L’arteriopatia ostruttiva è una patologia comune nel mondo occidentale, che si verifica con il progressivo restringimento dei vasi arteriosi dovuti alla formazione di placche al loro interno che ne riducono il lume impedendone il normale flusso del sangue. La conseguenza di questa ostruzione è la sofferenza dell’organo verso cui l’arteria colpita è diretta.

Quali sono le cause, quali gli esami diagnostici e quali le cure di questa malattia dei vasi sanguigni? A queste e molte altre domande hanno risposto durante una diretta Facebook andata in onda lo scorso 18 dicembre 2018 il dottor Alberto Cremonesi, coordinatore del Dipartimento Cardiovascolare e responsabile della Cardiologia di Humanitas Gavazzeni e il dottor Antonio Micari, co-responsabile dell’Interventistica Cardiovascolare  e Strutturale.

L’arteriopatia ostruttiva ha a che fare con l’aterosclerosi?

Risponde il dottor Cremonesi: «Sì, nella maggior parte dei casi è legata proprio all’aterosclerosi, una malattia complessa per cui nelle pareti arteriose si accumulano colesterolo e cellule infiammatorie che impediscono il flusso del sangue e in alcuni casi occludono completamente l’arteria».

Quali sono i fattori di rischio dell’arteriopatia ostruttiva?

Risponde il dottor Micari: «Il primo fattore di rischio è la familiarità. Avere familiarità per questa malattia vuol dire avere padri, fratelli, zii che sono già ammalati di questa malattia, cosa che ci espone a un rischio maggiore di contrarla. Il secondo fattore di rischio, altrettanto influente, è il diabete. I pazienti diabetici hanno una tendenza a sviluppare l’arteriopatia in maniera molto più elevata rispetto agli altri. Si aggiungono poi l’ipertensione, molto diffusa – circa il 50-60% delle persone sopra ai 65 anni soffrono di questa malattia – e il fumo di sigaretta».

Tra uomini e donne c’è differenza di rischio? C’è correlazione con l’età?

«Gli uomini sono più a rischio. Il paziente classico affetto da arteriopatia ostruttiva è un uomo obeso, che fa poca attività fisica. Diabetico, che ha familiarità e che fuma. L’età sta diventando uno dei fattori di rischio maggiori in tutte le malattie cardiovascolari: anche l’essere anziani rappresenta un fattore di rischio non indifferente».

Quanto sono importanti, per la prevenzione primaria, stili di vita e alimentazione?

«Molto. I dati sono ormai acclarati: la presenza di una dieta mediterranea, di una dieta povera di grassi o con grassi polinsaturi – quelli vegetali –, o l’aumento del consumo di pesce determina una riduzione dell’incidenza di queste malattie. Quindi, sicuramente è importante la dieta, tanto quanto lo stile di vita attivo, che preveda lo svolgimento di un’attività fisica aerobica regolare. Sono tutte azioni che portano il soggetto a una classe di rischio inferiore e che quindi vanno assolutamente consigliate».

Quali sono gli esami di controllo da eseguire per prevenire o verificare un’arteriopatia arteriosa?

Risponde il dottor Cremonesi: «Il più semplice è l’ecocolordoppler, che è l’esame di primo livello, quello che viene disposto quando c’è l’esigenza di chiarire la presenza o l’assenza di una malattia vascolare periferica. Se poi parliamo di arteriopatia coronarica, cioè di ostruzione delle coronarie, dobbiamo usare altri esami inizialmente non invasivi come una prova da sforzo, uno stress-eco. Oggi, la direzione intrapresa è quella di procedere con i cosiddetti esami morfologici, capaci di fornire le medesime informazioni degli esami invasivi, senza esserlo. Per esempio, la coronaro-tac, che al momento è uno degli esami più indicati per l’arteriopatia coronarica».

Ci sono casi in cui è opportuno sottoporsi a esami preventivi e se sì, a quali?

«Per tutte quelle classi di rischio di cui abbiamo parlato in precedenza – uomini con più di 50 anni, con fattori di rischio già evidenti, come fumo, ipertensione, alterazioni del colesterolo, diabetici, o donne al di sopra dei 60 anni – una visita cardiologica, un esame vascolare di primo livello, un ecocardiogramma possono veramente essere le basi per costruire individualmente un percorso diagnostico di prevenzione o di cura».

