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Tumore della mammella: grazie alla ricerca le cure sono sempre più precise e personalizzate

Negli ultimi anni la ricerca ha modificato in modo profondo il percorso di cura del tumore della mammella: non esiste più un unico modello terapeutico valido per tutte le pazienti, ma strategie differenti sulla base delle caratteristiche del tumore, della sua estensione, del profilo biologico e delle condizioni di ogni caso.

Ne parliamo con Massimo Grassi, responsabile della Breast Unit di Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Che cosa succede quando si riceve una diagnosi di tumore della mammella?

«Una diagnosi di tumore della mammella non significa automaticamente dover affrontare lo stesso percorso terapeutico di un’altra paziente. Oggi siamo in grado di caratterizzare la malattia in maniera molto più precisa rispetto al passato.

Dopo la diagnosi è fondamentale definire non soltanto dove si trova il tumore e quanto è grande, ma anche quali sono le sue caratteristiche biologiche. Questi elementi ci permettono di stabilire quale sia la strategia più appropriata. È proprio questo il significato della medicina personalizzata: non trattiamo semplicemente un tumore della mammella, ma quella specifica malattia in quella specifica paziente».

Quanto è importante il lavoro della Breast Unit?

«È fondamentale perché il trattamento del carcinoma mammario non è più affidato a una singola figura professionale. La paziente viene presa in carico da un gruppo di specialisti che condividono informazioni e competenze.

La multidisciplinarietà permette di discutere ogni singolo caso e di stabilire la sequenza delle diverse terapie. Il chirurgo, l’oncologo, il radioterapista, il radiologo, l’anatomopatologo e gli altri professionisti coinvolti contribuiscono in maniera corale alla definizione del percorso».

La chirurgia è centrale del trattamento. Quanto è cambiato il modo di operare?

«È cambiato moltissimo. Qualche decennio fa, l’approccio era spesso molto più demolitivo. Oggi, quando le condizioni cliniche lo consentono, l’obiettivo è ottenere il miglior controllo oncologico possibile limitando l’impatto dell’intervento».

In ambito di chirurgia dell’ascella, quali sono i cambiamenti?

«La gestione dell’ascella è uno degli ambiti nei quali negli ultimi anni abbiamo assistito a una significativa evoluzione. L’obiettivo è evitare interventi più estesi quando non sono necessari. La biopsia del linfonodo sentinella ha già permesso, in molte pazienti, di ridurre notevolmente l’aggressività della chirurgia ascellare rispetto al passato».

Quanto conta oggi conoscere la biologia del tumore?

«Moltissimo. Il carcinoma mammario non è una singola malattia, ma comprende diversi sottotipi biologici che possono avere comportamenti e risposte differenti alle terapie».

Si sta quindi andando verso una progressiva riduzione dei trattamenti?

«Direi piuttosto verso una maggiore appropriatezza. Ridurre un trattamento non significa necessariamente curare meno. Significa capire quando quel trattamento è indispensabile e quando, invece, possiamo ottenere Io stesso risultato oncologico con un intervento meno invasivo».

Qual è il messaggio per una donna che riceve una diagnosi di tumore al seno?

«I primi messaggi sono di non sentirsi sola e di non pensare immediatamente al peggio. È importante affidarsi a un percorso specialistico e multidisciplinare.

La ricerca, inoltre ci sta insegnando che possiamo essere sempre più precisi: identificare meglio il tumore, scegliere meglio le terapie e, quando possibile, ridurre gli effetti collaterali e l’impatto dei trattamenti. L’obiettivo non è soltanto curare il tumore, ma curare la persona, cercando di garantire il miglior risultato oncologico possibile e, allo stesso tempo, la migliore qualità di vita».

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