Aborto spontaneo

Aborto spontaneo   Il termine medico “aborto spontaneo” sta ad indicare un’interruzione di gravidanza che avviene spontaneamente entro i primi 180 giorni di gravidanza ed è un evento abbastanza comune: le statistiche evidenziano infatti che l’aborto spontaneo succede nel 30% delle gravidanze.   Che cos’è l’aborto spontaneo? L’aborto spontaneo può essere “completo” e dunque consistere nell’espulsione spontanea totale dell’embrione o feto senza vita, o “incompleto” o “ritenuto” ossia quando la gravidanza è parzialmente o completamente presente nella cavità uterina, ma non è presente nessuna attività cardiaca del feto.   Quali sono le cause dell’aborto spontaneo? Le cause che possono portare le donne in gravidanza ad un aborto spontaneo sono tante, tra le principali vi sono:
  • anomalie cromosomiche (è sicuramente la causa più frequente di abortività spontanea. La frequenza aumenta con l’aumentare dell’età materna);
  • malformazioni congenite (utero setto, unicorne ecc) o acquisite (polipi, fibromi) dell’utero;
  • incontinenza cervicale (il collo uterino tende a dilatarsi in epoca molto precoce di gravidanza, anche in assenza di contrazioni, conducendo all’espulsione del feto);
  • malattie autoimmuni o trombofiliche (in cui aumenti , cioè, la coagulazione del sangue);
  • patologie infettive come toxoplasmosi, rosolia, infezione da citomegalovirus che possono contagiare il feto e causarne la sofferenze e poi la morte;
  • infezioni vaginali non trattate;
  • insufficienza del corpo luteo che non produce abbastanza progesterone, l’ormone che favorisce l’impianto e il mantenimento della gravidanza nel primo trimestre.
  Quali sono i sintomi dell’aborto spontaneo? A volte possono capitare anche i cosiddetti aborti silenti, manifestazioni che nonostante la diagnosi è clinica fatta con l’ecografia, non hanno comunque presentato alcuna tipologia sintomatica. Altre casistiche hanno evidenziato invece perdite ematiche o contrazioni uterine. I sintomi con cui si può presentare un aborto spontaneo possono essere molto diversi tra loro e variabili in rapporto alle diverse situazioni cliniche.   Come prevenire un aborto spontaneo? Le azioni di prevenzione dell’aborto spontaneo sono anche molto diverse e variano in base alla causa all’origine dell’aborto. Il riposo è senza dubbio il principale deterrente e il trattamento fondamentale consigliato dal medico quando la gestante è un soggetto a rischio di minaccia d’aborto. – Una terapia preventiva a base di progesterone può essere efficace nei casi in cui si sospetti una insufficienza del corpo luteo. In caso di patologie autoimmuni (come la sindrome da antifosfolipidi) o in condizioni di eccessiva trombofilia, possono essere prescritti l’utilizzo di eparina o di acido acetil-salicilico. Quando i soggetti soffrono di incompetenza cervicale si esegue il cerchiaggio della cervice. È bene provvedere al trattamento di patologie come il diabete o a carico della tiroide già prima dell’inizio di una gravidanza.   Diagnosi In linea di massima la diagnosi di aborto spontaneo viene fatta a seguito di:
  • visita ginecologica;
Possono essere prescritti anche:
  • test di gravidanza;
  • dosaggio plasmatico della frazione beta dell’ormone della gravidanza (HCG). L’HCG viene prodotto a partire dall’impianto in utero e aumenta costantemente fino al terzo mese di gravidanza. Le sue modificazioni sono utili per capire l’evolutività o meno di una gravidanza.
  Trattamenti Diagnosticato un aborto spontaneo, le strade possibili sono generalmente due: 1) la terapia chirurgica: è il cosiddetto “raschiamento” mediante isterosuzione. In pratica, si procede all’aspirazione del materiale abortivo ritenuto in cavità uterina, mediante una cannula inserita attraverso il canale cervicale. 2) in alcuni casi si può decidere di attendere la spontanea espulsione del materiale abortivo dall’utero o facilitarne l’espulsione stessa tramite la somministrazione di farmaci che facilitino la contrazione uterina. Si parla in questo caso di “condotta di attesa”, che viene applicata quasi esclusivamente in presenza di aborto incompleto (più raramente nel caso degli aborti interni), e soprattutto se l’aborto è avvenuto nelle settimane iniziali di gravidanza.

Amenorrea

L’amenorrea è l’assenza di ciclo mestruale e viene generalmente suddivisa in:
  • Primaria: se la donna non ha mai avuto il ciclo mestruale, al compimento del sedicesimo anno di età
  • Secondaria: quando il ciclo mestruale, prima presente in modo più o meno regolare, si interrompe.
Che cos’è l’amenorrea? I soggetti maggiormente a rischio sono tutte quelle donne che hanno problemi di alimentazione e soffrono di disturbi che le portano ad avere un indice di massa corporea troppo basso o troppo elevato e le atlete sottoposte a rigorosi programmi di allenamento. In questi casi si è in presenza di una vera e propria assenza di ovulazione che non permette dunque di portare a termine il concepimento e le donne che ne sono affette riscontrano seri problemi a rimanere incinte. L’amenorrea di lunga data, associata a bassi livelli estrogenici, conduce dunque a maggiori rischi di osteoporosi. Quali sono le cause dell’amenorrea? A volte l’amenorrea è una situazione normale nella vita di una donna, come durante il periodo di gestazione, l’allattamento, la menopausa e, in alcuni casi, a causa dell’assunzione di contraccettivi. In altri casi l’assenza di mestruazioni può essere causata da alcuni farmaci (ad esempio antipsicotici, chemioterapici, antidepressivi o antipertensivi), dallo stress, dal fatto di essere sottopeso, dall’eccessivo esercizio fisico o da squilibri ormonali (sindrome dell’ovaio policistico, iper e ipotiroidismo, tumori benigni dell’ipofisi, menopausa precoce). L’amenorrea può anche essere causata dalla presenza di aderenze nella cavità uterina (per esempio dopo raschiamenti ripetuti). L’amenorrea primaria è generalmente dovuta ad anomalie congenite dell’apparato riproduttore (utero, ovaie, vagina) o ad alterazioni della mappa cromosomica (come avviene per esempio nella sindrome di Turner). Quali sono i sintomi dell’amenorrea? In linea di massima è possibile affermare che il maggiore sintomo dell’amenorrea è l’assenza delle mestruazioni, fenomeno a cui si aggiunge in base alle casistiche altre problematiche sintomatiche quali acne, cute e capelli grassi, ipertricosi (aumento della peluria sul corpo, tipicamente sul viso), galattorrea (ossia fuoriuscita di liquido simile al latte dai capezzoli), caduta dei capelli, sterilità. Come prevenire l’amenorrea? Frequentemente l”amenorrea è dovuta a stili di vita poco salutari. È importante quindi avere un rapporto equilibrato con il cibo, che permette di mantenere una massa corporea idonea al corretto funzionamento degli ormoni coinvolti nel ciclo mestruale. Inoltre in molti hanno notato che anche la riduzione dello stress e un giusto equilibrio tra impegni lavorativi e momenti di riposo aiuta a prevenire i disturbi del ciclo mestruale. Diagnosi Un’accurata raccolta anamnestica, l’iter diagnostico dell’amenorrea che prevede la visita ginecologica abbinata all’ecografia trans vaginale e/o trans addominale, consentirà al medico ginecologico di valutare con una visione appropriata e completa l’apparato riproduttore, prendendo così in esame il funzionamento delle ovaie e dell’utero ed escludere cause malformative o genetiche. Successivamente possono essere prescritti altri esami, fra cui:
  • test di gravidanza eseguito sulle urine o sul sangue (bhcg);
  • prelievo ematico in cui vengono valutati i livelli di alcuni ormoni di origine femminile o maschile (FSH – LH – PROLATTINA – TSH – ESTRADIOLO – PROGESTERONE – ORMONE ANTIMULLERIANO – TESTOSTERONE – CORTISOLO ecc);
  • isteroscopia (esame endoscopico che indaga la presenza di patologie a carico della cavità uterina);
  • In casi selezionati: risonanza magnetica della pelvi, laparoscopia.
Trattamenti Il trattamento dell’amenorrea non è mai univoco e varia a seconda delle cause della problematica stessa. Spesso, ci si limita all’osservazione e all’attesa di cicli mestruali spontanei, oppure (se la paziente non cerca figli) alla prescrizione della pillola contraccettiva Nelle pazienti affette da squilibri dell’alimentazione, si agisce prevalentemente sul recupero o perdita del peso corporeo Nei casi di amenorree anovulatorie in pazienti desiderose di prole, si stimola l’ovulazione con farmaci specifici, monitorando la crescita follicolare con ecografie seriate. Se sussistono problemi a carico dell’ipofisi (per esempio nella eccessiva produzione di prolattina) o della tiroide verranno prescritti farmaci specifici. Se il problema nasce da una patologia malformativa potrebbe essere necessario intervenire chirurgicamente.

Candida

Candida   Che cos’è la candida? L’infezione da Candida sta ad indicare in linea di massima la candidosi candidiasi, ossia l’infezione causata dalla Candida albicans, il fungo che si trova nelle mucose genitali. La Candida abita comunemente nella vagina, ma può mutare in patogena e causare conseguentemente irritazione anche grave alle mucose. Le statistiche rivelano che i 2/3 circa delle donne in età fertile almeno una volta nella vita ne sono state affette. La candida albicans si trova anche nel cavo orale, in questo caso può causare un’infezione fastidiosa denominata mughetto.   Quali sono le cause della candida? La candida albicans è naturalmente presente nel corpo umano e in una situazione normale non è fattore scatenanti di alcun fastidio. In determinate circostanze però può proliferare e manifestarsi con sintomi fastidiosi. Questo avviene, per esempio, dopo una terapia antibiotica, o anche nei soggetti immunodepressi, nelle donne diabetiche, in gravidanza o talvolta nelle donne che utilizzano i contraccettivi orali.   Quali sono i sintomi della candida? Le infezioni da candida possono verificarsi sia in soggetti donne sia gli uomini. Nelle donne i sintomi consistono per lo più in arrossamento delle mucose genitali, perdite bianche “tipo ricotta” e prurito; possono inoltre esserci dolore durante i rapporti sessuali e bruciore alla minzione, in quanto l’urina percorre i tratti di mucosa infiammata. Gli uomini hanno invece un’eruzione cutanea con arrossamento al glande che talvolta può coinvolgere anche l’area del prepuzio, con conseguente bruciore. Tuttavia numerosi soggetti hanno anche lamentato episodi di perdite biancastre e materiale caseoso intorno al prepuzio, frequentemente le casistiche hanno evidenziato che i sintomi appaiono a seguito di rapporti sessuali.   Come prevenire la candida? La Candidiasi non è necessariamente legata ai rapporti sessuali, anche se la trasmissione avviene per via sessuale e proprio per questo motivo il preservativo è un utile alleato nella prevenzione alla candida. Nella prevenzione della candidosi gioca un ruolo importante anche una corretta igiene intima, usando detergenti acidi. È consigliabile inoltre preferire biancheria di cotone ed evitare indumenti troppo stretti. Molti medici consigliano anche l’assunzione di lattobacili (fermenti lattici) per via vaginale e/o orale ogni volta che si deve effettuare una terapia antibiotica.   Diagnosi La candidosi può essere diagnosticata attraverso la storia clinica e l’esame obiettivo, oppure effettuando uno striscio vaginale nelle donne o un tampone uretrale negli uomini.   Trattamenti La candida si cura con trattamenti antifungini, la terapia potrebbe prevedere sia farmaci per bocca, sia per uso locale (creme, ovuli o lavande). È necessario trattare entrambi i partner sessuali, al fine di evitare il cosiddetto effetto “ping-pong”, ossia il passaggio dell’infezione dal partner non trattato all’altro. Il trattamento può essere efficace nel bloccare l’infezione, impedendo al fungo di proliferare, ma non può eliminarlo dall’organismo; sono pertanto possibili recidive in futuro.