Quando l’arteriopatia ostruttiva si manifesta, quali sono le terapie che adottate per curare i pazienti?

Risponde il dottor Micari: «I livelli di trattamento dell’arteriopatia ostruttiva sono due. Il primo è il trattamento medico, che è molto importante in alcuni stadi della patologia, ma può risultare non sufficiente in altri stadi. In questi secondi casi bisogna intervenire per risolvere l’ostruzione. Questo, nella moderna cardiologia interventistica lo si fa, per almeno il 90-95% dei casi, tramite delle angioplastiche, che consistono nella dilatazione eseguita con appropriati palloncini dei punti in cui vi è l’ostruzione e il conseguente fissaggio dell’area interessata con stent, strumenti che consentono di mantenere inalterato il flusso del sangue nel medio e nel lungo termine».

 

Queste le domande giunte via internet al dottor Cremonesi e al dotto Micari:

Quali sono i sintomi dell’arteriopatia ostruttiva, i campanelli d’allarme da non sottovalutare?

Risponde il dottor Micari: «Per quanto riguarda l’ostruzione delle arterie coronariche, che sono le arterie che irrorano il cuore, il sintomo più tipico e frequente può essere il dolore toracico, un senso di oppressione che può irradiarsi anche verso le spalle e il collo. Per l’arteriopatia delle gambe, invece, i sintomi possono essere soprattutto due. Il primo è la cosiddetta claudicatio, l’insorgenza di dolori o di crampi che sopravvengono mentre si cammina, che segnala la presenza di un’ischemia agli arti inferiori. Il secondo è la presenza, negli stadi più gravi, di piccole ulcere, ferite, alle estremità degli arti (soprattutto nei diabetici). Per l’arteriopatia delle arterie carotidi, il sintomo è un deficit di forza di una parte del corpo (ad esempio un braccio) o di un emilato del corpo, la presenza di sincopi, la temporanea incapacita ad articolare la parola. Sono tutte manifestazioni da tenere in conto, per cui è necessario rivolgersi a uno specialista perché le possa valutare in maniera certa».

Ho una mamma di 84 anni, diabetica, affetta da un’insufficienza venosa grave agli arti inferiori, con ulcere ricorrenti all’atto risolte. Quali accorgimenti dobbiamo adottare per evitare la loro ricomparsa?

«Prima di tutto bisogna essere certi che queste ulcere siano dovute a un problema di stasi venosa o non a un’insufficienza arteriosa. Il fatto che siano scomparse è un fatto estremamente positivo per l’evoluzione della malattia. È comunque consigliato controllare la situazione con una visita specialistica e con esami appropriati, primo fra tutti l’ecocolordoppler delle gambe».

Gli esami con cui si può diagnosticare un’arteriopatia sono dolorosi?

«Gli esami cardiologici sono oggi del tutto mini-invasivi. Si fanno in anestesia locale, mentre si parla con il paziente, che non sente alcun male. Questo è rassicurante: possiamo avere informazioni dettagliatissime senza che il paziente soffra».

Quando una coronaria si chiude, quanto tempo ha il medico per risolvere il problema?

«È una condizione che nei nostri laboratori di emodinamica è molto frequente, anzi è una delle prime indicazioni al trattamento del paziente. Una coronaria, quindi una delle arterie che nutrono il cuore, si ostruisce: questo in genere succede a casa o in ufficio o in mezzo alla strada. La prima cosa da fare è farsi portare al più presto in un pronto soccorso (118) dove sia possibile eseguire gli esami di base – dall’elettrocardiogramma a esami di laboratorio – che siano in grado di fornire delle informazioni precise riguardo quello che sta succedendo. Il tempo è molto importante: negli ultimi 15 anni abbiamo capito che quando la disostruzione di un’arteria viene fatta in tempi molto brevi – noi normalmente cerchiamo di fare in modo che tutto sia eseguito in meno di 90 minuti dal momento dei sintomi – l’organo verso cui è diretta non subisce alcuna sofferenza o, nel caso abbia sofferto, si può riprendere completamente».