Spondilodisciti

Che cosa sono le spondilodisciti?

Le spondilodisciti od osteomieliti vertebrali sono processi infettivi della colonna vertebrale. Questo genere di infezione può interessare isolatamente le vertebre (spondilite), i dischi (discite) o entrambi (spondilodiscite).

L’incidenza presenta un primo, prevalente picco negli adulti dopo i 50 anni e un secondo, minor picco, durante la seconda decade di vita, dai 10 ai 20 anni.

Nei bambini la ricca vascolarizzazione del disco immaturo favorisce l’insorgere di disciti (3% dei casi, senza differenza di sesso). La vascolarizzazione del disco scompare verso i 20 anni e pertanto nell’adulto l’infezione si sviluppa primariamente nella vertebra, estendendosi solo secondariamente al disco, configurando il tipico quadro della spondilodiscite.

Possono essere coinvolte in varia misura da processo infettivo anche le strutture anatomiche contigue alla colonna vertebrale, dalle meningi, al midollo, ai nervi e ai muscoli paravertebrali. Il processo infettivo può localizzarsi a tutti i livelli della colonna vertebrale, in modo più frequente nel tratto lombare (60-70% dei casi).

 

Quali sono le cause delle spondilodisciti?

I microrganismi patogeni responsabili delle spondilodisciti variano in funzione delle modalità di contaminazione (ematogena, cioè attraverso il sangue, nel 60-80% dei casi, inoculazione diretta, fino al 15% e per contiguità, nel 13% dei casi), dell’area geografica, dell’età e di fattori predisponenti, in particolare precedenti interventi chirurgici e stati di immunodepressione.

Nel mondo occidentale gli organismi maggiormente responsabili di queste infezioni sono i batteri piogeni gram-positivi e gram-negativi, con netta prevalenza per lo Staphilococcus aureus (fino al 50% dei casi), seguono lo Streptococco, gli Stafilococchi coagulasi negativi, gli enterobatteri del tipo Escherichia Coli, lo Pseudomonas e gli enterococchi.

Nei Paesi in via di sviluppo prevale il bacillo tubercolare (Mycobacterium Tuberculosis), la cui incidenza risulta tuttavia in costante aumento in tutto il mondo.

Le spondilodisciti infettive piogeniche rappresentano dal 2 al 4% di tutti i casi di osteomielite. Le spondilodisciti fungine (Candida, Aspergillus), più rare, si sviluppano in seguito a inoculazione diretta per via venosa o a diffusione ematogena in soggetti a rischio (uso di droghe, etilismo cronico, diabete, in corso di chemioterapie).

 

Quali sono i sintomi delle spondilodisciti?

sintomi principali delle spondilodisciti sono la febbre, il dolore e la rigidità della colonna vertebrale. La febbre è tuttavia incostante e meno frequente nei casi generati dal bacillo tubercolare. Anche il dolore, di tipo infiammatorio, profondo, continuo, può non essere presente nel 10% dei casi, soprattutto in quelli di origine tubercolare.

La contrattura dei muscoli paravertebrali è sintomo più costante e provoca una diminuita mobilità della colonna. Nei quadri avanzati, complicati da crolli vertebrali o da invasione del canale vertebrale, possono comparire deficit neurologici, motori e/o sensitivi, da compressione midollare e radicolare, con anche possibili disturbi sfinterici, da interessamento del cono midollare.

Possono essere presenti, non in tutti i casi, segni e sintomi di infezione sistemica, con asteniasudorazione notturna e aumento degli indici di infiammazione del sangue.

 

Come possono essere individuate le spondilodisciti?

Esami ematochimici

In presenza di una lombalgia con dolore di tipo infiammatorio, il primo esame ematochimico da eseguire è il dosaggio della PCR (proteina C reattiva): questo test biologico è tuttavia aspecifico e non esclude altre cause possibili, per esempio di tipo tumorale o reumatico. Indispensabile pertanto risulta sempre un raffronto clinico-anamnestico e con i riscontri di diagnostica per immagini.

Il dosaggio della procalcitonina non è ritenuto utile per una diagnosi di spondilodiscite infettiva e nemmeno altri parametri quali il fibrinogeno e l’elettroforesi sieroproteica.

Diagnostica per immagini

L’indagine diagnostica per immagini adatta all’individuazione della spondilodiscite è la risonanza magnetica (Rm), completata in tutti i casi con la somministrazione di mezzo di contrasto, che permette di confermare l’infiammazione dell’osso e del disco e soprattutto di evidenziare eventuali ascessi intra e para vertebrali. La RM serve anche a monitorare nel tempo la risposta alla terapia antibiotica.

Nel sospetto di spondilodiscite tubercolare è consigliabile eseguire uno studio RM non solo del tratto di colonna più probabilmente coinvolto, in base alla valutazione clinica del paziente, ma di estenderlo a tutta la colonna vertebrale, non essendo infrequenti le localizzazioni a più livelli.

La tomografia computerizzata (Tc), senza mezzo di contrasto, risulta indagine complementare nei casi di crolli vertebrali che richiedano una stabilizzazione chirurgica.

Diagnosi di Medicina nucleare

La scintigrafia ossea con Tc99m è molto sensibile ai processi infiammatori tipici della spondilodiscite, presenta una sensibilità del 90%, una specificità del 75% ed è raccomandata in presenza di controindicazione allo studio della risonanza magnetica.

La PET con 18F-FDG ha una sensibilità del 100% e una specificità del 95%.

Diagnosi microbiologica, anatomo-patologica e molecolare

L’identificazione del microrganismo responsabile è di primaria importanza nel trattamento delle spondilodisciti.

L’indagine microbiologica si avvale delle emocolture, delle biopsie ad ago sottile o mediante trocard, di biopsie chirurgiche a cielo aperto e di altri esami in funzione dell’orientamento diagnostico (puntura dell’ascesso, prelievo di materiale per ricerca del BK, sierologia della brucellosi, ecc.). La biopsia disco-vertebrale è indicata in presenza di emocolture negative.

La diagnostica di biologia molecolare (PCR) risulta utile nei casi di emocolture difficili o in presenza di infezione già in trattamento antibiotico.

 

Come si possono curare le spondilodisciti?

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