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Aritmie: sintomi, diagnosi e cure personalizzate

Dalle palpitazioni alla stanchezza insolita: le aritmie possono manifestarsi in modi molto diversi fra loro e incidere sulla vita quotidiana. Ma come riconoscerle? Quando è necessario rivolgersi al medico e quali sono oggi le possibilità di cura?

Ne parliamo con il prof. Eduardo Celentano, Direttore dell’UOC Elettrofisiologia Cardiaca di Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Che cosa sono le aritmie e quali sintomi provocano?

«Le aritmie sono alterazioni del ritmo cardiaco: il cuore può battere troppo velocemente, troppo lentamente o in modo irregolare. Non sono tutte uguali: alcune sono innocue, altre richiedono controlli o trattamenti. Il sintomo più conosciuto è la palpitazione, cioè la percezione del cuore che corre, batte forte, “sfarfalla” o sembra saltare un colpo. Possono comparire anche stanchezza, fiato corto, capogiri, debolezza o una ridotta tolleranza allo sforzo. In alcuni casi si può arrivare allo svenimento. Altre aritmie, invece, non provocano sintomi e vengono scoperte casualmente. Anche la sensazione di un battito mancato è frequente e può dipendere da un’extrasistole, cioè da un battito anticipato. Nelle persone con un cuore sano spesso non è un fenomeno pericoloso, ma se è frequente o associata ad altri disturbi va valutata».

Quando bisogna rivolgersi al Pronto Soccorso?

«Palpitazioni associate a dolore toracico, importante difficoltà respiratoria, svenimento o una forte sensazione di perdere conoscenza richiedono assistenza urgente: bisogna chiamare il 112 o il 118 e non mettersi alla guida. Lo stesso vale per sintomi improvvisi come difficoltà a parlare, bocca storta o perdita di forza a un braccio, che possono essere segnali di ictus. Negli altri casi, se gli episodi si ripetono, peggiorano o limitano le normali attività, è opportuno parlarne con il medico. Non esiste un numero di battiti che, da solo, stabilisca se una situazione è pericolosa: contano i sintomi, la durata dell’episodio, il tipo di aritmia e le condizioni della persona».

Come si arriva alla diagnosi?

«Si parte dall’elettrocardiogramma, esame che però registra il ritmo soltanto per pochi secondi. Se l’aritmia è intermittente, può quindi non essere rilevata al momento della visita. In questi casi possiamo utilizzare un Holter o sistemi di monitoraggio più prolungato. In situazioni selezionate esistono anche piccoli registratori impiantabili. A seconda del caso possono essere necessari anche ecocardiogramma, esami del sangue o prova da sforzo. La diagnostica deve essere mirata: ogni esame dovrebbe servire a rispondere a una precisa domanda clinica».

Quali sono oggi le principali possibilità di cura?

«La terapia dipende dal tipo di aritmia e dalle caratteristiche del paziente. Alcune forme richiedono soltanto controlli, altre possono essere trattate con farmaci o ablazione. In presenza di determinati disturbi del ritmo lento può essere indicato un pacemaker, mentre il defibrillatore impiantabile è riservato a pazienti selezionati a rischio di aritmie ventricolari pericolose. Una delle aritmie più frequenti è la fibrillazione atriale, nella quale il battito diventa spesso irregolare. Nella fibrillazione atriale bisogna occuparsi sia del controllo dell’aritmia e dei sintomi, sia della prevenzione dell’ictus. La necessità di una terapia anticoagulante viene valutata in base al rischio individuale del paziente. L’ablazione transcatetere permette di trattare le aree del cuore responsabili dell’aritmia attraverso sottili cateteri introdotti generalmente dai vasi sanguigni. Nella fibrillazione atriale uno degli obiettivi principali è l’isolamento elettrico delle vene polmonari, per impedire la propagazione dei segnali che possono innescare l’aritmia».

Quali innovazioni stanno cambiando il modo di trattare le aritmie?

«L’elettrofisiologia dispone oggi di strumenti sempre più sofisticati. Il mappaggio elettroanatomico permette di ricostruire il cuore e individuare le aree in cui si generano o si propagano segnali anomali. Le immagini della TAC cardiaca permettono di ottenere ricostruzioni anatomiche dettagliate e forniscono informazioni complementari a quelle del mappaggio elettroanatomico. L’integrazione di queste informazioni aiuta a pianificare la procedura in base alle caratteristiche del singolo paziente. Anche le tecniche di ablazione si sono evolute: alcuni sistemi, definiti “dual energy”, consentono di utilizzare attraverso lo stesso catetere due diverse forme di energia, la radiofrequenza, che agisce mediante il calore, e il campo elettrico pulsato, che agisce attraverso un meccanismo chiamato elettroporazione irreversibile. È così possibile scegliere quale energia utilizzare in relazione alla sede e all’obiettivo del trattamento. In casi selezionati di fibrillazione atriale complessa può essere valutato anche un approccio ibrido, che combina una componente chirurgica con una procedura elettrofisiologica. In alcuni percorsi può essere utilizzata la chirurgia robotica. L’innovazione, però, non significa automaticamente che una tecnologia più recente sia migliore per tutti. La scelta deve considerare le caratteristiche del paziente, le evidenze scientifiche, l’esperienza dell’équipe e il beneficio atteso».

Che cosa si intende quando si parla di cura personalizzata?

«Significa partire dalla persona, non soltanto dall’aritmia. Per qualcuno l’obiettivo può essere tornare a fare attività fisica senza paura, per un altro lavorare con continuità o ridurre gli accessi in Pronto Soccorso. Tecnologie, farmaci e procedure sono strumenti. Il loro valore dipende dalla capacità di utilizzarli per arrivare a una diagnosi precisa, scegliere il trattamento più appropriato e accompagnare il paziente nel tempo. Il risultato non è soltanto un ritmo cardiaco più regolare, ma una migliore qualità di vita, ottenuta attraverso un percorso condiviso e comprensibile».

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