La terapia focale per il tumore della prostata è una nuova tipologia di intervento che riguarda i pazienti affetti da tumore prostatico non ancora aggressivo, tenuto sotto controllo da una “sorveglianza attiva” che prevede l’attuazione di esami eseguiti a cadenza annuale.

Anzitutto, che cosa significa “Sorveglianza attiva”?

Lo chiediamo al dottor Vincenzo Altieri, urologo di Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

«I pazienti che sono sottoposti a questo tipo di sorveglianza sono uomini che hanno tumori alla prostata con determinate caratteristiche al momento non aggressive. Sono pazienti che vengono monitorati attraverso l’esecuzione di una risonanza magnetica prostatica multiparametrica seguita da una biopsia una volta l’anno. Quando il tumore progredisce, e solo allora, diventa necessario intervenire con un intervento chirurgico o con radioterapia».

Perché non si interviene subito, in maniera preventiva, prima che il tumore progredisca e diventi aggressivo?

«È vero che questi tumori non ancora aggressivi hanno un’alta percentuale di evoluzione tale da richiedere, in futuro, un intervento chirurgico. Ma è altrettanto vero che si ritiene di dover rimandare il più possibile l’esecuzione dell’intervento perché questo è molto demolitivo e può provocare problemi seri e fastidiosi come la disfunzione erettile o l’incontinenza urinaria. La stessa radioterapia, del resto, può essere causa di proctite o cistite attinica. Per questo si preferisce aspettare e procedere con nuovi interventi, come appunto la “terapia focale” che sono in grado di rallentare, se non fermare del tutto, l’evoluzione della malattia tumorale».

Parliamo, appunto, della terapia focale per il tumore alla prostata. In che cosa consiste?

«Si tratta di un trattamento che, attraverso l’utilizzo di un laser multicanale a diodi, permette di praticare necrosi coagulative nelle aree segnalate come sospette tumorali dalla risonanza magnetica e poi convalidate dalla biopsia. “Necrosi coagulativa” significa che con degli speciali aghi ultrasottili raggiungiamo le aree sospette e le andiamo a “bruciare” con il laser, con il risultato di interrompere una catena e bloccare il tumore diminuendo il rischio di progressione della malattia. Il trattamento viene effettuato in una sola seduta in anestesia locale, della durata al massimo di un’ora, in regime di day-surgery e non ha alcuna controindicazione. Ma, soprattutto, ha dalla sua il fatto che in molti casi consente di non dover giungere all’intervento chirurgico o all’esecuzione di sedute di radioterapia, con le conseguenze che abbiamo visto prima».

Come viene eseguito l’intervento?

«L’intervento di terapia focale viene eseguito utilizzando lunghi aghi sottilissimi – dell’ordine di qualche micron – che vengono introdotti in area perineale e condotti fino al nodulo tumorale presente nella prostata, individuato in precedenza con la risonanza magnetica. Una volta raggiunto il nodulo, attraverso l’ago si provvede a bruciarlo con un’energia di 1.064 nanometri, in grado di incidere sul tessuto interessato senza toccare tutto ciò che sta attorno. Il tessuto bruciato in seguito viene riassorbito e sostituito naturalmente da tessuto cicatriziale o nuovo. La precisione della bruciatura permette di salvaguardare i nervi sessuali e di non incidere negativamente su aspetti legati all’impotenza, all’incontinenza urinaria, all’eiaculazione retrograda, per fare alcuni esempi».

L’esecuzione di questo tipo di intervento richiede l’effettuazione di successivi controlli?

«Sì. Il paziente non si deve dimenticare che ha comunque avuto una diagnosi di tumore, per cui sono necessari follow-up a distanza – a 6 mesi/1 anno, a seconda della specificità del caso – con cui verificare, con una nuova risonanza magnetica e una biopsia, se la bruciatura ha avuto gli effetti sperati. Bisogna anche sottolineare che noi interveniamo solo nelle aree segnalate da RM e biopsia. Se c’è un angolo in cui il tumore è rimasto inizialmente nascosto può essere individuato in un secondo tempo, così che si possa reintervenire in tempo con la stessa terapia focale».

Si tratta di una tecnica nuova…

«Sì, è una tecnica che viene eseguita in pochi centri in Italia. Molti applicano altri tipi di energie, questa dell’ablazione laser a diodi è utilizzata in soli 3-4 ospedali italiani, tra questi ci siamo noi di Humanitas Gavazzeni. Io l’ho eseguita e ho contribuito a metterla a punto insieme al suo co-inventore, il dottor Gianluigi Patelli. Abbiamo iniziato a utilizzare questo tipo di laser sui pazienti affetti da ipertrofia prostatica ostruttiva e ci siamo resi conto in seguito che questa tecnica poteva essere applicata anche ai tumori prostatici per cui l’abbiamo sviluppata e messa a punto fino a riuscire a ottenere degli ottimi risultati pratici».