Malattie infettive

Malattie infettive   Le malattie infettive un problema medico che deriva dalle azioni di contatto tra batteri, virus, funghi o parassiti e l’organismo umano. La trasmissione può avvenire per contatto da persona a persona, attraverso punture o morsi di vettori, ingestione di acqua o alimenti contaminati.   Che cosa sono le malattie infettive? Alcuni dei microorganismi e dei parassiti che possono penetrare nell’organismo umano possono dare luogo a malattie che vengono definite infettive.La comunità medica internazionale ha riscontrato casistiche registrate in cui si può assistere a situazioni dove il sistema immunitario può riuscire a sconfiggere il loro attacco, mentre in altre condizioni è il patogeno a prendere il sopravvento. I soggetti più a rischio sono tutti quegli individui che hanno un sistema immunitario è debilitato come ad esempio coloro che stanno assumendo farmaci immunosoppressivi. A volte, anche se non spessissimo si assiste a casistiche in cui i patogeni che normalmente causano varie tipologie di malattie infettive, sono stati associati a un aumento del rischio di tumori: il papilloma virus (cancro alla cervice), i virus dell’epatite B e C (cancro al fegato) e l’Helicobacter pylori (cancro allo stomaco).   Quali sono le cause delle malattie infettive? Le malattie infettive possono essere causate da batteri, virus, funghi e parassiti. Le malattie infettive contagiose sono causate da agenti patogeni che, in modo diretto o indiretto, vengono trasmesse ad altri soggetti recettivi. Nelle malattie infettive non contagiose la trasmissione richiede di particolari circostanze o l’intervento di appositi vettori. Le malattie infettive possono anche essere trasmesse dalla madre al bambino durante gestazione o durante il parto.   Quali sono i sintomi delle malattie infettive? I sintomi delle malattie infettive possono essere molto diversi a seconda del patogeno alla loro base.   Come prevenire le malattie infettive? Molte malattie infettive, come il morbillo, la varicella, l’influenza possono essere prevenute con i vaccini. In molti altri casi invece non esistono vaccinazioni in grado di impedire l’infezione. Alcuni accorgimenti possono però limitare la probabilità che germi e parassiti penetrino nell’organismo: è importante lavarsi sempre bene le mani, soprattutto prima di cucinare o di mangiare e dopo essere andati al bagno; avere rapporti sessuali protetti riduce la probabilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili; si consiglia di limitare la condivisione di oggetti personali come rasoi o spazzolini da denti; quando si è ammalati è meglio non andare a lavoro o a scuola per evitare di contagiare colleghi o compagni; quando si viaggia all’estero è bene informarsi su eventuali vaccinazioni necessarie e sui pericoli associati a patogeni particolarmente diffusi nella meta del viaggio.   Diagnosi Nella diagnosi delle malattie infettive può essere necessaria l’esecuzione di diversi esami (ematici, strumentali, microbiologici) mirati all’identificazione del patogeno responsabile dell’infezione.   Trattamenti Le malattie infettive meno gravi possono risolversi autonomamente mentre in altri casi possono necessitare il ricovero in ospedale. In ogni caso la terapia più adatta dipende dal patogeno responsabile della patologia.   Fra i farmaci che potrebbero essere prescritti sono inclusi: gli antibiotici, utili solo in caso di infezioni batteriche; gli antivirali, utili contro alcuni virus; gli antimicotici, utili contro i funghi; gli antiparassitari, utili in caso di malattie causate da parassiti.  