Cervicite

Cervicite   La cervicite è l’infiammazione della cervice uterina, o collo dell’utero, la porzione inferiore dell’utero, localizzata in fondo al canale vaginale.   Che cos’è la cervicite? Spesso la cervicite è il risultato di un’infezione a trasmissione sessuale dovuta ad agenti patogeni come clamidia o gonorrea (la quale crea generalmente una cervicite muco-purulenta). Ma diverse possono essere le cause alla base di questa infezione. In alcuni casi la cervicite è asintomatica; in altri casi le donne che ne soffrono possono notare sanguinamenti intermestruali e cambiamenti nelle perdite vaginali.   Quali sono le cause della cervicite? Diverse sono le cause alla base della cervicite, per lo più sovrapponibili a quelle che provocano la vaginite. Tra le più frequenti troviamo: le infezioni sessualmente trasmesse da batteri e protozoi (tra cui gonorrea, clamidia, tricomoniasi) e virus (herpes genitale); reazioni allergiche: l’allergia agli spermicidi o al lattice dei preservativi; proliferazione batterica: una crescita eccessiva di alcuni batteri normalmente presenti nella vagina (condizione nota come “vaginosi batterica”) può portare all’infezione della cervice.   Quali sono i sintomi della cervicite? Spesso la cervicite è asintomatica. Quando, invece, sono presenti sintomi, quelli più frequentemente riportati dalle pazienti sono:
  • cambiamento di colore, odore e/o quantità di secrezioni vaginali
  • prurito e/o bruciori
  • dolori durante i rapporti sessuali
  • sanguinamenti intermestruali e/o in seguito a rapporti sessuali
  Come prevenire la cervicite? I trattamenti e gli accorgimenti per la prevenzione della cervicite sono vari:
  • dopo aver utilizzato la toilette, è buona regola pulirsi dal davanti verso il dietro, e non il contrario: in questo modo si evita la diffusione di batteri presenti nelle feci in vagina e all’ingresso del collo dell’utero;
  • utilizzare il preservativo durante i rapporti sessuali aiuta a evitare le malattie sessualmente trasmesse, potenzialmente responsabili di cerviciti.
  Diagnosi La diagnosi deve essere fatta da un medico specialistico, il quale potrà avvalersi di:
  • esame obiettivo ginecologico durante il quale verrà effettuata una palpazione degli organi pelvici e un’osservazione visiva della cervice;
  • prelievo di fluido cervicale da far analizzare;
  • esame delle urine, per escludere infezioni delle vie urinarie.
  Trattamenti Molte infezioni alla cervice regrediscono spontaneamente. Quando, tuttavia, il medico ravvisi l’esigenza di sottoporre la paziente a trattamento, le opzioni disponibili variano in base al tipo di cervicite: in caso di infezione batterica il trattamento prescritto sarà a base di antibiotici somministrati per via vaginale, orale o intramuscolare (nel caso per esempio dell’infezione gonococcica); se la causa è virale, come nel caso dell’herpes genitale, il trattamento si baserà sulla somministrazione di farmaci antivirali per uso locale o sistemico; nel caso di infezioni sessuali, per evitare di trasmetterle al proprio partner, è raccomandata l’astinenza dai rapporti sessuali fino a quando l’infezione non risulta regredita.

Cisti alle ovaie

Cisti alle ovaie   Le cisti ovariche sono neoformazioni sviluppatesi nelle ovaie, i due organi dove sono contenuti e maturano i gameti femminili (ovociti), posti lateralmente all’utero e in connessione con esso attraverso le tube. La formazione di cisti ovariche è un fenome che accade regolarmente e spesso non assume il carattere patologico che occorre invece curare, essendo legato al funzionamento delle ovaie. Si parla in questo caso di cisti funzionali che, quasi sempre, si riassorbono in modo spontaneo. Le cisti funzionali non causano generalmente problematiche nei soggetti femminili, anche se di grandi dimensioni, spesso sono indolori e scompaiono all’arrivo del ciclo mestruale. In rari casi possono rompersi e causare dolore o complicazioni emorragiche, imponendo un trattamento tempestivo, a volte chirurgico.   Situazione completamente differente è quella che riguarda la sindrome dell’ovaio policistico, il quale non assume una vera e propria cisti, ma solo un numero di strutture follicolari (e quindi di ovociti) superiore alla media, con ripercussioni sulla regolarità del ciclo mestruale.   Che cosa sono le cisti alle ovaie? Le ovaie sono ghiandole interessate da una attività dal carattere ciclico di intensa produzione ovocitaria, questa è per lo più connessa alla vita riproduttiva della donna e soggetta agli effetti degli ormoni sessuali che influiscono sulla produzione e maturazione dei follicoli. Spesso le cisti formatesi all’interno delle ovaie sono legate proprio a questa cronica attività di produzione e maturazione follicolare. Dato che sono dovute alla funzione dell’ovaio, vengono definite cisti funzionali e classificate in: cisti follicolari o luteiniche a seconda della fase del ciclo mestruale in cui si sviluppano.   Sono stati riscontrati anche casi in cui le cisti che hanno connessione diretta con il ciclo mestruale, ma sono delle specifiche neoformazioni dell’ovaio. Appartengono a questa categoria le cisti endometriosiche, i cistoadenomi sierosi o mucinosi e le cisti dermoidi.   Quali sono le cause delle cisti alle ovaie? Le cisti funzionali si manifestano a partire dalla crescita con ritmo eccessivamente intenso di un follicolo, quelle formazioni con struttura simile a una cisti. Crescono e maturano rilasciando mensilmente l’ovulo pronto per la fecondazione. Esistono anche problematiche pertinenti che riguardano più specificatamente un follicolo che continua a svilupparsi e ad accumulare liquido nelle aeree interne, causando dunque una cisti che, generalmente, si riassorbe dopo qualche settimana.   Gli endometriomi sono cisti che si originano con la manifestazione di tessuto endometriale (il tessuto che normalmente si trova all’interno della cavità uterina) in sedi “anomale”, ossia diverse da quella fisiologica. La sede ovarica è quella in cui più frequentemente si localizza una cisti endometriosica. La cisti endometriosica ha al suo interno sangue mestruale, prodotto dalle cellule endometriali, le quali si comportano come se fossero nella loro sede naturale, l’utero. Queste cisti vengono definite anche cisti “cioccolato” per il colore del loro contenuto ematico. Le dimensioni variano da pochi millimetri sino a 10 centimetri e possono essere monolaterali o bilaterali. Il cistoadenoma è un’altra tipologia di cisti sviluppatasi sull’area propria del tessuto ovarico: può essere piena di muco (cistoma mucinoso) o siero (cistoma sieroso). La cosiddetta cisti dermoide (o teratoma cistico maturo) è una formazione cistica di derivazione embrionaria che, oltre al sebo, tende ad includere e quindi contenere altri tessuti, come capelli, denti, frammenti di tiroide, ossa.   Quali sono i sintomi delle cisti alle ovaie? Le cisti ovariche benigne generalmente non danno sintomi e spesso sono destinate a scomparire spontaneamente. Tuttavia, se la cisti tende a ingrandirsi oppure se si tratta di una cisti di natura endometriosica, si possono manifestare diversi sintomi che includono:
  • Dolore o senso di peso pelvico, che si intensifica nel periodo intorno al ciclo mestruale.
  • Dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia).
  • Minzione frequente, per la pressione della cisti sulla vescica.
  • Dolore o fastidio intestinale.
  • Febbre
  • Aumento di volume dell’addome
  In alcuni casi le cisti, più di frequente le cisti dermoidi o i cistoadenomi, possono torcersi, causando una condizione di dolore acuto che può richiedere un intervento chirurgico urgente. Talvolta (in particolare se si tratta di cisti endometriosiche) possono interferire con la possibilità di ottenere una gravidanza o con l’andamento della gravidanza stessa.   Una cisti può anche rompersi, dando così inizio a fenomeni problematici e fastidiosi, nonché anche più gravi a volte, di dolore acuto e sanguinamento nella cavità peritoneale, oppure può infettarsi con conseguente febbre, dolore addominale e alterazioni dell’alvo (diarrea). Con più frequenza accade che le cisti ovariche è benigna ma, soprattutto dopo i 40 anni e in età post-menopausale, le cisti possono essere di natura tumorale maligna o borderline.   Come prevenire le cisti alle ovaie? La prevenzione delle cisti ovariche si attua sottoponendosi regolarmente alle visite ginecologiche di controllo. È importante eseguire una visita specialistica con controllo ecografico, in presenza di sintomi di nuova insorgenza, come dolori pelvici, irregolarità del ciclo mestruale o aumento di volume dell’addome. L’utilizzo della pillola anticoncezionale permette una diminuzione del rischio di sviluppare una cisti ovarica.   Diagnosi La diagnosi delle cisti ovariche si ottiene attraverso:
  • Esame obiettivo ginecologico
  • Ecografica pelvica trans vaginale o trans addominale. Questa indagine include l’esame principale per la rilevazione di una cisti ovarica, per determinarne della sua specifica essenza originale e dunque definirne la natura benigna o maligna.
  • Tecnica chirurgica che, attraverso l’introduzione di una telecamera all’interno dell’addome, permette di diagnosticare e al tempo stesso asportare una neoformazione ovarica. Dosaggio plasmatico di markers specifici per le neoformazioni ovariche, come il CA 125 o il Ca19,9, sostanze che, quando presenti a livelli elevati nel sangue, possono far sospettare una natura maligna e dare quindi l’indicazione a un intervento chirurgico. L’utilizzo di questi markers detiene in effetti delle specifiche indicazioni nelle attività di follow-up di cisti già operate piuttosto che nell’iter diagnostico di partenza.
  • TAC o Risonanza magnetica nucleare. In casi selezionati, per risolvere dubbi diagnostici sulla natura o sulla sede di una cisti.
  Trattamenti Le cisti ovariche sono spesso indolori e innocue. Le cisti funzionali, le più frequenti, scompaiono da sole in un paio di cicli mestruali. Se gli esami indicano la presenza di una cisti di natura benigna, ed essa è asintomatica, è necessario soltanto eseguire un monitoraggio ecografico periodico, per controllare aspetto e dimensioni della neoformazione. Talvolta, il medico può anche prescrivere un contraccettivo orale che può permettere il riassorbimento o la riduzione volumetrica della cisti, ne riduce il rischio della formazione di nuove e lo sviluppo di un cancro ovarico. La soluzione chirurgica si rende necessaria quando le cisti tendono ad aumentare di volume o presentano un cambiamento della loro morfologia, che può far sospettare la natura maligna o borderline della formazione. Può essere necessaria anche quando la presenza della cisti si associa a dolore pelvico o all’infertilità. L’intervento chirurgico può prevedere la semplice asportazione della cisti, oppure dell’intero ovaio, a seconda della natura della cisti, delle sue dimensioni e dell’età della paziente. In presenza di cisti ovariche maligne può essere necessario asportare anche l’utero e l’ovaio contro laterale.

