Con le mani afferriamo, tiriamo, spingiamo, mangiamo, giochiamo e spesso, anche, parliamo…Impossibile elencare tutte le azioni che compiamo con questi organi così importanti per la nostra vita.

La mano è un meccanismo perfetto, forgiato da anni e anni di evoluzione, ma anche molto delicato perché può essere colpito da patologie e disturbi più o meno gravi e che possono comportare più o meno dolore.

Tra le varie malattie che la riguardano direttamente c’è la tenosinovite stenosante, più comunemente nota come “dito a scatto”, che si manifesta con un “blocco” momentaneo del dito che, una volta che è stato piegato, non riesce a ritornare in posizione distesa in modo naturale.

Parliamo di questa patologia con il dottor Davide Smarrelli, responsabile della Chirurgia della mano di Humanitas Gavazzeni a Bergamo.

Dottor Smarrelli, come si crea il “dito a scatto”?

«È una patologia che si presenta con una certa frequenza e che colpisce i tendini flessori della mano – quelli che sovraintendono al movimento del piegare le dita – che infiammandosi e ingrossandosi non riescono più a scorrere in modo naturale nel loro canale digitale. Il risultato è che finiscono per incastrarsi in uno spazio diventato per loro troppo stretto, per cui la flessione del dito avviene solo dopo che si verifica uno “scatto”, che blocca il dito e gli impedisce di tornare nella posizione distesa se non compiendo uno sforzo che a volte risulta essere molto doloroso».

Si tratta di una patologia invalidante?

«Lo è quando il dolore provocato è particolarmente intenso. Ma il grado di invalidità dipende anche da quali sono le dita coinvolte. I problemi maggiori sorgono quando lo sono il dito medio, che è l’architrave della mano, e il pollice, da cui dipende la maggior parte delle azioni compiute dalla mano».

Quali possono essere le cause dell’infiammazione dei tendini flessori della mano?

«Spesso questa infiammazione compare senza che vi sia una causa apparente, ma in altre cirostanze può dipendere da traumi subiti oppure può essere associata ad altre patologie tra cui l’artrite reumatoide, l’artrosi primaria della mano, il morbo di Dupuytren o anche il diabete».

Come può essere curato il dito a scatto?

«Il primo approccio di cura sul dito a scatto è costituito da terapie antinfiammatorie e conservative, che possono consistere in terapie fisiche strumentali – come la tecarterapia, la ionoforesi, la laser terapia o l’utilizzo di ultrasuoni – o in infiltrazioni da eseguirsi soprattutto quando l’infiammazione viene individuata precocemente, poche settimane dopo la sua insorgenza. Se con queste terapie non si ottengono risultati, bisogna affidarsi a un intervento chirurgico».

In che cosa consiste l’intervento chirurgico?

«Si tratta di un intervento di chirurgia ambulatoriale che ha una durata di pochi minuti e viene eseguito in anestesia locale. Viene effettuata una piccola incisione attraverso cui viene “aperto” il tetto del canale in cui si blocca il tendine, consentendo a quest’ultimo di tornare a scorrere liberamente, senza impedimenti. A seguire vengono posti alcuni piccoli punti e la mano viene bendata. Da questo momento inizia un percorso di recupero piuttosto veloce».

Quali attenzioni deve seguire il paziente nel post-intervento?

«A seguito dell’intervento si forma una piccola cicatrice che, in genere, scompare dopo circa un mese. In questa fase bisogna offrire alla mano una giusta mobilizzazione e bisogna eseguire le indicazioni del medico – che consistono nel posizionamento di ghiaccio e nello svolgimento di esercizi specifici – per non rischiare che la reazione cicatriziale permanga e si creino aderenze in grado di causare ritardi nella guarigione completa».