Malattie sessualmente trasmissibili

Malattie sessualmente trasmissibili   Le malattie sessualmente trasmissibili (MST), dette anche infezioni sessualmente trasmesse (IST) sono infezioni che si trasmettono per contagio diretto tramite contatto sessuale. Sono in genere causate da batteri, virus e protozoi che passano da un individuo all’altro mediante il passaggio, attraverso le mucose, di liquidi biologici infetti. Queste patologie possono colpire gli organi genitali o altri organi e apparati.   Che cosa sono le malattie sessualmente trasmissibili? L’attività sessuale gioca un ruolo fondamentale nella diffusione di queste infezioni, ma è possibile essere infettati anche senza contatto sessuale: è quello che accade, ad esempio, nel caso di trasmissione da madre a bambino durante la gravidanza o il parto (trasmissione verticale), attraverso trasfusioni di sangue infetto o tramite l’uso di aghi o strumenti chirurgici non adeguatamente sterilizzati (tatuaggi).   Quali sono le cause delle malattie sessualmente trasmissibili? Le infezioni sessualmente trasmesse possono essere causate da: batteri (gonorrea, sifilide, clamidia); virus (Papillomavirus umano, herpes genitale, Hiv, epatite A, B e C); protozoi (come la tricomoniasi). funghi (Candida Albicans)   Quali sono i sintomi delle malattie sessualmente trasmissibili? Le infezioni sessualmente trasmesse possono passare inosservate per lungo tempo. Segni e sintomi possono comparire, a seconda del tipo di infezione, da alcuni giorni ad alcuni anni dopo l’esposizione. Alcune infezioni sono banali e si risolvono in pochi giorni (è il caso per esempio della Candida Albicans), o qualche settimana, senza lasciare conseguenze. Altre volte (come nel caso dell’HIV o della sifilide) la progressione della patologia può portare a complicanze serie e alcune volte letali. Alcune di queste infezioni possono decorrere in modo del tutto asintomatico per molto tempo, pur conducendo a serie alterazioni funzionali di alcuni organi con decadimento della loro funzione (è il caso per esempio dei danni a carico delle tube da parte della Clamidia Trachomatis, con conseguente infertilità).   Particolare attenzione si deve prestare a determinati segni: piaghe sui genitali, nella zona rettale o nella zona orale bruciore o dolore alla minzione secrezioni dal pene perdite vaginali (leucorrea) perdite vaginali ematiche ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nell’area inguinale dolori pelvici, accompagnati in alcuni casi a febbri persistenti o a diarrea rash cutaneo su tronco, mani o piedi   Come prevenire le malattie sessualmente trasmissibili? La prevenzione è fondamentale per evitare l’insorgere delle infezioni sessualmente trasmissibili. Ci sono diversi modi per evitare o ridurre il rischio di sviluppare queste malattie: Astensione dall’attività sessuale “a rischio” (evitare rapporti sessuali occasionali, utilizzare in modo corretto il preservativo). Vaccinazioni: per prevenire l’infezione da Papillomavirus umano (Hpv), da epatite A e da epatite B è possibile vaccinarsi. Evitare l’uso di droghe o l’abuso di alcol, il cui effetto può favorire l’adozione di comportamenti sessuali azzardati o pericolosi. Evitare la condivisione di tutti quegli oggetti – tra cui rasoi, forbici, aghi, spazzolino da denti – che possono penetrare la cute o le mucose. Se si è deciso di eseguire un tatuaggio, accertarsi che vengano messe in atto correttamente le procedure per la disinfezione e sterilizzazione dello strumentario.   Diagnosi Al fine di arrivare ad una diagnosi precisa di un’infezione sessualmente trasmessa è possibile eseguire diverse tipologie di indagine quali:
  • esame obiettivo specialistico
  • esami del sangue
  • analisi dell’urina
  • esami di campioni di fluidi biologici
  Trattamenti Il trattamento varia a seconda dell’infezione che affligge il soggetto. Le malattie sessualmente trasmissibili causate da batteri sono generalmente più facili da curare, mentre le infezioni virali possono essere seguite nel tempo, ma non sempre curate.   Nel caso delle infezioni sessualmente trasmesse causate da batteri e protozoi vengono impiegati antibiotici somministrati per uso locale o sistemico. È preferibile astenersi dall’attività sessuale fino al completamento del trattamento e alla regressione delle eventuali lesioni.   Nel caso di infezioni virali vengono impiegate terapie antivirali (come nel caso dell’Herpes) o trattamenti chirurgici locali (come nel caso dell’HPV). Nel caso del virus dell’Hiv: nonostante non siano ancora state messe a punto terapie in grado di eliminare definitivamente il virus, le attuali cure riescono a tenerlo sotto controllo per molti anni e la mortalità causata da questa malattia è decisamente calata negli ultimi decenni.

Menopausa

Menopausa   Anche se si contraddistingue per importanti cambiamenti nell’organismo femminile che a volte richiedono specifiche cure farmacologiche per la loro risoluzione, la menopausa, non è una malattia. È un passaggio naturale e obbligato con cui ogni donna nella propria vita si trova a confrontarsi: coincide infatti con la fine del ciclo mestruale e della vita riproduttiva femminile. Si definisce menopausa l’ultima mestruazione della donna. La donna è in menopausa quando è trascorso almeno un anno dall’ultima mestruazione.   Che cos’è la menopausa? La menopausa è quella situazione in cui le mestruazioni smettono in modo definitivo di arrivare, mentre il periodo che precede e segue la menopausa, di durata variabile e caratterizzato da una complessa sintomatologia fisica ed emotiva (tra cui le note vampate di calore, ma anche sonno disturbato, irritabilità, tristezza, ansia) viene indicato come “perimenopausa”. Si definisce invece “climaterio” il periodo di transizione tra la vita riproduttiva e la menopausa. La menopausa è fisiologica quando avviene tra i 48 e i 52 anni.   Quali sono i sintomi della menopausa? Alcune donne entrano in menopausa senza particolari fastidi, quasi senza accorgersi dei mutamenti a cui va incontro il proprio organismo, mentre altre manifestano sintomi che possono anche essere importanti. La fluttuazione (prima) e il calo (poi) dei livelli degli estrogeni, sono infatti responsabili di diverse modificazioni fisiche e psichiche definite, nel complesso, “sintomi della menopausa”.   Oltre alle alterazioni a carico del ciclo mestruale, i primi sintomi correlati all’insorgere della menopausa sono quelli legati alla carenza degli ormoni estrogeni (vampate, sudorazioni improvvise, tachicardia, insonnia, repentini cambiamenti d’umore, ansia, depressione, modificazioni della libido, difficoltà alla concentrazione). Sono sintomi a medio termine la distrofia delle mucose vulvo/vaginali e dell’apparato genito-urinario. La sintomatologia più tardiva, che insorge generalmente dopo alcuni anni dalla menopausa, comprende l’osteoporosi e l’aumento del rischio cardio vascolare. Vi è inoltre una ridistribuzione del grasso corporeo, con modificazioni dell’aspetto fisico e una tendenza all’aumento ponderale.   Quali sono le cause della menopausa? La menopausa si verifica a seguito della cessazione di produzione, da parte delle ovaie, degli ormoni riproduttivi (estrogeni).   Diagnosi Per diagnosticare lo stato di menopausa è quasi sempre inutile effettuare test diagnostici. Infatti la fine dei cicli mestruali e l’eventuale comparsa di sintomi, permette alle donne, senza l’ausilio del medico, di comprendere che sta iniziando questo periodo della vita. In alcuni casi, sarà invece il medico specialista a consigliare l’esecuzione di esami o procedure diagnostiche, per definire meglio il quadro clinico.   Trattamenti La principale terapia della menopausa è quella ormonale sostitutiva, che consiste nella somministrazione di estrogeni, quasi sempre associati a un’adeguata dose di progestinici, in modo da riportare l’organismo a una situazione di equilibrio simile al periodo precedente la menopausa, riducendo o azzerando gli eventuali sintomi. È compito dello specialista definire in quali casi sia utile e/o necessario intraprendere la terapia ormonale sostitutiva.   Come prevenire la menopausa? Anche se la menopausa è una cosa del tutto naturale che si presenta come passaggio obbligato con cui ogni donna si trova a confrontarsi, spesso questo non rappresenta problematiche di alcun tipo ed è del tutto “indolore”. Dal momento che molte sono le modificazioni a cui l’organismo femminile va incontro con la menopausa, è bene preparare al meglio mente e corpo. Può essere l’occasione per prendersi più cura di se stesse, adottando stili di vita più sani. In particolare è importante ridurre l’apporto alimentare e aumentare l’attività fisica. È inoltre assolutamente consigliata la sospensione del fumo, per contrastare l’aumento del rischio cardiovascolare.  