Cistite

Cistite   La cistite è un’infiammazione acuta, subacuta o cronica della vescica ed è per lo più assciabile ad un’infezione batterica, altre volte, anche se con frequenza assai minore, la causa scatenante può essere identificabile nell’assunzione di farmaci o molecole irritanti come prodotti per l’igiene intima o gel spermicidi.   Che cos’è la cistite? L’infiammazione della vescica associata alla zona della cistite può provocare fastidi di varia entità, a volte anche molto dolorosi. Nella maggiorparte dei casi non si tratta di un problema pericoloso per la salute, salvo le casistiche registrate in cui l’infezione arriva ad estendersi anche ai reni.   Quali sono le cause della cistite? La cistite è generalmente sostenuta da germi che popolano l’ultimo tratto dell’intestino; in molti casi il batterio in questione è l’Escherichia coli. Questi microrganismi possono raggiungere la vescica dall’esterno tramite l’uretra, dall’interno attraverso la propagazione da organi vicini, o ancora per via ematica. Più raramente può essere sostenuta da infezioni virali o fungine. Esistono, però anche forme di cistite non associate a un’infezione batterica. È questo il caso della cistite interstiziale, un’infiammazione cronica della vescica dalle cause non ancora chiarite, probabilmente di origine multifattoriale; della cistite scatenata dai farmaci; della cistite associata a trattamenti con radiazioni; della cistite da sostanze chimiche.   Quali sono i sintomi della cistite? I sintomi principali della cistite includono uno stimolo persistente, frequente e urgente a urinare in piccole quantità e una sensazione di bruciore durante la minzione. A questi si possono aggiungere la presenza di sangue nelle urine, dolore o sensazione di pressione nell’area pelvica, urine opache e dall’odore intenso e una leggera febbre.   Come prevenire la cistite? La prevenzione migliore dei fastidi della cistite è bere molto. Inoltre è consigliabile regolarizzare l’intestino, assecondare lo stimolo alla minzione e pulirsi sempre con movimenti dall’avanti al dietro per evitare che i batteri passino dal distretto anale all’uretra, soprattutto nel caso delle donne. In aggiunta, durante il ciclo mestruale e dopo l’attività sessuale, le norme igieniche vanno rispettate e intensificate. E’ essenziale limitare se non evitare del tutto l’utilizzo di prodotti irritanti. Si deve cercare anche di non trattenere l’urina per troppe ore e svuotare bene la vescica più volte al giorno.   Infine, ma non per ultimo, indossare abitualmente indumenti intimi stretti o in tessuto sintetico o anche pantaloni troppo aderenti è pericoloso non solo per il surriscaldamento della zona pelvica, ma anche per l’irritazione locale che questi indumenti possono causare. Il tutto promuove l’insorgenza di disturbi fastidiosi dell’apparato genitale esterno (arrossamenti cutanei, comparsa di prurito e qualche lesione da grattamento) e di conseguenza prepara il terreno ai batteri.   Diagnosi In presenza dei sintomi della cistite il medico può prescrivere in prima battuta l’analisi delle urine e l’urinocoltura per verificare la presenza di batteri e identificarli. Esami di secondo livello saranno prescritti in base alla storia clinica del paziente al fine di escludere condizioni patologiche pre-esistenti che possono rendere la cistite una loro conseguenza.   Trattamenti In genere la cistite, se scatenata da un’infezione batterica, può essere curata con l’assunzione di antibiotici. Più in generale, il trattamento più adatto dipende dalla causa alla base dell’infiammazione. Nel caso della cistite batterica la durata del trattamento varia a seconda del tipo e della gravità dell’infezione e dalla storia clinica del paziente. Il trattamento della cistite interstiziale è più complesso e può prevedere l’utilizzo di farmaci assunti per via orale, instillati o infiltrati in vescica, manipolazioni della vescica stessa o la stimolazione di alcuni nervi al fine di ridurre il dolore o la frequenza della minzione. Importante escludere e quindi trattare condizioni predisponenti di base che possono essere la causa della cistite stessa.

Cistite interstiziale (Dolore pelvico cronico)

Cistite interstiziale (Dolore pelvico cronico)   Con il termine di cistite interstiziale si indica una disfunzione medica cronica nelle pareti pelviche che permette un normale urinare. Il dolore è percepito come costante oppure ciclico da più di sei mesi.   Che cos’è la cistite interstiziale? La cistite interstiziale è una condizione del corpo umano in cui si ha un’infiammatoria cronica della vescica e può affliggere soggetti di qualsiasi età, uomini o donne – anche se si riscontra con maggiore facilità nei pazienti di genere femminile. Al contrario di quanto accade dei casi di soggetti affetti da cistite comune non è causata da stress, viceversa il dolore continuo può causare disturbi psicologici quali ansia e depressione. L’evoluzione della malattia è lentamente ma progressivamente ingravescente, con deterioramento delle funzioni vescicali e ripercussioni che possono avere un impatto negativo sulla qualità della vita.   Quali sono le cause della cistite interstiziale? Le cause che danno origine ai casi di problemi di cistite interstiziale non sono attualmente note del tutto, per lo più si ritiene che la principale causa scatenante possa essere identificabile con l’infezione delle vie urinarie, un intervento chirurgico o anche una malattia virale. L’ipotesi più accreditata resta tuttavia quella del progressivo indebolimento del rivestimento delle pareti vescicali, costituito da glicosaminoglicani, con funzioni di sostegno e protezione. L’assottigliamento dello strato protettivo permette alle sostanze irritanti nelle urine di aggredire le pareti vescicali, innescando un processo infiammatorio.   Sintomi Le statistiche indicano il 33% dei casi presenta una sintomatologia decisamente simile ai sintomi che si manifestano nei casi di cistiti, si presenta dunque una situazione che è associata a stimolo impellente a urinare e dolore durante la minzione. A differenza della cistite comune, però, si ritiene che la cistite interstiziale non sia causata da batteri, e che per questo non risponda alla terapia convenzionale con antibiotici. Il dolore spesso interferisce con la vita sessuale, che risulta ostacolata da questo disturbo. Gli uomini possono manifestare dolore ai testicoli, allo scroto, al perineo o al pube, e avere anche episodi di eiaculazioni dolorose. Pare inoltre che la cistite interstiziale sia associata ad alcune condizioni croniche e sindromi dolorose come la vestibolite vulvare, le fibromialgie e la sindrome del colon irritabile.   Diagnosi Spesso non è semplice arrivare ad una diagnosi. Esami delle urine (urinocoltura, citologia urinaria, ricerca del BK nelle urine) ed ecografie dell’apparato urinario sono utili a escludere altre patologie vescicali con sintomatologia simile. Altri accertamenti sono l’uretrocistoscopia (endoscopia della vescica attraverso l’uretra) in narcosi con distensione della vescica, utile a evidenziare eventuali emorragie puntiformi e ulcere (ulcere di Hunner, dal nome dello studioso che per primo le ha descritte) che sono nettamente pertinenti alla malattia. La distensione della vescica, fatta in anestesia generale e consistente nel riempimento della vescica con una soluzione fisiologica, può inoltre contribuire ad alleviare il dolore. Infine, la biopsia della vescica consiste nel prelievo di un frammento della parete vescicale. Con un esame istologico mirato, è possibile escludere patologie più gravi, nonché la presenza e il grado di infiammazione provocato dalla cistite interstiziale.   Trattamenti Per curare la cistite interstiziale può essere necessario combinare una pluralità di trattamenti. Le terapie possono essere orali, con farmaci che contribuiscono a riparare la mucosa vescicale danneggiata, nonché antidepressivi, antinfiammatori, analgesici, antistaminici. Terapie endovescicali, con instillazione di glicosaminoglicani. Soluzioni a base di acido ialuronico e condroitinsolfato che possono migliorare la sintomatologia. In ogni caso, una diagnosi precoce è fondamentale per evitare danni irreversibili e per individuare il prima possibile una terapia idonea.

Cistocele

Cistocele   Il cistocele è un prolasso della vescica, ossia una specifica problematica dell’organismo umano che prevede una situazione in cui il tessuto di supporto tra vescica e parete vaginale risulta indebolita e questo porta alla formazione di una vescica sporgente all’interno della stessa vagina.   Che cos’è il cistocele? A volte la vescica può arrivare a sporgere nella vagina: questo prolasso prende il nome di cistocele ed è associato a un indebolimento del tessuto di supporto 0mpresente fra i due organi. Il rischio di avere a che fare con questa condizione aumenta in caso di parto naturale, nelle donne sottoposte a isterectomia e con l’invecchiamento, soprattutto dopo la menopausa, quando i livelli degli ormoni che contribuiscono a rafforzare i muscoli pelvici diminuiscono. A volte entra in gioco anche la predisposizione genetica. Alcune donne, infatti, nascono con tessuti connettivi più deboli, una condizione che le rende più predisposte allo sviluppo di un cistocele.   Quali sono le cause del cistocele? La formazione del cistocele è associata a un indebolimento dei muscoli e dei legamenti del pavimento pelvico, che può essere dovuto all’invecchiamento o a traumi variabili dalle forze cui sono sottoposti durante il parto a una tensione muscolare cronica. Fra i fattori di rischio sono inclusi la gravidanza e il parto naturale, il sovrappeso e l’obesità, il sollevamento ripetuto di pesi eccessivi, gli sforzi associati ai movimenti intestinali e tosse o bronchite croniche.   Quali sono i sintomi del cistocele? I casi di cistocele lievi possono rimanere asintomatici. Nelle altre situazioni i sintomi possono arrivare ad includere una larga gamma di sensazioni tra cui anche un senso di pienezza o di pressione a livello pelvico e vaginale (soprattutto quando si rimane in piedi a lungo), un fastidio che aumenta in caso di sforzo, tosse, pressione o sollevamenti, la protrusione di tessuti che nei casi più gravi possono fuoriuscire dalla vagina dando la sensazione di essere sedute su un uovo e che possono rientrare nei momenti in cui si assume una posizione sdraiata, la sensazione di non aver svuotato completamente la vescica dopo la minzione, infezioni ripetute alla vescica e dolore o perdita di urina durante i rapporti sessuali.

Clamidia

Clamidia   La Clamidia è una malattia sessualmente trasmessa causata dall’infezione di un microrganismo, la Clamidia Trachomatis. Questo batterio si trasmette prevalentemente attraverso i rapporti sessuali. È ammessa anche la trasmissione verticale da madre a figlio durante la gravidanza. L’infezione da Clamidia colpisce prevalentemente le donne, ma non disdegna il sesso maschile. La malattia è quasi sempre asintomatica, oppure può dare sintomi modesti che vanno dall’irritazione vaginale a bruciori e irritazione durante la minzione, sino alla sensazione di peso e dolenzia a livello pelvico e a perdite ematiche vaginali. Se l’infezione progredisce, possono esserne intaccate le tube e le ovaie, con la formazione di processi infiammatori a loro carico (idrosalpinge, ascesso tubarico, sindromi aderenziali) e l’aggravamento dei sintomi (dolori addominali, febbre, diarrea, nausea). I processi infiammatori a carico della pelvi e delle tube, portano a una diminuzione della funzione degli organi riproduttivi, con rischio di infertilità. Di frequente, quindi, proprio la sua natura di malattia “silenziosa” porta a trascurare i rischi, che, invece, in alcuni casi possono essere molto importanti. Basti pensare che la Clamidia è una delle malattie sessualmente trasmesse più diffuse al mondo, insieme a Gonorrea e Sifilide (in passato chiamate malattie veneree). Per questo quando si presentano sintomi anche transitori, ma anomali, bisognerebbe riferirli subito al medico curante per gli esami del caso.   Che cos’è la clamidia? La Clamidia è un’infezione batterica, causata da un microorganismo, la Clamydia trachomatis ed è una delle più comuni. Decisamente frequente nelle donne, affligge indifferentemente uomini e donne, con un picco intorno ai vent’anni, ossia all’inizio della vita sessuale attiva. Il batterio si trasmette, infatti, prevalentemente attraverso rapporti sessuali non protetti, vaginali, anali e orali, e anche durante la gravidanza dalla madre al feto.   Quali sono i sintomi della clamidia? I sintomi della Clamidia sono spesso lievi e transitori. Generalmente includono:
  • Dolore mentre si urina (dolore minzionale)
  • Macchie arrossate sui genitali
  • Dolori al basso ventre o senso di peso
  • Prurito genitale e pubico
  • Perdite vaginali nelle donne
  • Rapporti sessuali dolorosi nelle donne (dispareunia)
  • Dolore ai testicoli negli uomini
  • Dolore rettale nell’uomo e nella donne
  • Ingrossamento dei linfonodi inguinali
  Quali sono le cause della clamidia? La causa della malattia è un batterio, la Clamydia trachomatis, che si trasmette durante i rapporti sessuali e per via materno-fetale.   Diagnosi La diagnosi della patologia a volte è semplice e rapida. Generalmente si esegue mediante: Un tampone vaginale e cervicale, nel caso delle donne, uretrale o anale nel caso di entrambi i sessi. Un test colturale delle urine, per uomo e donna, per individuare la presenza del batterio.   A volte la diagnosi è più difficile e si attua solo attraverso la laparoscopia, esame endoscopico che si effettua introducendo uno strumento ottico, collegato a una telecamera, in addome. La laparoscopia permette l’individuazione delle aderenze formatesi a carico degli organi pelvici e delle alterazione delle tube e delle ovaie a seguito del processo infiammatorio acuto o cronico.   Trattamenti La Clamidia si cura con antibiotici mirati. Sono necessarie, mediamente, due settimane di cura durante le quali si assume l’antibiotico prescritto dallo specialista. L’antibiotico è in grado di debellare l’infezione, ma non di eliminare i danni d’organo creati dal microorganismo.   Come prevenire la clamidia? La prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse risiede principalmente nell’adozione di una sana e corretta vita sessuale (igiene durante e dopo i rapporti, utilizzo del preservativo, attenzione alla scelta dei partners sessuali). Nelle malattie a trasmissione sessuale il preservativo non è sempre sufficiente a proteggere completamente dalle malattie, ma è il mezzo più efficace per ridurre il rischio di infezione.  

