Ascanio Graniero ha iniziato la sua attività di cardiochirurgo una decina di anni fa ed è cardiochirurgo specialista da 5 anni. Durante la specializzazione ha vissuto un’intensa attività in Sudan, dove ha lavorato per 13 mesi in un ospedale cardiochirurgico di Emergency.

In Humanitas Gavazzeni Bergamo fa parte dell’équipe che, sotto la guida del dottor Alfonso Agnino, esegue interventi anche di cardiochirurgia robotica utilizzando il robot Da Vinci.

Com’è cambiato il suo ruolo in sala operatoria con l’avvento della chirurgia robotica?

«L’intervento cardiochirurgico in robotica può essere condotto solo alla presenza di almeno due cardiochirurghi, uno che domina la consolle e uno che domina il tavolo. Il mio ruolo, che in cardiochirurgia tradizionale e mininvasiva era quello di “aiuto”, in robotica è diventato quello di cardiochirurgo primo operatore al tavolo, che comunica a voce con lo specialista che lavora alla consolle, il dottor Agnino, e insieme a lui conduce l’intervento. È un lavoro di continua collaborazione perché a ogni mossa, a ogni passaggio che fa l’operatore alla consolle il cardiochirurgo al tavolo deve farne un’altra».

Quali attività svolge durante l’intervento di cardiochirurgia robotica?

«Al tavolo lavoro attraverso una “porta” di lavoro e a una “porta” di servizio che corrispondono a due piccoli tagli posti sotto l’ascella di destra e quattro piccoli fori all’interno dei quali sono poste le terminazioni delle quattro braccia del robot Da Vinci. Le attività che eseguo sono ad esempio clampare, cioè chiudere temporaneamente l’aorta, oppure recuperare, trazionare o annodare i fili che vengono utilizzati per dare i punti all’interno del cuore. Il tutto in modalità videoassistita, grazie a uno schermo posto sopra il tavolo operatorio su cui sono proiettate le azioni svolte all’interno del cuore».

Dal punto di vista professionale, che cosa ha implicato per lei questo passaggio alla robotica?

«Per operare in cardiorobotica devi avere una serie di conoscenze ed esperienze accresciute rispetto al normale. Devi sempre essere precisissimo, saper mantenere la calma, avere una completa padronanza di quel tipo di metodica. Il passaggio alla robotica per me ha rappresentato un vero salto di qualità professionale».

Quanto è importante il lavoro di équipe nella cardiochirurgia robotica?

«È fondamentale perché in qualsiasi momento – sia in quelli più tranquilli, quando l’intervento procede linearmente, sia nei momenti di tensione – tutta l’équipe deve agire come fosse un’entità unica per fare in modo che tutto vada per il meglio. Essendo una tecnica complessa, di altissima specialità, ognuno deve eseguire con precisione il proprio ruolo e condurlo al meglio, in sincronia con tutti gli altri».

La vostra è dunque una formazione “di gruppo”?

«Sì, la nostra formazione è sempre stata eseguita a livello di équipe. Ci siamo fin da subito mossi tutti insieme e tutto quello che abbiamo fin qui fatto e appreso lo abbiamo fatto in gruppo. E per accrescere il nostro grado di affiatamento organizziamo anche momenti di incontro extraospedalieri, cerchiamo di trascorrere anche parte del tempo libero insieme per accrescere quanto più il nostro feeling sotto il profilo umano, oltre che professionale».