Sindrome premestruale

Sindrome premestruale   La sindrome premestruale è tipica delle donne in età fertile; racchiude una combinazione di sintomi di tipo fisico e psicologico. I sintomi si manifestano sempre nei giorni che precedono le mestruazioni e si risolvono al loro arrivo.   Che cos’è la sindrome premestruale? Molte donne riferiscono disturbi nei giorni vicini al ciclo mestruale, ma non per tutte si parla di sindrome premestruale. La sindrome premestruale, infatti, racchiude un insieme di sintomi, di tipo fisico e psicologico, che si presentano sempre nei giorni che precedono le mestruazioni. È quindi una sindrome tipica delle donne in età fertile e ne interessa dal 2% al 5%.   Quali sono i sintomi della sindrome premestruale? In molti casi, la condizione ed i sintomi associate può avere notevoli ripercussioni nella vita sociale, nelle relazioni personali e al lavoro.   I sintomi caratteristici includono: cambiamenti di umore con irritabilità, tendenza alla depressione, aggressività maggior stanchezza tensione mammaria attacchi di fame (soprattutto rivolta ai dolci) crisi di pianto minor capacità di concentrazione cefalea gonfiore (alcune donne registrano anche un aumento di peso in quei giorni)   Quali sono le cause della sindrome premestruale? Le cause possono essere molteplici:
  • una diminuzione nell’organismo delle sostanze responsabili dello stato di benessere (come la serotonina);
  • un disequilibrio nel rapporto tra estrogeni e progesterone (il dosaggio ormonale non rileva modificazioni di questi ormoni e in particolare del progesterone, rispetto alla norma, ma è probabilmente il metabolismo del progesterone stesso che risulta cambiato, conducendo alla manifestazione dei sintomi);
  • un’alterazione nel ricambio idrosalino con conseguente calo di alcune sostanze, come il magnesio, che comporta cefalea, crampi e gonfiore. Viene chiamato in causa anche un deficit vitaminico.
  Diagnosi Le donne che riferiscono sintomi in fase pre mestruale sono invitate a compilare un diario in cui annotare, mese per mese, i disturbi e i segni e sintomi più frequenti: questo consente al ginecologo di verificare la periodicità dei sintomi stessi e diagnosticare quindi una sindrome premestruale vera e propria. La ripetitività dei sintomi per almeno 4-5 mesi è un dato significativo per la diagnosi.   Trattamenti È consigliabile prestare attenzione all’alimentazione: diminuire l’apporto di sale, l’assunzione di alcol e di caffè e il consumo di dolci; al contrario, è importante un corretto apporto idrico (bere almeno due litri di acqua al giorno). Possono essere di aiuto gli integratori minerali a base, per esempio, di magnesio e calcio e/o la supplementazione di vitamine (E, B6). Alcuni studi suggeriscono anche l’assunzione di soia: i fitoestrogeni che vi sono contenuti contribuirebbero a riequilibrare il rapporto tra estrogeni e progesterone. In commercio esistono preparati che contengono tutte queste sostanze con l’aggiunta di altri rimedi naturali, come l’agnocasto, il gingko biloba o l’olio di enotera. È racommandato dedicarsi a un moderato esercizio fisico (camminare, nuotare, correre) o ad attività quali pilates, yoga e shiatsu. In alcuni casi viene prescritta l’assunzione della pillola anticoncezionale che, inibendo l’ovulazione, permette un bilanciamento migliore tra estrogeni e progesterone, contrastando l’ insorgenza dei sintomi caratteristici della sindrome premenstruale.