Dismenorrea (dolori mestruali)

Dismenorrea (dolori mestruali)   Dismenorrea è il termine medico con cui vengono indicati i dolori associati al ciclo mestruale. In alcuni casi, la sintomatologia è gestibile con facilità grazie a trattamenti come l’assunzione di antidolorifici; per alcune donne, invece, si tratta di un problema estremamente debilitante che può interferire con le normali attività quotidiane.   Che cos’è la dismenorrea? La dismenorrea è un disturbo che accumuna moltissime donne, soprattutto quelle che rientrano nella fascia d’età sotto i 20 anni o le donne che hanno avuto il primo ciclo prima degli 11 anni, quelle che soffrono di mestruazioni abbondanti o che hanno un ciclo irregolare, le donne che non hanno avuto figli o le cui madri soffrono o hanno sofferto di dismenorrea, nonché le donne con il vizio del fumo. In linea di massima la dismenorrea non viene collegata a ulteriori complicazioni dell’apparato riproduttivo, ma se a causarla sono patologie specifiche, la sintomatologia algica può interessare anche la fase pre e post mestruale e a volte può arrivare a causare la comprimissione anche più seria della qualità della vita, così da creare scompensi con la sfera del lavoro e delle altre attività che fanno parte della routine quotidiana   Quali sono le cause della dismenorrea? Frequentemente la causa originaria del dolore mestruale non è una sola causa specifica. In questo caso si parla di dismenorrea primaria. Nei casi di dismenorrea secondaria, invece, i sintomi sono legati a patologie dell’apparato riproduttivo, come l’endometriosi, l’adenomiosi, fibromi uterini, infezioni o stenosi (restringimenti) della cervice uterina. Le contrazioni dell’utero promosse dalle prostaglandine, ossia molecole associate all’infiammazione, sono la causa scatenante dei dolori che a volte assumono entità anche molto dolorosa. Alcuni medici ritengono che nel momento in cui queste assumono eccessiva intensità, i vasi sanguigni si ristringono irrorando l’utero e limitando l’apporto di ossigeno per periodi di scarsa entità.   Quali sono i sintomi della dismenorrea? La dismenorrea si presenta come una serie di dolori crampiformi e colici (ossia con momenti di maggior sofferenza e momenti in cui il dolore è minore) che colpisce la parte bassa dell’addome. La sintomatologia dolorosa può estendersi alla parte bassa della schiena e agli arti inferiori e può essere associata a nausea, vomito, vertigini, sudorazione intensa ed episodi diarroici. Nel caso della dismenorrea primaria in genere i dolori iniziano 1 o 2 giorni prima delle mestruazioni e durano per 12-72 ore, si riducono con l’avanzare degli anni e possono scomparire dopo la prima gravidanza. Quando si presenta invece come secondaria, il dolore della dismenorrea di presenta prima e dura per periodi maggiori senza essere associato ad ulteriori sintomatologie.   Come prevenire la dismenorrea? Non è attualmente noto un trattamento per la dismenorrea. Tuttavia, un’alimentazione sana può aiutare a ridurre i sintomi.   Diagnosi La diagnosi di dismenorrea prevede l’incontro con il medico specialista, il quale chiede alla paziente di descrivere i sintomi avvertiti ed esamina lo stato di salute degli organi riproduttivi attraverso la visita e l’ecografia transvaginale. In caso di sospetta dismenorrea secondaria possono essere prescritti i seguenti esami:
  • Risonanza magnetica
  • Isteroscopia
  • Laparoscopia
  Trattamenti Nel caso della dismenorrea secondaria la terapia più adatta dipende dalla patologia associata ai dolori. Solo trattando quest’ultima è infatti possibile eliminare o ridurre il dolore. In caso di dismenorrea primaria l’unico approccio terapeutico possibile è quello a base di farmaci antinfiammatori non steroidei, che aiutano a contrastare il dolore, o di anticoncezionali. La pillola, infatti, impedisce l’ovulazione e, quindi, riduce l’intensità degli spasmi dell’utero. Spesso inoltre si ricorre alla supplementazione di magnesio (che riduce gli spasmi muscolari) in fase pre-mestruale.

Endometriosi

Endometriosi   Con il termine endometriosi si indica un disturbo patologico benigna molto comune in ginecologia e in medicina della riproduzione. Si tratta si una patologia che prevede la presenza di tessuto endometriale (il tessuto che normalmente si trova solo all’interno della cavità uterina) in sedi diverse da quelle fisiologiche. È una patologia molto frequente nella popolazione generale e si calcola che possa interessare il 10-20% delle donne in età fertile. Colpisce infatti prevalentemente donne tra i 25 e i 35 anni ed è praticamente assente nell’età pre-puberale e post-menopausale.   Che cos’è l’endometriosi? L’endometriosi si presenta in un’ampia gamma di sedi, anche molto diverse tra loro, ma sicuramente quella più comune è quella ovarica, dove spesso si formano cisti con dimensioni che vanno da pochi millimetri sino a 10 centimetri e possono essere monolaterali o bilaterali. La cisti endometriosica contiene sangue che è a tutti gli effetti sangue mestruale, prodotto dalle cellule endometriali, le quali si comportano come se fossero nella loro sede naturale, l’utero. Queste cisti vengono definite anche cisti “cioccolato” per il colore del loro contenuto ematico.   Altre localizzazioni dell’endometriosi sono:
  • – il peritoneo pelvico (fossette ovariche, legamenti uterini, setto retto/vaginale, plica vescico/uterina, peritoneo pelvico peri viscerale).
  • – organi pelvici quali la vescica, l’uretere o l’intestino.
Lo spessore della parete uterina (in questo caso l’endometriosi viene definita adenomiosi). Organi o tessuti collocati in aree esterne alle pelvi, come la pleura (in questo caso si parla di endometriosi extra-pelvica e si tratta di manifestazioni più rare della patologia).   Quali sono le cause dell’endometriosi? Nonostante si tratti di una patolopgia medica presa in grande considerazione dalla comunità medica, gli studiosi e i ricercatori non hanno ancora definito il meccanismo specifico che sta alla base della sua formazione. Una delle teorie più antiche, ma a tutt’oggi tra le più accreditate, è quella della cosiddetta “mestruazione retrograda”, ovvero che, durante la mestruazione, il sangue refluisca dall’utero nella pelvi, attraverso le tube, conducendo all’impianto di cellule endometriali sul peritoneo e sugli organi pelvici. Ma probabilmente questa teoria, da sola, non basta a spiegare l’insorgenza dell’endometriosi. Esistono poi numerosi studiosi che ritengono probabile una sua origine dovuta a metaplasia (ossia una modificazione ex novo) del tessuto di rivestimento della pelvi o da una disseminazione delle cellule endometriali per via linfatica o ematica (quasi come un vero e proprio meccanismo metastatico). Si prende anche in considerazione l’ipotesi che sia la predisposizione genetica l’origine vero e proprio dello sviluppo dell’endometriosi o un’alterazione del sistema immunitario, che permetta, in alcune donne, l’impianto di queste cellule e lo impedisca in altre.   Quali sono i sintomi dell’endometriosi? Esistono numerose casistiche registrate che presentan situazioni in cui l’endometriosi è priva di sintomi e viene occasionalmente scoperta attraverso un’indagine ecografica di routine o nel corso di un intervento laparoscopico (eseguito nella maggior parte dei casi per infertilità). Altre volte, la malattia è caratterizzata da una serie di sintomi che possono diventare anche molto invalidanti:
  • Dolore pelvico, soprattutto in fase peri-mestruale;
  • Mestruazioni dolorose (dismenorrea);
  • Dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), accentuata soprattutto nel periodo pre e post mestruale;
  • Irregolarità dei cicli mestruali con sanguinamenti anomali;
  • Dolore alla defecazione;
  • Sterilità.
  Qual è l’associazione tra endometriosi e infertilità? L’associazione dell’endometriosi con la sterilità non è del tutto chiarita. Nelle endometriosi di alto grado l’infertilità è essenzialmente dovuta a fattori meccanici dati dal sovvertimento degli organi pelvici e alla formazione di aderenze con conseguente alterazione dei rapporti tra le tube e le ovaie. Inoltre, i grossi endometriomi ovarici potrebbero contrastare i normali meccanismi ovulatori, così come la presenza di adenomiosi uterina potrebbe avere un impatto decisamente non negativo con le possibilità di avere una gravidanza. Meno spiegabile è invece il rapporto tra l’infertilità e gradi leggeri di endometriosi, in cui entrano probabilmente in gioco fattori infiammatori immunologici e vascolari non ancora del tutto chiariti.   Diagnosi Nell’iter diagnostico, molto importante è l’anamnesi accurata della paziente. La prassi per identificare il disturbo vuole che la donna risponda ad una specifica serie di domande, soprattutto se soffre di patologie collegabili all’infertilità, se manifesta uno dei sintomi che possano essere riferiti alla presenza di endometriosi, ossia dolore pelvico cronico o ciclico, senso di peso, dolori mestruali in aggravamento, dolori durante i rapporti sessuali (in particolare durante la penetrazione profonda), dolori alla defecazione. Il secondo step è l’esame fisico della paziente, che può permettere di diagnosticare localizzazioni endometriosiche a livello del setto retto vaginale, sulla cervice uterina o a livello dei fornici vaginali. L’esame fisico può inoltre rilevare particolari “fissità” degli organi pelvici, che devono far sospettare la presenza di endometriosi. Uno strumento molto importante di diagnosi è l’ecografia trans vaginale. Attraverso l’esame ecografico è possibile visualizzare le formazioni cistiche endometriosiche a carico delle ovaie, dell’utero e degli altri organi pelvici, nonché cercare di identificare un eventuale sovvertimento anatomico che diverse casistiche di endometriosi comportano.   In casi molto selezionati può essere richiesta una RMN della pelvi, ma, dato il costo della procedura, la quale spesso non migliora le capacità diagnostiche di una buona ecografia trans vaginale, il suo utilizzo va limitato a quesiti particolari o per endometriosi che interessino organi non ginecologici (uretere, intestino, localizzazioni extra pelviche della malattia). Lo strumento che meglio di ogni altro permette di rilevare l’endometriosi e di stadiarla è la laparoscopia. La laparoscopia è una tecnica chirurgica cosiddetta non-invasiva, nella quale, attraverso l’introduzione di una sonda collegata a una telecamera, nell’ombelico, è possibile visualizzare gli organi pelvici e, se necessario, sottoporli a interventi operativi.   La laparoscopia consente di poter arrivare ad una diagnosi di endometriosi in pazienti non sintomatiche, confermare la diagnosi ecografica di endometriosi o visualizzare i piccoli impianti peritoneali non visualizzabili con l’ecografia transvaginale. Infatti, la laparoscopia, tramite l’azione di magnificazione, permette l’individuazione di noduli endometriosici anche molto piccoli. Non tutte le pazienti vanno avviate a una laparoscopia. È compito infatti dello specialista decidere in quali casi sia necessario suggerire uno strumento di diagnosi chirurgica. Nelle donne asintomatiche il ricorso alla laparoscopia non è giustificato. È lo specialista che decide, caso per caso, quali pazienti avviare a una indagine laparoscopica. La laparoscopia permette di eseguire una stadiazione della malattia endometriosica, secondo una classificazione creata dalla Società Americana di Medicina Riproduttiva nel 1996.   Trattamenti La terapia dell’endometriosi si avvale di varie strategie che vanno dalla semplice osservazione, alle terapie mediche, alle terapie chirurgiche. Alle pazienti asintomatiche e/o con piccoli endometriomi a carico delle ovaie e/o con impianti peritoneali non rilevanti, può essere proposta una semplice condotta d’attesa.   Le terapie mediche possono essere proposte alle pazienti che presentano sintomatologia dolorosa o per prevenire le recidive di endometriosi in pazienti già sottoposte a chirurgia. I presidi medici più comunemente usati sono i preparati a base di progesterone o le associazioni estro progestiniche, ossia la classica pillola anticoncezionale, farmaci che possono essere utilizzati per lunghissimo tempo e che agiscono molto bene sulla risoluzione del dolore. Esistono poi altri farmaci, più costosi e non utilizzabili a lungo, il cui utilizzo va valutato dallo specialista. Le terapie mediche non vengono prescritte per guarire l’endometriosi, ma per tenerne sotto controllo i sintomi, migliorando così la qualità di vita delle pazienti affette da questa patologia.   Il ricorso alla chirurgia deve essere valutato sempre molto attentamente e le indicazioni oggi sono quelle di sottoporre a intervento chirurgico solo quei casi in cui non ci sono alternative. La chirurgia infatti (e a maggior ragione quando non eseguita in modo corretto) può portare a degli effetti collaterali che determinano una diminuzione del potenziale riproduttivo della donna per una riduzione della sua riserva ovarica. Infatti, durante l’asportazione del tessuto endometriosico, spesso si danneggiano anche i tessuti sani, diminuendo per esempio il numero degli ovociti presenti nell’ovaio operato o creando alterazioni nella vascolarizzazione d’organo con conseguente diminuzione della sua funzione.   La tecnica chirurgica considerata il gold standard per l’endometriosi è la laparoscopia, che deve essere sempre però eseguita da chirurghi esperti, che abbiano a cuore la salute riproduttiva della donna e che utilizzino modalità chirurgiche corrette (per esempio l’asportazione di una cisti ovarica mediante l’identificazione del suo piano di clivaggio e il successivo stripping, ossia l’asportazione della sola capsula della cisti – nonché l’utilizzazione di tecniche di controllo dell’emostasi, ossia dei sanguinamenti, non troppo pesanti).

