La malattia di Crohn è la principale tra le malattie infiammatorie croniche intestinali. Il 40% delle 150mila persone che in Italia sono affette da queste malattie sono infatti soggetti a questa specifica patologia, che compare soprattutto tra i giovani e negli anziani, ma non risparmia nemmeno i più piccoli tra i pazienti.

Approfondiamo l’argomento con Nicola Gaffuri, responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, e Valeriano Castagna, responsabile dell’Ambulatorio di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali di Humanitas Gavazzeni Bergamo.

Che cos’è e come si manifesta la malattia di Crohn? Quali sono i suoi sintomi?

«La Malattia di Crohn è un’infiammazione cronica che si localizza più di frequente nell’ultima parte dell’intestino tenue e nel colon, ma che può anche colpire tutto il sistema digerente, a partire dalla bocca per arrivare all’ano.

Presenta un decorso caratterizzato da periodi di benessere alternati ad altri in cui sono presenti i sintomi, che corrispondono in particolare a dolori addominali associati a diarrea e, a volte, a leggera febbre. In casi meno frequenti ci possono essere anche sangue nelle feci, dolori articolari, calo dell’appetito e dimagrimento. Altri segni precoci di questa malattia possono essere ascessi perianali e fistole».

Quali sono le sue complicanze più diffuse?

«La malattia di Crohn può avere complicanze intestinali e complicanze extra-intestinali. Tra le prime, la più comune è l’occlusione intestinale, che viene causata da restringimenti dei tratti intestinali infiammati e provoca dolore, distensione addominale, nausea e vomito. Per la sua cura spesso è sufficiente il trattamento medico, solo a volte richiede l’intervento chirurgico. Un’altra complicanza intestinale è la perforazione di anse intestinali, che provoca la comparsa di ascessi addominali e fistole e che richiede nella quasi totalità dei casi un intervento chirurgico. Tra le complicanze extra-intestinali, invece, ci sono quelle su base infiammatoria che possono riguardare la cute e le grosse articolazioni, la colonna vertebrale, l’occhio, il fegato e le vie biliari. Frequenti sono anche i calcoli renali, l’osteoporosi e gli eventi trombotici».

Quali possono essere le cause della malattia di Crohn?

«Le cause della malattia di Crohn finora sono ignote. Le ricerche scientifiche più recenti dicono però che potrebbe essere causata da un’attivazione sproporzionata del sistema immunitario in risposta a vari stimoli, che possono derivare dall’assunzione di farmaci, additivi, sostanze inquinanti, fumo, microrganismi, ecc.

Come si può riconoscere clinicamente la malattia di Crohn? E come la si può curare?

«Per la diagnosi della malattia di Crohn vengono utilizzati esami di laboratorio e strumentali, tra cui sono fondamentali la ileocolonscopia con biopsie, gli esami radiologici (entero-TC ed entero-RM) e l’ecografia intestinale. Per quanto riguarda la sua cura, invece, nella fase attiva di malattia, quando non c’è immediata indicazione all’intervento chirurgico si fa spesso uso di cortisone. Nel mantenimento della remissione, su precisa indicazione del medico, si possono adottare immunosoppressori come l’azatioprina o il metotrexato, o farmaci “biologici” come infliximab, adalimumab, golimumab, vedolizumab, ustekinumab. Questi ultimi sono anticorpi specifici diretti contro particolari molecole presenti nei tessuti infiammati o nei vasi sanguigni: taluni vengono somministrati in ospedale mentre altri possono esserlo a domicilio, a cura del paziente stesso. La terapia richiede l’effettuazione di stretti controlli presso un Centro di riferimento, allo scopo di verificare l’efficacia clinica e l’assenza di effetti collaterali legati alla cura farmacologica».

Per quanto riguarda la chirurgia, quando viene presa in considerazione?

«Si ricorre alla chirurgia quando c’è una progressione clinica della malattia di Crohn, quando cioè compaiono occlusione intestinale o fistole. In una considerevole proporzione di pazienti sono necessari re-interventi nel tempo. La speranza è che le attuali terapie modifichino la storia naturale di questa malattia, rallentandone l’evoluzione».