Tumore dell’ovaio

Tumore dell’ovaio   Si tratta di un tumore con sede nella zona delle ovaie, ossia quegli organi a destra e a sinistra dell’utero responsabili della produzione di ormoni sessuali femminili estrogeni e progesterone e delle cellule riproduttive ovociti. Il tumore alle ovaie può svilupparsi nelle sue formazioni con connotazioni benigne, intermedie (border line) e maligne di questo tipo di neoplasia.   La diagnosi del tumore all’ovaio spesso avviene ad uno stadio già avanzato fino all’addome, le statistiche sono infatti abbastanza chiara e indicano solo un 20% di casi medici studiati in cui tale tumore è diagnosticato al suo stadio precoce quando esso è cioè limitato alle sole ovaie. Ciò avviene a causa del fatto che i suoi sintomi non sono univoci ma possono andare incontro a fraintendimenti medici e i professionisti del settore possono scambiarli con facilità per disturbi digestivi o dolori addominali di altra natura.   Le forme benigne hanno la caratteristica di non svilupparsi al di fuori delle ovaie e, quindi, di non produrre metastasi. Nel caso di tumori maligni, invece, le cellule tumorali possono andare a colpire anche i tessuti e gli organi adiacenti (nell’addome e nella regione pelvica) o lontani, attraverso il flusso sanguigno o il sistema linfatico.   Esistono tre tipi di tumore ovarico maligno:
  • Tumori epiteliali, che rappresentano circa l’85-90% del totale e si sviluppano dall’epitelio (sottile strato di tessuto che riveste le ovaie)
  • Tumori germinali, rari e più frequenti nelle giovani donne e nelle adolescenti, che si sviluppano dalle cellule deputate alla produzione di ovociti
  • Tumori dello stroma e dei cordoni sessuali, anch’essi rari, che originano dal tessuto di sostegno dell’ovaio, che produce gli estrogeni e il progesterone
  Fattori di rischio I principali fattori di rischio di questo tumore sono:
  1. Familiarità di malattia (5-10% dei casi)
storia familiare di tumore ovarico associazione fra tumore ovarico e cancro della mammella (mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2 del cancro alla mammella, che aumenta dal 10 al 30% il rischio di tumore alle ovaie); sindrome di Lynch (HNPCC), che include carcinoma del colon non associato a poliposi, tumore dell’endometrio, dello stomaco, della mammella.
  1. Fattori endocrini
sterilità, trattamento ormonale per l’infertilità, policistosi ovarica ed endometriosi (per alcuni istotipi), obesità, sembrano essere correlati ad un maggior rischio di sviluppo della malattia. al contrario, multiparità (ossia aver avuto più di un figlio), allattamento al seno e prolungato impiego di contraccettivi estroprogestinici sembrano ridurre il rischio di sviluppare questo tipo di tumore.
  1. Fattori ambientali
esposizione all’asbesto, al talco e all’alcool.   Non è attualmente nota alcuna correlazione fra lo sviluppo di questo tumore e l’abitudine al fumo o il consumo di caffeina.   Diagnosi Sebbene non esista un esame attendibile per diagnosticare il tumore dell’ovaio, una serie di indagini possono aiutare il medico ad identificare la presenza della malattia, a partire dalla visita ginecologica.   Accanto all’esame clinico, indispensabile l’esecuzione di un’ecografia transvaginale, una metodica non invasiva ben tollerata dalle pazienti, utile per definire l’estensione locale della malattia (il medico inserisce nella vagina un piccola sonda per valutare l’utero sfruttando le onde sonore). Fondamentale inoltre un esame del sangue per valutare il dosaggio del CA125, proteina che risulta aumentata nella maggior parte dei tumori maligni dell’ovaio. Le indagini strumentali utili per l’approfondimento diagnostico sono:   TAC: è una metodica che utilizza radiazioni ionizzanti. Viene usata per la stadiazione della malattia e per l’identificazione di eventuali noduli peritoneali. Risonanza Magnetica Nucleare (RMN): può essere richiesta in casi selezionati. E’ una metodica non invasiva, che non utilizza radiazioni ionizzanti. E’ in grado di valutare diverse strutture della pelvi e consente di definire in modo preciso la struttura delle masse tumorali.   PET: identifica le cellule tumorali in attività e può essere utilizzata nel sospetto di recidiva di malattia.   