Fibroadenoma

Fibroadenoma   Il fibroadenoma è la forma di tumore benigno al seno più diffusa ed è più frequente nelle donne al di sotto dei trent’anni. La presenza del fibroadenoma non aumenta il rischio di sviluppare un carcinoma mammario. Raramente, carcinomi intraduttali o invasivi possono svilupparsi all’interno di un fibroadenoma, ma questo può avvenire, non per particolari condizioni predisponenti date dalla presenza del fibroadenoma, ma per gli stessi motivi per cui si può sviluppare in altre aree della mammella. Studi scientifici hanno anche individuato un’associazione tra fibroadenomi multipli e sindromi tumorali rare come la sindrome di Maffucci, la sindrome di Cowden e la sindrome di Carney.   Che cos’è il fibroadenoma? Il fibroadenoma è un tumore benigno che si forma più frequentemente negli anni in cui la donna è fertile. La sua massa è formata da ghiandola mammaria e dal tessuto che la circonda. Le sue dimensioni possono aumentare nel corso del tempo, soprattutto durante la gravidanza, mentre capita spesso che i fibroadenomi rimangano stabili dimensionalmente dopo la menopausa. Generalmente i fibroadenomi sono costituiti singoli, solo circa il 10-20% è bilaterale. Fibroadenomi con un volume superiore ai 5 centimetri sono chiamati fibroadenomi giganti.   Quali sono le cause del fibroadenoma? Le cause alla base della formazione di questo particolare tumore benigno sono attualmente ignote. Per lo più la comunità scientifica ritiene che siano gli ormoni sessuali a rivestire un ruolo predominante nel suo sviluppo.   Quali sono i sintomi del fibroadenoma? I fibroadenomi si presentano come noduli isolati, duri al tatto che si muovono facilmente sotto alla pelle, solitamente indolori e dai margini ben definiti.   Come prevenire il fibroadenoma? Non esistono comportamenti particolari per prevenire la formazione di un fibroadenoma. La diagnosi precoce può però essere favorita da controlli regolari e dall’autopalpazione del seno.   L’utilizzo della terapia anticoncezionale in presenza di fibroadenomi è ancora controbattuto. Non ci sono chiare evidenze scientifiche che controindichino l’utilizzo della pillola anticoncezionale se presenti fibroadenomi mammari. Alcuni studi evidenziano una riduzione dimensionale dei fibradenomi in pazienti che assumono contraccettivi orali.   Le donne che si avvicinano alla menopausa devono essere informate circa la possibilità che i cambiamenti ormonali favoriscano una parziale regressione spontanea, ma è altrettanto importante che le donne in menopausa tengano sotto controllo la comparsa di nuovi noduli attraverso l’autopalpazione e con lo screening mammografico, informandone tempestivamente il medico per il rischio che possa essere un nodulo tumorale.   Diagnosi La diagnosi di fibroadenoma prevede: una vista senologica e solitamente anche una ecografia al seno che consente di distinguere il fibroadenoma da una cisti a contenuto liquido denso, cosa non sempre facile se il nodulo è di piccole dimensioni. mammografia e agobiopsia mammaria nei casi in cui le caratteristiche ecografiche siano sospette per carcinoma mammario.   Trattamenti In caso di fibroadenoma, se l’ecografia o la eventuale biopsia hanno accertato la natura non maligna del nodulo e se lo stesso non aumenta velocemente di dimensioni, il trattamento può essere di tipo conservativo, verificando l’evoluzione del nodulo nel tempo mediante controlli clinici ed ecografici senza nessun particolare pericolo.   Tuttavia, nel caso in cui la presenza del fibroadenoma fosse associata a dolori o altri sintomi, se le sue dimensioni dovessero aumentare sopra i 3 centimetri o qualora fossero presenti un’anomala vascolarizzazione o bordi irregolari, il medico potrebbe consigliarne l’asportazione chirurgica. La rimozione del fibroadenoma non comporta l’asportazione del tessuto mammario circostante perché solitamente è ben capsulato, non infiltra il tessuto circostante, ma tende a comprimerlo, per cui l’intervento non lascia tracce rilevanti nella forma del seno, anche in caso di noduli di grosse dimensioni, in quanto la ghiandola si riespande spontaneamente, una volta asportato il nodulo.

Fibromi uterini

Fibromi uterini   I fibromi uterini sono neoformazioni solide benigne che originano dal tessuto muscolare dell’utero e sono una vera e propria rappresentazione di tale neoplasia benigna, molto più frequente nel genere femminile che negli uomini. Basta pensare alle statistiche che evidenziano dati sorprendenti secondo cui una donna su tre, dopo i 35 anni, sia portatrice di almeno un mioma.   I fibromi uterini possono essere singoli o multipli e svilupparsi verso la cavità uterina, nello spessore della parete uterina o per l’esterno dell’utero. Queste formazioni tumorali benigne gofono di un’ampia gamma di variabili che vanno da pochi millimetri a diverse decine di centimetri, a volte paragonabili alla grandezza di un’anguria.   Che cosa sono i fibromi uterini? I vari tipi di fibroma non godono di univocità di presenza e possono infatti esistere nell’utero allo stesso tempo. I fibromi sottosierosi e intracavitari possono anche essere peduncolati (ovvero attaccati all’utero solo attraverso un peduncolo, che permette una certa mobilità alla neoformazione).   Quali sono le cause dei fibromi uterini? Lo sviluppo dei fibromi non è stato ancora indagatoo appropriatamente e i ricercatori non hanno ancora identificato le chiare origini alla base di questi. In molti pensano comunque che la predisposizione genetica e la conseguente suscettibilità alla stimolazione ormonale possano essere una valida causa.   Quali sono i sintomi dei fibromi uterini? La sintomatologia che accompagna i fibromi uterini dipende dalle dimensioni ma, soprattutto, dalla sede dei miomi. Accade frequentemente che i fibromi di grosse dimensioni non presentino sintomi. Altre volte, invece, un fibroma di piccole dimensioni, ma collocato, per esempio, all’interno della cavità endometriale, può portare a sintomi importanti. I sintomi riportati dalle pazienti con maggior frequenza sono: Mestruazioni abbondanti e/o ravvicinate (con conseguente anemizzazione). Dismenorrea (ossia mestruazioni dolorose). Dolore pelvico.   Difficoltà a iniziare o a portare a termine una gravidanza. A questo proposito bisogna ricordare però che i fibromi sono raramente causa di infertilità e che, quasi sempre, non ostacolano il normale svolgimento della gravidanza stessa, anche se il loro volume subisce regolari incrementi proprio nelle prime fasi di gestazione. Nella maggioranza dei casi, il mioma convive tranquillamente con la gravidanza. Esistono comunque casistiche registrate in cui il mioma è veramente responsabile di contrazioni uterine e riduzione della crescita fetale. Senso di pesantezza, gonfiore addominale, bisogno frequente di urinare, disturbi intestinali (questi ultimi sintomi sono meno frequenti).   Come prevenire i fibromi uterini? Dal momento che le cause all’origine dello sviluppo dei fibromi uterini non sono ancora conosciute e che un ruolo importante si ritiene venga giocato dalla predisposizione genetica, non sono ancora noti comportamenti virtuosi i quali vengono coinvolti nelle azioni di prevenione contro la formazione e lo sterile presentarsi delle formazioni tumorali benigne.   Diagnosi La diagnosi di fibroma uterino viene effettuata attraverso la visita specialistica ginecologica abbinata all’ecografia trans vaginale e (se necessario) trans addominale.   Trattamenti Spesso i fibromi sono asintomatici: in questi casi il trattamento si basa sul monitoraggio periodico – mediante visita ginecologica ed ecografia – per controllarne le eventuali modificazioni di volume e di posizione. Quando, invece, i fibromi sono sintomatici, le possibilità di trattamento sono:   La terapia farmacologica: pillola contraccettiva estro/progestinica, progesterone naturale o farmaci progestinici. Questi farmaci non sono in grado di eliminare i fibromi, ma possono contrastare il loro accrescimento e, soprattutto, ridurre la quantità del flusso mestruale ed il dolore mestruale. Farmaci “analoghi del gn-rh”: ossia un’iniezione da fare una volta al mese che blocca la secrezione di ormoni femminili e arrivare a dare vita ad una vera e propria situazione di menopausa non definitiva e temporanea che annulla dunque i sintomi metrorragici e può portare a una certa diminuzione delle dimensioni del fibroma. Dal momento che i farmaci utilizzati risultano efficaci sui disturbi mestruali, ma spesso non sono in grado di bloccare la crescita dei fibromi e la maggior parte delle volte hanno un’efficacia temporanea (ovvero i sintomi ricompaiono una volta terminata la cura), il trattamento farmacologico viene utilizzato solo in casi specifici (ad esempio, per curare l’anemia provocata dai fibromi o come terapia preparatoria all’’intervento chirurgico).   La terapia chirurgica: è volta all’asportazione dei fibromi. In base alla tipologia, alla grandezza e al numero dei fibromi da asportare possono essere impiegate diverse tecniche chirurgiche:   Laparoscopia: gli strumenti chirurgici e ottici per eseguire l’intervento vengono inseriti nella cavità addominale attraverso piccole incisioni, una sotto l’ombelico, le altre nella parte bassa dell’addome.   Laparotomia: l’intervento viene praticato attraverso un’ampia incisione della parete addominale (ossia “ a cielo aperto”).   Isteroscopia: l’intervento viene eseguito introducendo gli strumenti chirurgici in cavità uterina, attraverso la vagina. Questa tecnica permette l’asportazione dei fibromi a sviluppo endocavitario.   La chirurgia laparoscopica o laparotomica può essere utilizzata, oltre che in modo conservativo (miomectomia), anche in modo demolitivo, asportando cioè consensualmente alla patologia, tutto il viscere uterino (isterectomia). La scelta della via a cielo chiuso (laparoscopia) o aperto (laparotomia) dipende essenzialmente dalle dimensioni dei miomi.   Embolizzazione: è una tecnica radiologica, attraverso la quale si identifica l’arteria che “nutre” il fibroma e la si va a occludere, privando così il fibroma dell’apporto di sangue da cui trae nutrimento per crescere. La manovra comporta quindi una progressiva riduzione del volume dei fibromi stessi senza dover far ricorso all’intervento chirurgico. È una procedura che però non è percorribile per tutti i miomi e, spesso, durante la fase di riassorbimento del fibroma, crea dolore e perdite ematiche.

