clinico del paziente e prepararlo in maniera migliore all’intervento».

 

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