Chirurgia esplorativa: in casi selezionati, il medico può fare ricorso ad un intervento chirurgico allo scopo di confermare la diagnosi di cancro dell’ovaio. In questo modo può ispezionare dall’interno le cavità pelvica e addominale per stabilire la presenza del tumore, attraverso un’incisione piccola (laparoscopia) oppure più estesa (laparotomia). In presenza di tumore, il medico ne identifica la tipologia e ne verifica l’eventuale diffusione. Può anche asportare ed esaminare un numero variabile di campioni di tessuto (biopsie) provenienti dall’addome.   Trattamenti Il trattamento del tumore dell’ovaio in Humanitas avviene con un approccio multidisciplinare, che comprende chirurgia, chemioterapia e radioterapia. La terapia ormonale può essere un’alternativa nelle pazienti che non tollerano regimi citotossici.   Chirurgia Laparotomia – Attraverso un’incisione addominale il chirurgo asporta, nella maggioranza dei casi, le ovaie, l’utero, le tube di Falloppio, una piega di tessuto adiposo detta omento, l’appendice, ed eventualmente le ghiandole linfatiche adiacenti. Il chirurgo esegue inoltre delle biopsie mirate e preleva una piccola quantità di liquido addominale.   Esame estemporaneo intraoperatorio – Permette di eseguire un’analisi microscopica dei tessuti (effettuata dall’anatomo patologo) in pochi minuti, consentendo al ginecologo di stabilire durante l’intervento se il tumore è maligno, aumentando così la capacità di eseguire la procedura chirurgica più appropriata ed evitando alla paziente un eventuale re-intervento. Laparoscopia con eventuale ausilio della chirurgia robotica – E’ una procedura mini-invasiva utilizzata dagli specialisti in Ginecologia di Humanitas in casi selezionati come nella ristadiazione del tumore dell’ovaio (rivalutazione della malattia dopo primo intervento incompleto), che prevede ad esempio l’asportazione di linfonodi e dell’utero.Questa procedura viene utilizzata, in casi selezionati e per alcuni tipi di neoplasia, anche nella terapia conservativa (ossia senza asportazione dell’apparato genitale nelle donne in età fertile) del tumore dell’ovaio negli stadi iniziali. La procedura laparoscopica e/o robotica viene utilizzata anche dopo un trattamento chemioterapico per asportare l’apparato genitale interno ed i tessuti eventualmente coinvolti (linfonodi, omento, appendice…)   ​Chemioterapia Dopo l’intervento chirurgico è previsto un trattamento chemioterapico, in tutti gli stadi di malattia eccetto i più precoci. L’approccio standard prevede la combinazione di due agenti chemioterapici, un derivato del platino (carboplatino o cisplatino) e il paclitaxel, ripetuti per sei cicli a intervalli di tre settimane. Altri farmaci chemioterapici per il trattamento del cancro dell’ovaio sono il topotecan, la doxorubicina liposomiale pegilata, l’etoposide, la gemcitabina, la vinorelbina, la trabectedina, usati singolarmente o in associazione. I medici di Humanitas studiano i potenziali nuovi farmaci attraverso protocolli di ricerca clinica.   Radioterapia La radioterapia consiste nell’uso di radiazioni ad alta energia per distruggere le cellule tumorali. Attualmente il suo utilizzo per il trattamento del cancro dell’ovaio è limitato in caso di recidiva o ripresa di malattia a distanza.   Protocolli di ricerca clinica Humanitas è un “Comprehensive Cancer Center” (Centro Oncologico), in cui una delle attività consiste nel disegno e nello sviluppo di protocolli di ricerca clinica. Si tratta dell’utilizzo controllato di nuove terapie non ancora approvate ufficialmente. I protocolli di ricerca clinica hanno lo scopo di determinare la sicurezza e l’efficacia di una terapia: possono non rappresentare una cura, ma prolungare la vita o migliorarne la qualità. Tali protocolli possono prevedere l’utilizzo di nuove molecole di diversa origine, come chemioterapici o terapie biologiche, la cui azione è mirata al meccanismo di proliferazione cellulare tipico di un preciso tipo di neoplasia (farmaci “intelligenti”). Per avere maggiori informazioni e capire quali protocolli possono essere adatti al proprio caso, è opportuno che il paziente si rivolga al proprio medico di fiducia.   Medici DOMENICO VITOBELLO Responsabile di Ginecologia RAFFAELE CAVINA Responsabile di Sezione – Oncologia medica ed Ematologia CRISTIANA BONIFACIO Aiuto – Radiologia diagnostica BARBARA FIAMENGO Assistente – Anatomia patologica ISABELLA MARIA GIOVANNA GARASSINO Assistente – Oncologia medica ed ematologia GABRIELE SIESTO Assistente – Ginecologia ANGELO TOZZI Assistente – Radioterapia Altre unità operative coinvolte: RADIOTERAPIA E RADIOCHIRURGIA – Responsabile MARTA SCORSETTI RADIOLOGIA – Responsabile LUCA BALZARINI MEDICINA NUCLEARE – Responsabile ARTURO CHITI