Fibrosi cistica

Fibrosi cistica   La fibrosi cistica è una patologia di origine genetica che colpisce le ghiandole esocrine, come quelle che producono muco e sudore, e agisce in modo problematico sullle zone di polmoni, il pancreas, il fegato, l’intestino, i seni paranasali e l’apparato riproduttivo.   Che cos’è la fibrosi cistica? I pazienti affetti da fibrosi cistica soffrono di problematiche che portano alla formazione di muco denso e appiccicoso il quale non umidifica le aree superficiali con cui viene in contatto, ma si adagia su esse bloccando di fatto le vie respiratorie e poi tutte le altre conduttore di collegamento e zone del corpo umano. Qualsiasi dotto, inclusi quelli che permettono ai succhi pancreatici di arrivare nell’intestino tenue per partecipare alla digestione, viene ostruito. Ovviu dunque i caratteristici problemi di assorbimento e aumento del rischio di infezioni batteriche che portano a malnutrizione, gravi danni ai polmoni, problemi intestinali e dolori addominali.   Inoltre la fibrosi cistica porta a perdere molti sali attraverso il sudore, causando scompensi elettrolitici, disidratazione, aumento della frequenza cardiaca, affaticamento e debolezza, riduzione della pressione sanguigna e colpi di calore. La malattia, infine, può aumentare il rischio di osteoporosi e di osteopenia ed essere associata a problemi di fertilità sia maschili che femminili.   Quali sono le cause della fibrosi cistica? Le cause della fibrosi cistica sono mutazioni nel gene CFTR, che codifica una proteina che controlla il passaggio di acqua e di alcuni sali all’interno e all’esterno delle cellule. La proteina mutata non funziona in modo appropriato e porta alla produzione di muco denso e sudore molto ricco di sali. Le possibili mutazioni a carico di CFTR sono più di mille e possono causare forme di fibrosi cistica di gravità differente. Inoltre anche altri geni possono contribuire alla gravità della malattia.   Quali sono i sintomi della fibrosi cistica? I sintomi della fibrosi cistica cambiano da paziente a paziente e con il passare del tempo. Nei bambini un primo segnale può essere il sapore salato della pelle o la stitichezza a partire dalla nascita.   La maggior parte degli altri sintomi compaiono più avanti nel tempo e possono essere: a livello dell’apparato respiratorio: l’accumulo di muco denso nelle vie respiratorie e le infezioni ricorrenti e resistenti agli antibiotici, le continue sinusiti, bronchiti e polmoniti frequenti e, in alcuni casi, polipi nasali,ronchiectasie e pneumotorace nell’apparato digerente: diarrea o feci dall’aspetto oleoso e nauseabonde, blocchi intestinali, flatulenza eccessiva e stitichezza grave associati a dolori addominali, carenze nutrizionali che ostacolano la crescita e l’aumento di peso, pancreatite, prolassi rettali, malattie epatiche, diabete e calcoli alla cistifellea nell’apparato genitale degli uomini: l’ssenza del dotto deferente, in quello femminile: blocco della cervice da parte del muco altri possibili sintomi includono l’alterazione dei livelli di minerali nell’organismo, estremità delle dita dilatate (clubbing) e riduzione della densità ossea   Come prevenire la fibrosi cistica? Il rischio di dare vita ad un bambino affetto da fibrosi cistica può essere oggetto di valutazioni specifiche portate avanti grazie alle appropriate analisi del DNA di entrambi i genitori. Il fatto che la malattia offre poche possibilità di analisi in quanto si presenta esclusivamente nei casi in cui tutte e due le copie di CFTR di un soggetto hanno subito mutamenti, se entrambi i genitori sono portatori della fibrosi cistica (ossia hanno entrambi una sola copia di CFTR mutata) per ogni loro figlio la probabilità di essere affetto dalla malattia è del 25%, quella di essere portatore è del 50% e quella di avere entrambe le copie sane di CFTR del 25%. Analisi genetiche condotte su materiale prelevato durante la gravidanza tramite amniocentesi o villocentesi permettono di stabilire se il bambino sarà sano o affetto dalla malattia e di prendere le decisioni ritenute più opportune.

Fistola

Fistola   Con il termine medico fistola su vuole evidenziare il profilo patologico di ogni tipologia di comunicazione che intercorre tra due o più cavità dell’organismo tra di loro o con le realtà proprie dell’esterno. Le fistole possono formarsi quasi in ogni organo del corpo attraverso meccanismi differenti.   Che cos’è una fistola? Le fistole hanno la definizione di interne nel momento in cui esse fungono da mezzi di comunicazione tra due organi o cavità interne all’organismo, o esterne quando mettono in comunicazione una o più cavità con l’esterno. E’ anche interessante notare che le fistole si classificano in semplici, quando si ha un unico canale di comunicazione, e multiple o ramificate quando esistono più canali differenti fra questi dati organi o cavità. Si è in presenza di fistole incomplete nei momenti specifici che danno luogo a situazioni in cui le azioni di fissurazione non possono ancora generare dei canali comunicativi idonei ai loro scopi specifici.   Quali sono le cause della fistola? Le fistole, generalmente, si formano a causa di un processo infiammatorio che viene aggravato da un’infezione con relativo ascesso, che in seguito si rompe provocando la fuoriuscita del pus e, una volta riassorbito lascia uno spazio a forma di tubo che costituisce la fistola. La fistola può provocare ulteriori infezioni in due casi differenti, nel caso l’infezione sia il continuo regolare o anche meno di una corretta alimentazione organiza alla prosecuzioe dell’infiammazione o quando si debba attuare il passaggio di un dato materiale biologico che ha origine nell’organo o nella cavità fistolizzata. In alcune circostanze, la fistola può guarire lasciando al suo posto tessuto cicatriziale, in altri casi, è possibile che si ripresenti (recidiva) formando così ulteriori fissurazioni e canali. Questa è la causa più comune di fistole multiple o ramificate.   Sebbene le fistole possano formarsi in qualsiasi organo o cavità del corpo umano, le sedi più comuni sono: fistole anorettali, che uniscono l’ano con il peritoneo o con il canale rettale e si formano solitamente dopo ascessi nella zona del retto o dell’ano fistole sacrococcigee, che mettono in comunicazione l’ano con la zona coccigea e sono usualmente conseguenza delle cisti pilonidali. Sono spesso soggette a recidiva o a formazione di fistole multiple fistole colecisto-duodenali o colecisto-coliche che si formano quando la colecisti, per via dell’infiammazione e dei calcoli, aderisce al duodeno o al colon e si perfora, provocando la formazione di un tragitto attraverso il quale possono migrare i calcoli che saranno espulsi con le feci fistole rettovaginali, enteroenteriche (fra intestino ed intestino), rettovescicali ed enterovescicali che si formano quando l’intestino è infiammato a causa di malattie come il morbo di Crohn, o i tumori maligni   Quali sono i sintomi della fistola? I sintomi relativi alle fistole variano notevolmente a seconda della sede e della dimensione della fistola in oggetto. Le manifestazioni più comuni possono variare fra il cattivo odore e la fuoriuscita di pus. In caso di fistole esterne, più evidenti, a dolore, gonfiore e infiammazione di intensità variabile, talvolta anche molto importante.

Gravidanza ectopica

Gravidanza ectopica   Quando in gergo medico si parla della cosiddetta “gravidanza ectopica” anche nota come gravidanza “extrauterina” si fa riferimento ad una condizione medica per cui l’impianto dell’ovulo fecondato non avviene nelle sedi preposte ma in locazioni pertinenti alla cavità uterina. Il riconoscimento e il trattamento precoce di questa condizione è un agente protettico che può realmente preservare la possibilità di future gravidanze.   Che cos’è la gravidanza ectopica? Quando l’annidamento avviene al di fuori dell’utero si parla di gravidanza extrauterina (gravidanza tubarica, gravidanza ovarica, gravidanza addominale); si definisce invece “gravidanza ectopica intrauterina” nel momento in cui l’annidamento avviene dentro l’utero ma in sede impropria, come nel caso dell’impianto nel canale cervicale (gravidanza cervicale) o a livello dell’ostio tubarico (gravidanza cornuale).   Quali sono le cause della gravidanza ectopica? Le gravidanze tubariche – ossia la tipologia che gode di maggiore frequenza di gravidanza ectopica, pari a circa il 95% del totale – hanno luogo quando: La discesa dell’ovulo fecondato verso l’utero viene ritardata o deviata (a causa di lesioni anatomiche, lesioni infiammatorie, alterazioni tubariche congenite, endometriosi o alterazioni dell’anatomia pelvica per pregressi interventi chirurgici).   Lo sviluppo dell’ovulo fecondato viene accelerato in modo che raggiunga il grado di maturità necessario all’impianto quando ancora si trova nella tuba. Le cause alla base delle altre forme di gravidanza extrauterina possono per lo più essere ricondotte agli stessi fattori della gravidanza tubarica. Alcune volte la causa è sconosciuta.   Quali sono i sintomi della gravidanza ectopica? Se la gravidanza è iniziale (4^-6^ settimana), spesso la paziente è asintomatica. Il sospetto della presenza di una gravidanza ectopica viene quindi dato dalla presenza di un test di gravidanza positivo senza la visualizzazione della camera gestazionale all’interno della cavità uterina. SI hanno poi casi evidenti di carenza ematica anche nei suddetti casi registrati di gravidanza ectopica. Nei casi di gravidanza più avanzata, che comporta la progressiva erosione della tuba fino alla rottura, al sanguinamento vaginale, si accompagna importante dolore pelvico e/o addominale. Nei casi più gravi, quando cioè la tuba si rompe, la consistente perdita ematica in addome (emoperitoneo) può comportare vertigini e svenimento fino a un vero e proprio stato di shock.   Come prevenire la gravidanza ectopica? Non si può impedire l’instaurarsi di una gravidanza extrauterina, ma è possibile ridurre alcuni fattori di rischio. Le azioni che possono aiutare ad evitare l’insorgere di gravidanze extrauterine includo la limitazione del numero di partner sessuali e utilizzare il preservativo durante i rapporti sessuali, al fine di prevenire le infezioni sessualmente trasmissibili e ridurre il rischio di sviluppare condizioni come la malattia infiammatoria pelvica.   Diagnosi La diagnosi di sospetta gravidanza ectopica viene essenzialmente effettuata mediante: L’analisi del valore e delle modificazioni ematiche dell’ormone HCG (l’ormone della gravidanza). L’ecografia trans vaginale e trans addominale, che permettono di escludere la presenza di camera gestazionale in cavità uterina e di visualizzare la gravidanza in sede ectopica. L’ecografia permette inoltre il riconoscimento di versamenti ematici in sede pelvica e/o addominale.   Trattamenti La gravidanza ectopica può essere trattata:
  • Nei casi precoci, senza alcuna terapia (risoluzione spontanea) o attraverso una terapia medica a base di metotrexate (un chemioterapico che impedisce la crescita cellulare della gravidanza).
  • Nei casi più avanzati o sintomatici, oppure quando la terapia farmacologica ha fallito, tramite la chirurgia laparoscopica. A seconda dei casi, si procede alla rimozione della tuba interessata (salpingectomia) o alla rimozione della sola gravidanza ectopica.
 

