In Italia aumenta di quasi l’8% in un anno il consumo di psicofarmaci utilizzati per combattere nevrosi, attacchi di panico e insonnia. Gli Italiani insomma, sono sempre più ansiosi. Emerge da un approfondimento sui consumi di psicofarmaci in Italia pubblicato sul portale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). “È stabile intorno al 6% della popolazione – si legge nel report -, il numero di italiani a cui è stato prescritto, almeno una volta nel corso dell’anno, un antidepressivo”.

Parliamo dell’incremento dell’uso degli psicofarmaci con la dottoressa Agnese Rossi, psicoterapeuta di Humanitas gavazzeni Bergamo.

Un trend in aumento

Attraverso l’analisi dei dati sulle prescrizioni farmaceutiche rimborsate dal Servizio sanitario nazionale, Aifa stima che circa 3,6 milioni di Italiani li abbiano assunti nel 2017. In aumento, invece, i consumi di benzodiazepine, ovvero una classe che comprende ansiolitici, ipnotici e sedativi: nel 2017 si osserva un consumo di circa 50 dosi giornaliere ogni mille abitanti, con un incremento di circa l’8% rispetto all’anno precedente, un campanello d’allarme che rappresenta una risposta ad aumentati livelli di stress e disagio psichico nella quotidianità. A pesare, secondo gli esperti, sono una crescente solitudine, un futuro incerto e una sempre maggiore incapacità di gestire le frustrazioni.

L’effetto dello stress sul cuore: una questione di genere

Allo stress mentale il cuore delle donne potrebbe rispondere in modo diverso da quanto accade negli uomini. Il team di ricerca della Emory University di Atlanta (USA) ha visto come, nelle donne, lo stress determini una costrizione dei piccoli vasi contenuti all’interno del muscolo cardiaco, che potrebbe ridurre l’afflusso di sangue al cuore.

Quanto questo possa tradursi in un aumento di eventi cardiovascolari avversi non è stato però appurato dagli scienziati. In particolare i ricercatori si sono concentrati sulla cardiopatia ischemica indotta dallo stress. Lo studio ha coinvolto 678 pazienti con malattia coronarica con, in media, 63 anni d’età. Mentre tenevano un discorso in pubblico sono stati misurati alcuni parametri come la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca. I ricercatori hanno anche rilevato delle immagini del loro cuore e misurato la costrizione dei piccoli vasi che portano il sangue al muscolo cardiaco.

Dall’analisi dei dati si è visto come le donne e gli uomini avessero una diversa reattività ai meccanismi associati all’ischemia indotta dallo stress. Nelle donne si verificava vasocostrizione dei piccoli vasi, senza che il cuore aumentasse il carico di lavoro per far circolare il sangue. Negli uomini, invece, era l’opposto. Nei partecipanti di sesso maschile la riduzione dell’apporto di sangue al cuore era determinata da un aumento della pressione e della frequenza cardiaca, due elementi che facevano aumentare il carico di lavoro cardiaco.

Il parere dello psicoterapeuta

«Per capire l’aumento dell’uso degli psicofarmaci – ha commentato la dottoressa Rossi -, è fondamentale la lettura di alcuni aspetti culturali della nostra società. È forte la tendenza a medicalizzare ogni aspetto problematico del nostro vivere quotidiano, cercando una risposta immediata a ogni sintomo ansioso o depressivo. A volte però questi sintomi non sono solo psicopatologie da anestetizzare immediatamente con un farmaco, che ovviamente ci può dare un grande aiuto, ma sarebbe importante ascoltare anche cosa ci dice il nostro corpo attraverso questi segnali. Quando per esempio viviamo un lutto, la malattia di un familiare, la perdita del lavoro o un cambiamento importante come un trasloco, con vissuti di ansia e agitazione o tono basso dell’umore, si potrebbe subito ingoiare un farmaco e cancellare ogni sintomo. Se però non sono situazioni marcatamente patologiche e clinicamente importanti, è utile prendersi un tempo soggettivo per elaborare questi vissuti emotivi e integrare gradualmente questi eventi nella nostra quotidianità».

«La nostra cultura del “tutto subito”  – ha concluso Rossi – a volte non ci aiuta a prevenire questi disturbi ansiosi o depressivi, quando ci impone tempi lavorativi eccessivi, richiede prestazioni elevate, aspettative irrealistiche, ci pone in competizione invece di favorire la collaborazione reciproca, ci martella con messaggi consumistici e ci impone ritmi frenetici che tolgono il senso umano al nostro tempo; tempo che si riduce a puro tempo cronologico da riempire con una fitta serie di impegni, altrimenti ci sentiamo vuoti e soli. Tutto questo talvolta ci toglie la possibilità di costruire relazioni affettive profonde (quante volte diciamo: “Non ho tempo!”), che possono essere un’ottima prevenzione e talvolta una terapia efficace per questi disturbi. Infine non è da sottovalutare un percorso psicoterapeutico, spesso parallelo a una farmacoterapia, che certamente richiede più tempo e impegno, ma ci aiuta a comprendere a fondo chi siamo e a rispondere con genuinità ai nostri bisogni e desideri più veri».