Tumore dell’utero

Tumore dell’utero   Il tumore dell’endometrio è una neoplasia decisamente frequente dell’utero e interessa soprattutto le donne in post-menopausa, quindi la fascia d’età che va dai 50 ai 70 anni. Questo specifico carcinoma è origine del’80% dei casi di tumore dell’utero, mentre i sarcomi rappresentano solo il 5% delle neoplasie maligne.   Spesso il tumore dell’endometrio viene diagnosticato a uno stadio iniziale, perché può determinare frequentemente sanguinamenti uterini anomali (tra un ciclo mestruale e l’altro) o dopo la menopausa. Le perdite di sangue comunemente presenti in molte donne che affrontano la menopausa a volte rappresentano il primo segnale di cellule che si stanno trasformando in tessuto tumorale quindi è sempre necessario fare un controllo ginecologico.   Fattori di rischio Le cause del tumore dell’endometrio non sono ancora del tutto chiare. Potrebbero rivestire un ruolo determinante i livelli di estrogeni nel sangue (ormoni femminili prodotti dalle ovaie).   Il tumore dell’endometrio è infatti più frequente in donne in cui esistono condizioni lasciano creare la predominanza estrogenica (elevati livelli di estrogeni senza o con bassi livelli di progesterone), quali: terapia sostitutiva estrogenica non bilanciata diabete obesità presenza di tumori che producono estrogeni menopausa tardiva sindrome dell’ovaio policistico nulliparità inizio precoce del ciclo mestruale assenza di ovulazione.   Altri fattori di rischio possono essere l’età, il diabete e la sindrome di Lynch, malattia che predispone al tumore dell’utero, dell’ovaio, del colon e dello stomaco.   Diagnosi La fase diagnostica prevede: valutazione accurata della storia clinica del paziente visita ginecologica ecografia transvaginale: è una metodica non invasiva ben tollerata dalle pazienti. Il medico inserisce in vagina un piccola sonda per valutare l’utero sfruttando le onde sonore.   Questo esame permette di valutare l’epitelio che riveste la cavità interna dell’utero (rima endometriale) che, se aumentato oltre determinati parametri, merita un approfondimento diagnostico.   Isteroscopia: è un esame endoscopico che in Humanitas viene eseguito in regime ambulatoriale con strumenti miniaturizzati, senza necessità di anestesia generale. Permette la visualizzazione diretta dell’interno della cavità dell’utero e consente un prelievo di tessuto endometriale (biopsia).   Risonanza Magnetica della pelvi: è una metodica non invasiva, che non utilizza radiazioni ionizzanti. E’lo strumento diagnostico di maggior dettaglio anatomico per lo studio della pelvi, in grado di valutare l’estensione loco-regionale della malattia (tumore primitivo ed eventuali linfoadenopatie) oltre che la struttura della lesione primitiva.   TAC del torace e dell’addome: è una metodica che utilizza radiazioni ionizzanti, ed è indispensabile per escludere depositi a distanza della malattia (polmone). PET: identifica le cellule tumorali in attività e può essere utilizzata in casi dubbi di localizzazioni metastatiche del tumore.   Trattamenti Il trattamento del tumore dell’utero generalmete più utilizzato è quello di entità chirurgica. In Humanitas l’intervento viene eseguito con tecnica mini-ivasiva, ossia senza il taglio sull’addome. Questa metodica si avvale della più moderna tecnologia mondiale, la chirurgia robotica (tecnica standard negli Stati Uniti). Questa procedura è anche la più usata per tutte quelle pazienti che presentano obesità sia medie che più gravi, dal momento che essa permette di limitare in modo considerevole tutta quella gamma di rischi e pericoli operatori e post-operatori, abbastanza frequenti nelle donne obese.   Chirurgia Intervento mini-invasivo – Il trattamento chirurgico standard prevede l’asportazione dell’utero, delle tube di Falloppio, delle ovaie, ed eventualmente un prelievo di linfonodi adiacenti con un approccio mininvasivo (laparoscopia con eventuale ausilio del robot). Solo in pochi casi si ricorre all’intervento tradizionale (laparotomia). Esame estemporaneo intraoperatorio – Permette di eseguire un’analisi macroscopica e/o microscopica dei tessuti (effettuata dall’anatomo-patologo) in pochi minuti, consentendo al chirurgo di stabilire durante l’intervento se il tumore è maligno e la sua esatta estensione, aumentando così la capacità di eseguire la procedura chirurgica più appropriata.   Esistono anche altre terapie quali chemioterapia, radioterapia, e ormonoterapia.   Chemioterapia La chemioterapia post-operatoria può migliorare la prognosi in pazienti con tumore dell’endometrioin stadio avanzato, o con malattia a elevato rischio di recidiva sistemica: si tratta di tumori con un’istologia poco differenziata (esempio con un grading G3) o con infiltrazione dei vasi sanguigni e/o linfatici. I farmaci maggiormente utilizzati sono i derivati del platino (cisplatino/carboplatino), il taxolo e l’antraciclina (epirubicina e adriamicina). Viene inoltre utilizzata nel trattamento della malattia metastatica.   Radioterapia Se la paziente è affetta da una forma aggressiva di tumore dell’utero o se è ad alto rischio di recidiva, può essere necessaria la radioterapia post-operatoria. In casi selezionati, quando la chirurgia è controindicata, il medico può raccomandare la radioterapia invece dell’intervento chirurgico. La radioterapia può consistere in una radioterapia a fasci esterni o nella brachiterapia. In caso di indicazione a radioterapia esterna, è possibile eseguire la radioterapia a intensità modulata (IMRT) allo scopo di ridurre il danno a carico dei tessuti sani vicini. Ormonoterapia Nei casi di malattia avanzata e/o qualora sia controindicato un trattamento chemioterapico, può essere indicata una terapia con progesterone.   Protocolli di ricerca clinica Humanitas è un “Comprehensive Cancer Center” (Centro Oncologico), in cui una delle attività consiste nel disegno e nello sviluppo di protocolli di ricerca clinica. Si tratta dell’utilizzo controllato di nuove terapie non ancora approvate ufficialmente. I protocolli di ricerca clinica hanno lo scopo di determinare la sicurezza e l’efficacia di una terapia: possono non rappresentare una cura, ma prolungare la vita o migliorarne la qualità. Tali protocolli possono prevedere l’utilizzo di nuove molecole di diversa origine, come chemioterapici o terapie biologiche, la cui azione è mirata al meccanismo di proliferazione cellulare tipico di un preciso tipo di neoplasia (farmaci “intelligenti”). Per avere maggiori informazioni e capire quali protocolli possono essere adatti al proprio caso, è opportuno che il paziente si rivolga al proprio medico di fiducia.   Trials Studio di fattibilità della radioterapia stereotassica body sbrt per pazienti con linfonodi metastatici per neoplasie genito urinarie gastro-enteriche e ginecologiche.   Medici DOMENICO VITOBELLO Responsabile di Ginecologia RAFFAELE CAVINA Responsabile di Sezione – Oncologia medica ed Ematologia CRISTIANA BONIFACIO Aiuto – Radiologia diagnostica BARBARA FIAMENGO Assistente – Anatomia patologica ISABELLA MARIA GIOVANNA GARASSINO Assistente – Oncologia medica ed ematologia GABRIELE SIESTO Assistente – Ginecologia ANGELO TOZZI Assistente – Radioterapia Altre unità operative coinvolte: RADIOTERAPIA E RADIOCHIRURGIA – Responsabile MARTA SCORSETTI RADIOLOGIA – Responsabile LUCA BALZARINI MEDICINA NUCLEARE – Responsabile ARTURO CHITI