Herpes genitale

Herpes genitale   La causa dell’Herpes genitale risiede nel Virus Herpes simplex, della stessa famiglia di quello che colpisce le labbra, quando il virus agisce in modo problematico sui genitali maschili ma anche femminili, possono presentarsi sintomatologie fastidiose così come anche ulteriori complicanze nelle lesioni sulle aree di interesse delle labbra. A volte però non provoca alcun sintomo e quindi la persona non sa di essere contagiosa. La trasmissione avviene generalmente per via sessuale e tende ad agire nell’uomo sullo scroto, la punta del pen e nella donna sulla vulva, la vagina e il collo dell’utero; in entrambi l’uretra e la zona anale e perianale. Si presenta con piccole vescicole raggruppate che tendono a regredire da sole nel giro di una o due settimane. In alcuni casi si manifesta con dolore, bruciore e prurito, in altre con febbre, emicrania, dolori muscolari, difficoltà a urinare.   Che cos’è l’Herpes Genitale? L’Herpes genitale è un’infezione virale di alta frequenza di episodi e avviene durante i rapporti sessuali. Si manifesta con biancastre vescicole raggruppate in un’area infiammata che provocano prurito, dolore e disagio.   Quali sono le cause dell’Herpes genitale? L’Herpes genitale è un virus a trasmissione sessuale. Si trasmette, quindi, durante un rapporto attraverso il contatto della pelle se il partner è malato. Spesso il virus non provoca sintomi e quindi la persona può essere inconsapevole di ospitarlo. Sembra che il virus si trasmetta più facilmente dall’uomo alla donna. Le cause dell’infezione si possono addebitare anche alla debolezza del sistema immunitario, in caso di stress, malattia, durante le mestruazioni.   Quali sono i sintomi dell’Herpes genitale? I primi sintomi dell’Herpes genitale sono dolore e prurito. A pochi giorni dall’infezione possono formarsi piccole vescicole rosse o bianche. Spesso si formano delle ulcerazioni dolorose superficiali o più profonde, che possono sanguinare. In linea di massimo la guarigione avviene in poche settimane da sole. Nella fase successiva l’infezione tende a recidivare causando sintomi simili a quelli di una influenza;
  • febbre;
  • dolori muscolari;
  • mal di testa;
  • malessere generale;
  • linfonodi inguinali gonfi.
  Come prevenire l’Herpes genitale? La prevenzione dell’Herpes genitale è analoga a tutte le altre malattie sessualmente trasmissibili e quindi richiede astensione sessuale quando si sa di essere colpiti dal virus, o l’uso di un preservativo nuovo durante ogni atto sessuale. Le donne che sono in gravidanza o che sospettano di essere incinta devono avvertire il proprio medico curante che valuterà la necessità di una terapia antivirale.   Diagnosi La diagnosi di Herpes genitale si ottiene con la semplice visita dello specialista. Basta, infatti, l’osservazione della parte malata per giungere alla diagnosi. Per un accertamento più completo si può eseguire l’esame citologico prelevando le cellule dalle vescicole. Considerata la remissione spontanea del virus in poche settimane, spesso altri mezzi diagnostici sono superflui. Comunque, è possibile rilevare la presenza precedente o attuale del virus attraverso l’esame del sangue per la ricerca degli anticorpi specifici.   Trattamenti Il trattamento avviene localmente o per via sistemica. Localmente si possono applicare le creme antierpetiche che però non sono utili in vagina o sul collo dell’utero. La terapia sistemica con antivirale tipo Aciclovir permette di ridurre i sintomi ma non previene le recidive.

Infertilità femminile

Infertilità femminile   L’infertilità femminile è la situazione patologica per cui una donna non può avere una gravidanza dopo 1-2 anni di rapporti intenzionalmente fertili, anche se in linea teorica per lei concepire ed avere un bambino. Si calcola che possa interessare il 15% circa delle donne. Il fattore dell’età è connesso in modo imprescindibile alla riduzione di capacità riproduttiva, infatti a 30 anni la possibilità di concepire per ciclo fertile è intorno al 30-40%, mentre a 40 anni diventa del 10%.   Che cos’è l’infertilità femminile? L’infertilità ostacola la possibilità per il sesso femminile di avere e portare a termine una gravidanza. Alla nascita, la donna possiede una riserva ovarica (circa 400 mila ovociti) che va progressivamente impoverendosi col passare dell’età, azzerandosi alla menopausa.   Dal punto di vista medico l’infertilità si accerta dopo 12 mesi di rapporti liberi e non protetti (6 mesi se la donna ha più di 35 anni o altri fattori di rischio) durante i quale non è stata raggiunta la gravidanza. Occorre fare una distinzione tra infertilità e sterilità, la seconda identifica infatti l’impossibilità assoluta a concepire per una causa non rimovibile, anche se, nell’uso comune, i due termini vanno spesso a sovrapporsi.   Quali sono le cause dell’infertilità femminile? Esistono numerose cause di infertilità femminile: alterazioni dell’apparato riproduttivo, malformazioni congenite, infezioni, disfunzioni ormonali. Solo in alcuni casi, invece, si parla di infertilità idiopatica, quando gli esami diagnostici non sono riusciti ad individuare alcuna causa specifica.   In sintesi, le cause di infertilità femminile, sono le seguenti: Tubariche/pelviche: riduzione di funzione o chiusura delle tube di Falloppio, aderenze pelviche (in seguito a patologie infiammatorie o a pregressi interventi chirurgici)   Endometriosi: malattia frequente nell’età fertile, in cui isole di cellule endometriali (normalmente presenti solo all’interno della cavità uterina) migrano e colonizzano altri organi (più comunemente l’ovaio ed il peritoneo pelvico). Questa patologia può essere asintomatica, ma talora diventa invalidante. La sua presenza o le recidive di questa malattia, possono ridurre in modo severo le probabilità di concepimento   Ovulatorie/ormonali: irregolarità o mancanza di ovulazione, iperprolattinemia, sindrome dell’ovaio micropolicistico, riserva ovarica ridotta o assente Cervicali: quando il muco presente nella cervice uterina è ostile al passaggio degli spermatozoi per una carenza di estrogeni, per fattori infettivi o per pregressi interventi chirurgici che hanno danneggiato le ghiandole cervicali. L’infertilità cervicale può essere dovuta, in rari casi, anche alla produzione, da parte della donna, di anticorpi diretti contro gli spermatozoi stessi Uterine: presenza di malformazioni congenite dell’utero, fibromi o aderenze all’interno della cavità uterina oppure presenza di fattori infiammatori a carico dell’endometrio (la mucosa di rivestimento della cavità uterina) Sconosciute: quando gli accertamenti non sono stati di grado di evidenziare una o più cause specifiche. Questa situazione va sotto il nome di infertilità idiopatica. Questa diagnosi dovrebbe essere correttamente definita come ‘insufficientemente indagata’, Vi si giunge per il lungo periodo di ricerca o per l’età dei partner, che non consentono un completamento delle indagini.   Diagnosi Di seguito elenchiamo gli accertamenti che possono essere effettuati sulla partner femminile, nella diagnosi dell’ infertilità di coppia: Dosaggi ormonali: FSH, LH, estradiolo nella prima metà del ciclo (2^-3^ giorno di mestruazione); progesterone e Prolattina nella seconda metà del ciclo; Ormone Antimulleriano (AMH); TSH. Questi esami hanno lo scopo principale di valutare la riserva ovarica, vale a dire il patrimonio di ovociti della donna e quindi il suo potenziale di fertilità.   Tampone vaginale: esame che valuta la presenza o meno di infezioni del tratto distale dell’apparato riproduttivo (vagina e collo dell’utero).   Ecografia pelvica transvaginale: permette di valutare l’anatomia dell’apparato riproduttivo femminile (utero ed annessi) e la presenza di eventuali alterazioni a suo carico (malformazioni uterine, fibromi, neoformazioni annessiali ecc). Con l’ecografia transvaginale è possibile valutare il numero e la crescita dei follicoli ovarici sia in condizioni basali che sotto stimolo.   Isterosonografia: è un esame attraverso il quale, dopo aver iniettato una soluzione salina sterile o altra sostanza apposita nella cavità uterina, è possibile valutare la normalità o meno della cavità uterina stessa, nonché la pervietà delle tube.   Ecografia tridimensionale (eco 3D) dell’utero: tecnologia che, attraverso una elaborazione rapida del volume del viscere, permette il riconoscimento di eventuali malformazioni congenite dell’utero. L’ecografia 3D, può essere utilizzata anche per lo studio degli annessi o in abbinamento alla sonoisterografia.   Isterosalpingografia: esame radiologico utilizzato per valutare la pervietà tubarica. Permette anche il riconoscimento di alcune patologie congenite o acquisite dell’utero.   Isteroscopia: tecnica endoscopica che, attraverso l’inserzione di uno strumento ottico collegato ad una telecamera in cavità uterina, permette una visione diretta della cavità endometriale ed il riconoscimento quindi di eventuali patologie a suo carico.   Laparoscopia: tecnica chirurgica che permette di vedere dentro l’addome attraverso uno strumento a fibre ottiche (il laparoscopio) collegato ad una telecamera. Dato il piccolo diametro del laparoscopio (da 2 a 10 mm), la procedura può essere eseguita “a cielo chiuso”, ossia senza praticare l’apertura dell’addome, ma ricorrendo ad incisioni di pochi millimetri. Attraverso la laparoscopia, è possibile visualizzare l’anatomia di utero ed annessi, valutare in modo molto preciso la funzionalità tubarica ed intervenire operativamente per risolvere alcune patologie (rimozioni di cisti, adesiolisi, asportazione di fibromi uterini ecc )   Trattamenti Il trattamento dell’infertilità femminile dipende dalle cause dell’infertilità stessa. Per questo motivo, è necessario che la fase diagnostica sia eseguita nel modo più preciso e completo possibile. Le tecniche di Procreazione medicalmente assistita (PMA) consentono di aumentare le probabilità di concepimento laddove esiste un ostacolo al concepimento stesso.   Esistono diversi livelli di Pma: Il 1° livello comprende tutte le metodiche che favoriscono il concepimento naturale, ossia la cosiddetta fecondazione “in vivo”. Ne fanno parte l’induzione dell’ovulazione per rapporti mirati e l’inseminazione intrauterina. Il 2° e 3° livello comprendono tutte le tecniche di fecondazione in cui l’incontro tra ovocita e spermatozoo, prelevati alla coppia, avviene in laboratorio (ossia “in vitro”). Le sopr menzionate indagini e metodi esplorativi vanno ad agire tramite l’azione induttiva di una pluristimolazione ovarica, procedura che consente lo sviluppo simultaneo di più follicoli ovarici, per poter disporre di un elevato numero di ovociti maturi (le cellule uovo materne), da avviare alla fecondazione, aumentando così le possibilità di successo della tecnica. Le metodiche di fecondazione in vitro sono: FIVET (fecondazione in vitro embryo transfer – IVF – In vitro Fertilization): con questa metodica ovociti e spermatozoi vengono posti insieme in una piastra con terreno di coltura adatto e si lascia che gli spermatozoi penetrino l’ovocita in modo naturale. ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo): è la microiniezione di un singolo spermatozoo direttamente all’interno della cellula uovo. È riservata ai casi in cui si teme che, con la semplice inseminazione dell’ovocita, ci possano essere problemi nell’ottenere la fecondazione. È considerata metodica di PMA di III livello, quando sia necessario l’utilizzo di spermatozoi prelevati chirurgicamente dal testicolo.   Prevenzione La prevenzione della fertilità nella donna inizia sin dalla sua infanzia e prosegue nell’adolescenza e nella giovinezza, per esempio non trascurando banali infezioni che possono avere conseguenze negative a lungo termine. Per conservare la fertilità bisogna seguire uno stile di vita sano, evitando alcuni fattori di rischio, come il fumo, l’abuso di alcool, l’obesità o l’eccessiva magrezza, la sedentarietà, ma anche l’eccessiva attività fisica. E’ noto poi che l’inquinamento e l’esposizione a fattori ambientali tossici possono compromettere la fertilità nella specie umana. Negli ultimi anni si è registrato un incremento delle patologie acute e croniche della sfera riproduttiva legate alle malattie infettive sessualmente trasmesse, che possono comportare un danno permanente agli organi riproduttivi, con conseguente infertilità di coppia. E’ molto importante, quindi, svolgere un’ opera di istruzione e divulgare regole comportamentali in questo senso, nei riguardi della popolazione giovanile che scopre la sfera sessuale. Dato che, come abbiamo detto, la possibilità riproduttiva della donna è legata in modo diretto alla sua età, è importante inoltre sottolineare quanto possa essere penalizzante rimandare il momento della maternità. Parlando di prevenzione, è importante ricordare come oggi la scienza, grazie alle tecniche di crioconservazione, permetta alla donna la possibilità di conservare il proprio patrimonio riproduttivo (ovociti – tessuto ovarico) prima di iniziare terapie (a causa per esempio di un tumore) che potrebbero diminuire o annullare le proprie capacità riproduttive. La crioconservazione degli ovociti, viene oggi proposta anche a donne giovani e sane che desiderano rimandare il momento della ricerca di una gravidanza in una età in cui il concepimento potrebbe risultare difficile.  

