La salute del nostro intestino dipende dall’azione di tanti piccoli microorganismi che hanno l’importante ruolo di svolgere funzioni nutrizionali e metaboliche. Tutti insieme – il loro numero si aggira attorno alle migliaia di miliardi – formano il cosiddetto microbiota, in genere più conosciuto con il nome di “flora batterica”.

Di microbiota e di salute del nostro apparato digerente si è parlato nella diretta Facebook andata in onda lo scorso 7 marzo 2019 che ha visto come protagonisti due specialisti di Humanitas Gavazzeni Bergamo: la dottoressa Sabrina Oggionni, dietista dell’Ambulatorio di Nutrizione Clinica e Dietetica, e il dottor Nicola Gaffuri, responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva.

Fino a qualche anno fa fa si parlava di flora intestinale, oggi invece la chiamiamo “microbiota”. Che cos’è?

Risponde il dottor Gaffuri: «Il microbiota è la popolazione di microbi che abitano nel nostro corpo “in simbiosi”, cioè senza danneggiare la nostra struttura e i nostri tessuti. Il più noto microbiota che conosciamo è proprio quello dell’intestino. Nel nostro intestino ci sono quasi diecimila miliardi di batteri che ci aiutano a digerire i cibi che ingeriamo e ci proteggono da numerose malattie».

Possiamo quantificarli? Di quanti batteri stiamo parlando?

Gaffuri: «Nel nostro intestino sono presenti da 400 a più di 500 specie di batteri. Per avere un’idea della loro diffusione il dato più eclatante è forse quello che rivela che se prendiamo tutti i batteri diffusi nel nostro corpo raggiungiamo un peso di circa 1,5 kg!».

Dalla salute di questi microbatteri dipende la nostra salute. Come facciamo a prendercene cura?

Risponde la dottoresa Oggionni: «La loro salute dipende da quello che mangiamo, dal momento che si nutrono anche di quello che noi decidiamo di fare arrivare al nostro intestino. In genere loro sono “ghiotti” di alcune sostanze che non utilizziamo come fonti energetiche, come ad esempio le fibre. È importante prestare grande cura alla salute dei nostri microrganismi visto che questi si occupano anche di produrre alcune sostanze fondamentali per il nostro organismo, tra cui la vitamina K e gli acidi grassi a catena corta che hanno un effetto antinfiammatorio».

Possiamo fare qualche esempio di alimenti che fanno bene al microbiota?

Oggionni: «Le fibre sono molto presenti negli alimenti che provengono dal mondo vegetale, quindi ne sono molto ricchi la frutta, la verdura, i legumi e i cereali, questi ultimi soprattutto in forma integrale. In generale sono tutti alimenti che fanno parte della dieta mediterranea, regime alimentare che è di sicuro favorevole alla microflora intestinale».

Che cosa succede quando il delicato ecosistema presente nel nostro intestino si altera? Quali sono i sintomi che indicano che c’è qualcosa che non funziona al meglio?

Gaffuri: «Quando c’è un’alterazione del microbiota, si genera una disfunzione a livello intestinale di cui ci accorgiamo subito. L’intestino non lavora come dovrebbe, la digestione diviene difficoltosa, si forma gonfiore addominale. In presenza di questi disturbi è bene sottoporsi a una visita gastroenterologica per valutare se effettivamente c’è un’alterazione del microbiota. I batteri intestinali proteggono l’intestino dai batteri cattivi producendo una barriera formato da muco. Quando questo muco viene meno, perché il microbiota “buono” diminuisce la sua efficacia, gli altri batteri aggrediscono la mucosa facendo sì che questa si infiammi creando i disturbi sopra menzionati».

A proposito di sintomi Chiara, attraverso Facebook, chiede: «Come si può curare la disbiosi intestinale da intolleranza alimentare?»

Gaffuri: «La disbiosi è una sovraccrescita di batteri cattivi, che nulla hanno a che fare con il microbiota, all’interno dell’intestino, che provoca un’irritazione dell’intestino con conseguenti disturbi legati alla digestione. Disturbi che possono contribuire a generare problemi di intolleranza alimentare indiretta. Che sorge, quindi, non perché c’è un’intolleranza a qualche alimento specifico, ma perché i villi intestinali, infiammandosi, non assorbono più bene tutte le sostanze che ingeriamo per cui molte di queste – e non una sola – possono crearci fastidi. Per intervenire su questo tipo di intolleranze è dunque necessario intervenire sull’infiammazione».

Quali sono le intolleranze alimentari riconosciute?

Gaffuri: «La principale di tutte le intolleranze è quella al glutine, la cosiddetta celiachia. È una malattia cronica, che va curata eliminando il glutine dalla dieta e che può essere diagnosticata con esami del sangue o in alcuni casi con una gastroscopia nel corso della quale si procede a un prelievo sui villi intestinali per vedere se sono sani o se sono destrutturati. Un’altra intolleranza minore, meno grave della prima, è quella al lattosio. Si può nascere senza lattasi, l’enzima che digerisce il lattosio, ma si può anche divenire intolleranti nel corso della vita quando l’azione di questo enzima viene indebolito da un’infiammazione intestinale generata da un’alterazione del microbiota. In questo secondo caso è necessario ripristinare la flora batterica per ridonare “forza” alla lattasi, così che sia possibile riprendere a ingerire i cibi che lo contengono».

Valentina chiede: «Come capisco se sono ancora intollerante al lattosio?»