Tumori ginecologici

Tumori ginecologici   Con il termine medico tumori ginecologici si intendono tutte quelle neoplasie che affliggono soprattutto il sesso femminile e colpiscono la zona relativa all’utero (endometrio e cervice uterina) e le ovaie. Il tumore della cervice uterina – la parte inferiore dell’utero – è molto diffuso e rappresenta nel mondo la prima causa di morte per tumore ginecologico. Il tumore a carico dell’utero più frequente è quello dell’endometrio, comune soprattutto in post menopausa. Il tumore delle ovaie può essere di tipo maligno o benigno e coinvolge quei piccoli organi, collocati a destra e a sinistra dell’utero, deputati alla produzione degli ormoni sessuali femminili e degli ovociti.   Quali sono le cause dei tumori ginecologici? Il tumore della cervice uterina è dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule che si trasformano in cellule maligne. L’infezione da Papilloma Virus (HPV) è uno dei maggiori fattori di rischio da tenere in considerazione perchè insieme ad tipologie di infezione del tratto genitale rientra proprio tra le cause scatenanti del tumore della cervice uterina.   Le cause del tumore dell’endometrio non sono ancora note del tutto, tra i fattori predisponenti la predominanza estrogenica (elevati livelli di estrogeni senza o con bassi livelli di progesterone); una condizione comune per esempio nei casi di obesità, diabete, menopausa tardiva. Il tumore dell’ovaio ha invece forte familiarità, altri fattori di rischio sono: sterilità, trattamento ormonale per l’infertilità, policistosi ovarica ed endometriosi e obesità.   Quali sono i sintomi dei tumori ginecologici? Il tumore della cervice uterina è soventemente – soprattutto nelle prime fasi – asintomatico. Eppure i segnali sintomatici non sono poi così chiari: sanguinamenti vaginali (al di fuori del ciclo), inusuali perdite vaginali, dolore a livello pelvico e durante i rapporti sessuali.   Anomali perdite di sangue vaginale (al di fuori del ciclo o in menopausa) sono il sintomo tipico anche del tumore dell’endometrio. Anche il tumore delle ovaie non ha sintomi specifici, facilmente confondibili con disturbi a livello di digestione o dolori addominali di altra natura.   Come prevenire i tumori ginecologici? Proteggersi dall’Infezione da HPV e dalle altre infezioni del tratto genitale può essere di aiuto nella prevenzione del tumore della cervice uterina, anche se l’uso del preservativo non esclude del tutto la trasmissione del virus.   Per saperne di più Tumori della cervice uterina Tumore dell’ovaio Tumore dell’utero

