Se nel calcio quando si parla di infortuni si pensa subito a ginocchio e caviglia, ci sono altri sport in cui a “farsi male” può essere una spalla.

Parliamo delle discipline “overhead”, letteralmente “sopra la testa” cioè quelle in cui il braccio viene ripetutamente sollevato oltre il capo durante l’attività sportiva.

Rientrano in questa categoria il tennis, la pallavolo, il baseball, ma anche il nuoto con lo stile libero e il dorso. Chi patica queste discipline può finire per danneggiare un’articolazione per un sovrautilizzo (overuse), cioè una pratica intensa e continuativa, o per la ripetizione di movimenti non corretti che causano microtraumi.

«Il dolore, in questi casi, è il sintomo principale e, in base all’intensità del gesto sportivo e al tempo per cui questo viene ripetuto, si può arrivare a una lesione a legamenti e tendini – dice Carlo De Biase, coordinatore del Servizio di Traumatologia della spalla nell’ambito dell’Ortopedia e Traumatologia di Humanitas Gavazzeni –. Sia in presenza di una lesione sia di un danno tendineo, la spalla risulta instabile e il trattamento da adottare varia in base all’entità della lesione. Può essere sufficiente un percorso riabilitativo come invece può diventare necessario intervenire chirurgicamente per ricostruire il tessuto anatomico danneggiato».

Quando il danno alla struttura legamentosa è severo, può verificarsi anche una lussazione dell’articolazione, cioè che la testa dell’omero, l’osso del braccio, fuoriesca dalla sua sede naturale e perda i suoi normali rapporti articolari con la parte della scapola chiamata glenoide. Un forte dolore e l’impossibilità di muovere il braccio sono i sintomi evidenti di questa problematica che è frequente anche nei traumi subiti durante l’attività sportiva. Ci sono infatti sport in cui possono verificarsi violenti scontri tra gli atleti, come nel rugby, nel basket e nelle arti marziali, oppure sport in cui gli atleti possono infortunarsi durante le cadute, ad esempio nello sci e negli sport di velocità come ciclismo e motociclismo.

«Per diagnosticare una lussazione il paziente viene sottoposto a un esame radiografico così da escludere eventuali fratture – specifica il dottor De Biase –. Una volta esclusa la frattura, si ripristinano i normali rapporti articolari attraverso particolari manovre di riduzione in cui la testa dell’omero viene riposizionata nella glena: si verificano quindi con una risonanza magnetica eventuali danni ai legamenti, al cercine glenoideo e ai tendini e una TC un eventuale interessamento delle componenti ossee. In caso di danno ai tessuti si interviene chirurgicamente in artroscopia per esplorare l’intera articolazione e riparare la parte lesionata».

Nei traumi più violenti le fratture possono interessare anche l’omero, la scapola o la clavicola. »Per le fratture dell’osso diverse sono le opzioni di trattamento – aggiunge Carlo De Biase –. Si può ricorrere all’intervento chirurgico per ridurre la frattura inserendo placche, viti, chiodi o, nei casi pià gravi, con una sostituzione protesica».

Sia in caso di lussazione sia di frattura, il percorso riabilitativo per far sì che l’articolazione torni alla sua piena funzionalità e il paziente rinforzi la muscolatura, può durare circa tre mesi.

 

(Articolo pubblicato l’11 febbraio 2018 sul quotidiano “L’Eco di Bergamo”)