Infezione da HPV (Papilloma virus)

Infezione da HPV (Papilloma virus)   L’HPV (Human Papilloma Virus) include tra le sue specifiche patologie osservabili più di cento varietà diverse di virus. La maggior parte degli HPV causa lesioni benigne, come le verruche che colpiscono la cute (di mani, piedi o viso) e i condilomi o papillomi che interessano le mucose genitali e orali. La maggior parte delle infezioni genitali da HPV regredisce spontaneamente. Una piccola quota invece, se non trattata, può evolvere lentamente verso una forma tumorale. Il tumore del collo dell’utero è infatti quasi sempre correlato alla presenza dell’HPV.   Che cos’è l’infezione da HPV (Papilloma virus)? L’infezione da Papilloma virus umano agisce differentemente in base alla tipologia della patologia stessa e alla famiglia del ceppo virale con cui si entra in contatto. Generalmente, il virus si replica sfruttando le cellule della cute e delle mucose e promuovendone una crescita eccessiva (iperplasia) che provoca le tipiche formazioni: condilomi e papillomi della cute e delle mucose. Spesso queste escrescenze vengono ricoperte da uno strato di cheratina (ipercheratosi) tipica di alcune forme dell’infezione. I tipi più pericolosi di HPV sono, tuttavia, quelli che provocano lesioni a evolutività maligna nelle vie respiratorie superiori – laringe, faringe, lingua, tonsille, palato, naso – o ai genitali maschili e femminili – glande, pene, scroto per l’uomo, perineo, vagina, utero, cervice uterina per la donna.   Quali sono i sintomi dell’infezione da HPV (Papilloma virus)? I sintomi del Papilloma virus umano sono differenti tra loro a seconde della varietà di infezione. Generalmente, i segni più comuni dell’infezione sono le verruche (verruche comuni, verruche plantari, verruche genitali). Le verruche genitali (definite condilomi) possono essere localizzate sui genitali esterni, all’interno della vagina, intorno o dentro l’ano e sul perineo (la regione cutanea posta tra la vulva e l’ano). Queste lesioni si manifestano come piccole escrescenze, a volte disposte a grappolo, dalla forma che ricorda quella di un cavolfiore. Esiste poi una nutrita storia medica di casistiche registrate in cui le lesioni sono piatte e tendono a sovrapporsi. La maggior parte delle lesioni causate da HPV sono asintomatiche, ma in alcuni casi, le verruche possono provocare fastidio, prurito o disagio. I ceppi di HPV che provocano il cancro nelle zone genitali, non si manifestano invece attraverso i condilomi, ma con modificazioni asintomatiche a carico delle mucose genitali (tipicamente del collo uterino).   Quali sono le cause dell’infezione da HPV (Papilloma virus)? L’infezione genitale da Papilloma virus umano si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali: è infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. È ammesso che la trasmissione possa avvenire anche con un contatto fisico, se ci sono cellule virali attive e se sono presenti lacerazioni, tagli o abrasioni nella pelle e/o mucose. Generalmente, le infezioni più pericolose delle vie respiratorie o del cavo orale si trasmettono attraverso il sesso orale, attraverso il contatto, quindi, tra la mucosa e i genitali. Le persone che hanno un sistema immunitario particolarmente vulnerabile sono più esposte al rischio di contagio. Con frequenza decisamente inferiore, l’infezione può essere provocata, in alcuni luoghi ove si crei promiscuità (come docce pubbliche, piscine, caserme), dal contatto con superfici in precedenza utilizzate da portatori dell’infezione.   Diagnosi La diagnosi clinica di infezione da HPV viene eseguita dal medico che rileva la presenza delle tipiche lesioni. La diagnosi delle alterazioni citologiche e/o istologiche (ossia delle cellule o dei tessuti) provocate dai ceppi di HPV potenzialmente oncogeni, viene invece ottenuta attraverso l’esecuzione del Pap Test o di test appositi per la rilevazione del DNA virale. Se necessario, si effettuano biopsie mirate a carico delle mucose genitali, sotto il controllo di un particolare strumento (il colposcopio) che permette la visualizzazione ingrandita dei tessuti esaminati.   Trattamenti È possibile che le lesioni causate da HPV guariscano spontaneamente senza alcun trattamento. È bene sapere però che, anche quando le verruche scompaiono, il virus può essere ancora presente nell’organismo umano. Le verruche cutanee possono essere trattate con soluzioni topiche a base di acido salicilico o acido tricloroacetico o con creme ad azione antivirale, oppure essere rimosse con trattamenti chirurgici locali (diatermocoagulazione, laser terapia, crioterapia). I condilomi genitali vengono generalmente vaporizzati attraverso la diatermocoagulazione o i trattamenti laser. Le lesioni precancerose della cervice uterina, vengono asportate con asportazioni parziali del collo dell’utero, permettendo alla donna di mantenere inalterate le capacità riproduttive.   Come prevenire l’infezione da HPV (Papilloma virus)? Per evitare l’infezione da HPV è importante ricordare alcune semplici regole. Se si frequentano spazi comuni, come spogliatoi o piscine, mantenere i piedi puliti e asciutti e indossare sempre scarpe o ciabattine. Per evitare la diffusione di verruche dalle mani alla bocca è necessario non mangiarsi le unghie. La trasmissione dei condilomi genitali si può ridurre, diminuendo i rapporti a rischio, promiscui od occasionali e utilizzando sempre il preservativo (che permette di neutralizzare, se non tutte, le più frequenti modalità di contagio). È importante inoltre curare l’igiene personale. Le donne sessualmente attive devono sottoporsi periodicamente alla visita ginecologica e al Pap Test, meglio se abbinato alla ricerca del DNA virale. Da alcuni anni esiste in commercio un vaccino che protegge la cervice uterina dai ceppi più pericolosi di HPV. Studi scientifici ne hanno promosso la somministrazione alla popolazione adolescente di entrambi i sessi, per ridurre il rischio di contagio. Recenti studi sembrerebbero validare l’utilizzo del vaccino anche alla popolazione adulta o già infettata dal virus stesso.  

Malattia infiammatoria pelvica

Malattia infiammatoria pelvica   La malattia infiammatoria pelvica (Pelvic Inflammatory Disease – PID) è un’infezione che colpisce le zone relative all’genitale femminile e la sua origine è identificabile nella presenza di batteri dalla vagina agli organi interni quali utero, tube di Falloppio, peritoneo. La malattia infiammatoria pelvica, laddove non adeguatamente trattata, può danneggiare gli organi riproduttivi e arrivare anche ad incidere sensibilmente sull’effettiva capacità fertile del soggetto, e il problema diventa ancora più pericoloso nei casi in cui la malattia si ripete con maggiore intensità. Si tratta anche della prima causa di gravidanza extrauterina, quella in cui l’ovocita fecondato fatica a lasciare la tuba di Falloppio e si impianta qui anziché in utero. Nella maggior parte dei casi purtroppo è asintomatica.   Quali sono le cause della malattia infiammatoria pelvica? La malattia infiammatoria pelvica è causata da batteri, la maggior parte dei quali a trasmissione sessuale quali Chlamydia trachomatis e Neisseria gonorrhoeae. La trasmissione può avvenire nel corso di rapporti sessuali non protetti, ma anche in caso di parto, aborto spontaneo, interruzione di gravidanza, utilizzo della spirale contraccettiva.   Quali sono i sintomi della malattia infiammatoria pelvica? La malattia infiammatoria pelvica può manifestarsi con: Dolore al basso ventre Minzione difficoltosa e/o dolorosa Febbre Perdite vaginali maleodoranti Sanguinamenti vaginali anomali Dolore durante i rapporti sessuali In più dell’80% dei casi però la malattia infiammatoria pelvica è asintomatica.   Come prevenire la malattia infiammatoria pelvica? La maniera più efficace per prevenire la malattia infiammatoria pelvica è l’utilizzo del preservativo nel corso dei rapporti sessuali.   Diagnosi Il ginecologo, a partire da segni e sintomi riferiti dalla paziente, nel corso della visita ginecologica potrebbe prelevare campioni di secreto vaginale e cervicale da sottoporre ad analisi di laboratorio in modo da identificare eventuali microorganismi patogeni. In caso di forte sospetto di malattia infiammatoria pelvica potrebbe decidere di prescrivere terapia antibiotica anche prima di ricevere gli esiti degli esami.   Trattamenti Il trattamento della malattia infiammatoria pelvica prevedere l’uso di antibiotici; la terapia può coinvolgere anche il partner al fine di evitare ulteriori infezioni. Per lo stesso motivo, nel corso della terapia antibiotica è consigliabile astenersi dai rapporti sessuali. In alcuni casi è necessario il ricovero ospedaliero e la somministrazione di terapia antibiotica per via endovenosa. Raramente si rende necessario l’intervento chirurgico.