Terapie farmacologiche sempre più mirate e nuove tecniche endoscopiche aiutano a combattere con aumentata efficienza il tumore al colon-retto, neoplasia che colpisce soprattutto le persone con più di 60 anni.

 

Tumore del colon-retto, un big killer tra le neoplasie: 52.000 nuovi casi ogni anno con un incidenza in aumento dai 60 anni e un picco massimo attorno agli 80. Però di questo tumore si muore sempre meno: la sopravvivenza è del 64% considerando tutti gli stadi e nei pazienti con malattia metastatica è quadruplicata negli ultimi 20 anni.

«Informazione e diagnosi precoce permettono di intervenire prima che sia troppo tardi. E anche quando il tumore è avanzato esistono terapie farmacologiche e interventi chirurgici in grado di aumentare la sopravvivenza dei pazienti – spiega Giordano Beretta, responsabile dell’Oncologia medica di Humanitas Gavazzeni –. Nella maggior parte dei casi questa neoplasia si determina attraverso l’iniziale formazione di polipi adenomatosi, lesioni benigne dovute a una proliferazione cellulare alterata che, col tempo, possono trasformarsi in cellule cancerose. Una colonscopia può consentire di rimuovere le lesioni pre-cancerose prima che si trasformino in tumori».

L’aiuto della biologia molecolare e delle nuove tecniche endoscopiche

Un contributo significativo al percorso di cura arriva dalla biologia molecolare. «Oggi si possono individuare alcune caratteristiche delle cellule – aggiunge il dottor Beretta – che dicono se un farmaco è adatto a una specifica situazione o se, invece, può essere dannoso per l’organismo. Questo significa poter scegliere la terapia farmacologica da adottare per ogni singolo paziente in base alle caratteristiche molecolari a livello cellulare».

I numeri in crescita della sopravvivenza sono legati anche all’evoluzione delle tecniche endoscopiche e, in particolare, ai risultati della colonscopia che fornisce risposte chiare e esaustive sul tipo di patologia e permette anche di intervenire se, nel corso della seduta, vengono individuati polipi, tumori benigni, formatisi per il proliferare delle cellule nella mucosa intestinale. «Oggi rimuoviamo polipi benigni con strumenti che passano attraverso gli stessi canali operativi del colonscopio – afferma Nicola Gaffuri, responsabile della Gastroenterologia e Endoscopia digestiva di Humanitas Gavazzeni –. Questo riduce gli interventi chirurgici potendo eliminare anche polipi adenomatosi di una certa dimensione». La chirurgia interviene quando oramai il polipo ha avuto una trasformazione maligna.

Il ruolo di chirurgia e radioterapia nella cura dei tumori al colon-retto

L’apporto della chirurgia è diverso a seconda che si tratti di tumore al colon o al retto. Nei tumori al colon la chirurgia è eseguibile quasi sempre in laparoscopia, con tecnica mini-invasiva. Anche nelle fasi più avanzate del tumore l’intervento chirurgico può dare buoni risultati, anche in relazione a eventuali metastasi al fegato. Per quanto riguarda il tumore del retto, la chirurgia spesso non è il trattamento adeguato. Nelle forme più avanzate, radioterapia e chemioterapia sono il primo approccio e solo dopo si arriva al trattamento chirurgico. Operare in laparoscopia è più difficile anche se possibile essendo migliorate le tecniche che consentono la conservazione dello sfintere, la cui demolizione era la conseguenza quasi obbligata di questi tumori. Oggi con terapie pre-operatorie e interventi chirurgici mirati si sono ridotti di molto i pazienti che hanno una cosiddetta stomia definitiva, cioè la creazione di un ano artificiale.

Se la radioterapia è poco o per nulla utilizzata nel tumore del colon, offre invece un contributo decisivo nel tumore del retto che ha un’elevata tendenza a recidivare localmente. «La radioterapia viene preferenzialmente utilizzata prima della chirurgia piuttosto che dopo, in genere in associazione con la chemioterapia – aggiunge Vittorio Vavassori, responsabile della Radioterapia di Humanitas Gavazzeni –. Questa strategia, altrettanto efficace dal punto di vista oncologico, può portare a una chirurgia più conservativa in pazienti altrimenti candidati a una chirurgia demolitiva».

 Articolo pubblicato il 7 giugno 2015 sul quotidiano “Eco di Bergamo”.