Oggionni: «L’assunzione di lattosio produce effetti immediati: in presenza di un’intolleranza si generano disturbi che vanno dal gonfiore alla presenza di scariche. In questo caso dalla dieta devono essere esclusi il latte e i suoi derivati, che contengono lattosio. Successivamente è possibile provare a procedere con un reinserimento graduale del lattosio, con l’assunzione di piccole quantità di prodotti che lo contengono, quantità che devono essere aumentate poco alla volta nel tempo, per vedere se si ricrea l’enzima lattasi e si può tornare a digerire questo tipo di zucchero».

Ilda chiede: «Perché quando mangio le verdure mi viene la dissenteria?»

Gaffuri: «Le verdure, così come le fibre alimentari in genere, possono provocare dissenteria quando c’è l’intestino infiammato, perché non essendoci il microbiota che le digerisce passano quasi indigerite e provocano una malformazione delle feci che rimangono molto più morbide, più idratate. Anche in questo caso è necessario ripristinare bene il microbiota».

Oggionni: «Il problema può sorgere quando non si mangiano verdure per lungo tempo e poi se ne assumono di colpo grandi quantità. Per questo è consigliabile procedere con un reinserimento graduale, partendo magari dalle verdure un po’ meno ricche di fibra e via via inserendo tutte le altre».

Fatima chiede: «Ho addome e stomaco gonfi, come posso porre rimedio?»

Gaffuri: «Il sospetto è che ci sia una disbiosi per cui sia necessario un ciclo di terapia che permetta di ripristinare il microbiota. Per operare una corretta diagnosi è il caso di sottoporsi a esami particolari – il test al lattulosio e quello al glucosio – che permettono di verificare se si è in presenza di un’effettiva sovraccrescita di batteri “cattivi”. Se la diagnosi conferma la disbiosi, occorre prima di tutto intervenire con disinfettanti intestinali specifici per eliminare i batteri “cattivi” e in secondo luogo ripristinare il microbiota con l’utilizzo di probiotici, i tipici fermenti lattici».

Valentina chiede: «Perché quando bevo birra il mio stomaco ne ristente?»

Oggionni: «La birra contiene lievito ed è un liquido alcolico e gasato e le tre cose messe insieme possono dare disturbi a livello gastrico. Poi ci può essere anche un discorso legato a qualche forma di intolleranza o di poca tolleranza».

Tornando al microbiota, questo varia in base all’ambiente in cui viviamo?

Oggionni: «Sì, si modifica anche in base all’ambiente in cui si vive. Una conferma ci viene da studi effettuati sui bambini di diverse nazionalità: fino all’età dell’allattamento hanno più o meno lo stesso tipo di microbiota, che successivamente, quando le alimentazioni in età post-allattamento si differenziano l’una dall’altra, si va a modificare. C’è da dire che la dieta occidentale non sempre risulta essere molto favorevole alla salute dell’intestino, mentre quella mediterranea da questo punto di vista è decisamente consigliata».

Quando è necessario sottoporsi a una colonscopia?

Gaffuri: «Nel percorso diagnostico che riguarda una sospetta infiammazione intestinale, la colonscopia è l’esame che viene eseguito per ultimo. Presuppone il fatto che ci siano sintomi che non si risolvono con le prime terapie e che alterano in modo sensibile il funzionamento dell’intestino provocando diarrea, stipsi, dolore addominale ricorrente, emissione di sangue o di muco… tutti segnali che portano a sospettare la presenza di coliti, diverticoli o altre patologie disfunzionali dell’intestino».

Arriva la primavera, che cosa possiamo e dobbiamo mangiare per fare stare bene il nostro microbiota?

Oggionni: «Se pensiamo a un determinato tipo di fibra, come ad esempio l’inulina, la stagione primaverile ci offre diverse possibilità. Pensiamo alla verdura: cicoria, asparagi, carciofi, tutti alimenti che contengono questo tipo di fibre e che per questo possono incidere in maniera positiva su determinati ceppi del microbiota».

Molti lamentano un aumento dei disturbi intestinali in primavera. Come mai accade?

Gaffuri: «Sì, è vero, c’è una certa stagionalità, che si presenta sia in primavera sia in autunno, ma che non si sa esattamente a che cosa sia legata. In parte è dovuto al cambio di alimentazione, a una quantità maggiore o minore di fibre assunte: la dieta si arricchisce di frutti e verdure non disponibili nella stagione invernale, e la varietà di alimentazione nuova richiede un adattamento».

E le mele, fanno davvero bene?

Oggionni: «Le mele sono particolarmente ricche di una fibra, la pectina. Il consiglio, per approfittare appieno del loro apporto, è di consumarle ben lavate, ma con la buccia».

Giusy chiede: «Dopo la chemioterapia come riattivare la mucosa intestinale che a distanza di tempo non si sistema?»

Gaffuri: «È difficile rispondere online: ogni caso clinico è specifico e deve essere valutato in base alle sue caratteristiche. Il mio consiglio è quello di rivolgersi al proprio medico curante che, in caso di necessità, consiglierà di sottoporsi una visita specialistica gastroenterologica».

Gilda chiede: «Come mai ho continue eruttazioni anche dopo tante ore che ho mangiato?

Gaffuri e Oggionni: «Potrebbe trattarsi di una malattia da reflusso gastroesofageo o di problemi generati da un rallentato svuotamento gastrico. Anche in questo caso è necessario valutare la situazione specifica da un punto di vista generale, anche indagando le abitudini alimentari, così da poter prescrivere terapie con eventuali gastroprotettori o procinetici».