Vaginite

Vaginite   La vaginite è un disturbo medico che consisten in un’infezione più o meno grave della vagina che si manifesta con specifiche secrezioni dal colore bianco o giallastro, anche dal cattivo odore, e comporta in taluni casi anche fastidiose sensazioni di prurito e bruciore. I cambiamenti del ph vaginale influiscono notevolmente sul suo manifestarsi, in quanto essi limitano sensibilmente la regolarità fisiologica dei batteri normalmente presenti, in vagina, favorendo l’ingresso di germi patogeni. La vaginite può essere causata da batteri (Gardnerella), funghi (Candida) e protozoi (Trichomonas), ma può anche essere provocata da alterazioni ormonali (come la riduzione dei livelli di estrogeni del periodo post-menopausale).   Che cos’è la vaginite? Esistono diversi tipi di vaginite. Le cause più comuni sono: batteri funghi parassiti utilizzo di prodotti irritanti alterazioni ormonali   Quali sono le cause della vaginite? Alla base della vaginite possono esserci diverse cause. Si possono quindi distinguere: La vaginite batterica: generalmente i batteri “buoni” presenti nella vagina sono più numerosi dei batteri “cattivi”. Può capitare che, però, i batteri “cattivi” aumentino eccessivamente di numero sconvolgendo l’equilibrio della flora batterica vaginale, e causando la vaginite batterica. La vaginite da funghi: si verifica quando l’equilibrio vaginale subisce dei cambiamenti (per esempio dopo una terapia antibiotica) che permettono a specifici funghi – di solito la candida albicans – di attecchire. La vaginite da parassiti: è causata tipicamente da un protozoo chiamato Trichomonas vaginalis. È una delle più comuni infezioni sessuali: il microrganismo di solito infetta il tratto urinario negli uomini in modo asintomatico e viene poi trasmesso alla donna attraverso il rapporto sessuale. La vaginite non infettiva: diversi prodotti – detergenti intimi, detersivi per lavatrice, assorbenti, tamponi interni, spray vaginali, lavande, prodotti spermicidi – possono irritare i tessuti della vagina. Si definisce infine “vaginite atrofica” l’infiammazione della vagina causata da alterazioni ormonali (disturbo piuttosto frequente dopo la menopausa). La vaginite attinica: è l’infiammazione della vagina creata da terapie radianti, effettuate nella cura di alcuni tumori.   Quali sono i sintomi della vaginite? I sintomi della vaginite possono includere: cambiamento di colore, odore e/o quantità di secrezioni vaginali prurito e/o bruciore dolori o irritazione durante i rapporti sessuali minzione dolorosa leggeri sanguinamenti   Determinati sintomi possono aiutare a distinguere il tipo di vaginite:
  • nel caso della vaginite batterica il primo segnale di presenza di tale disturbo è costituito da tutte quelle perdite dal cattivo odore e dal colore bianco-grigiastro. L’odore può essere simile a quello del pesce e può risultare più forte dopo il ciclo mestruale o in seguito a un rapporto sessuale;
  • nella vaginite da funghi il sintomo principale è il prurito vulvo/vaginale, accompagnato da secrezioni bianche e consistenti (simili alla ricotta);
  • nella vaginite da tricomoniasi il sintomo principale è dato da secrezioni che possono andare dal giallognolo al verdastro, e possono essere schiumose. Si accompagna in genere a bruciori vulvo-vaginali.
  Come prevenire la vaginite? La prevenzione della vaginite è fondamentale e si attua tramire alcuni utili e sani gesti o abitudine da proporre nella propria routine quotidiana. Evitare le irrigazioni vaginali se non necessarie: la vagina richiede una normale pulizia, alla pari delle altre parti del corpo. Sottoporre la vagina a lavaggi troppo intensi – come le irrigazioni vaginali – può sconvolgere l’equilibrio dei batteri in essa normalmente presenti e aumentare il rischio d’infezioni. Dopo aver fatto uso della toilette, è buona regola pulirsi dal davanti verso il dietro, e non il contrario: in questo modo si evita la diffusione di batteri fecali alla vagina. Nel lavarsi, preferire la doccia al bagno: sciacquare bene il detergente utilizzato e asciugare bene per evitare il ristagno di umidità. Non usare saponi troppo aggressivi. Utilizzare il preservativo durante i rapporti sessuali aiuta a evitare le vaginiti che si trasmettono sessualmente.   Diagnosi A volte è la stessa sintomatologia riferita dalla paziente a permettere la diagnosi da parte dello specialista. Ovviamente è molto utile l’esame specialistico ginecologico. Se necessario, durante l’esame, lo specialista potrà prelevare un campione di secrezioni da far analizzare in laboratorio per confermare il tipo di vaginite.   Trattamenti Considerata la molteplicità di cause della vaginite, diversi sono i trattamenti a cui è possibile sottoporre le pazienti. Nel caso della vaginite batterica, potrà essere prescritto un trattamento a base di antibiotici da assumere per bocca o da applicare localmente (sotto forma di crema, ovuli o gel). La terapia dura in genere 5-7 giorni. La vaginite da funghi viene in genere trattata con farmaci antimicotici. La somministrazione può essere effettuata per via orale o locale (creme, ovuli, tavolette o capsule vaginali).   Contro la vaginite da tricomoniasi viene in genere prescritto l’uso di antibiotici per via orale, ma esistono anche trattamenti specifici topici. La vaginite atrofica può essere trattata efficacemente mediante l’utilizzo di estrogeni sotto varie forme (compresse, gel, creme, cerotti). L’utilizzo degli estrogeni deve sempre essere valutato dallo specialista ed evitato in presenza di controindicazioni. Laddove non è possibile prescrivere terapie ormonali, ci si limiterà all’utilizzo di prodotti emollienti e lubrificanti. Questi stessi prodotti, sono quelli utilizzati per lo più anche nella vaginite da raggi. Per trattare la vaginite non infettiva è necessario individuare – e rimuovere – la fonte di irritazione.