«Fare ricerca significa studiare e descrivere un fenomeno patologico e cercare di modificarne la sua storia naturale». È ciò che viene fatto in relazione alle malattie dell’occhio – in particolare quelle legate alla retina – nel Centro Oculistico di Humanitas Gavazzeni Bergamo, come ci spiega Mario Romano, responsabile del centro e docente di Humanitas University.

Professor Romano, che cosa significa fare ricerca nel suo ambito?

«Stiamo anzitutto cercando di superare la distinzione che in passato veniva fatta tra ricerca di base e ricerca applicata. La ricerca che cerchiamo di finalizzare è quella traslazionale, che arriva direttamente al letto del paziente e ha dunque riflessi applicativi sull’attività clinica e terapeutica quotidiana. È questo il nostro scopo: impegnarci in una ricerca che non rimanga solo accademica o finalizzata a se stessa, ma che sia alla base delle applicazioni in ambulatorio, in corsia e in sala operatoria».

In quali proporzioni stanno, nella sua attività quotidiana, l’attività medica chirurgica e quella di ricerca?

«Oltre all’attività di ricerca e a quella assistenziale svolgo anche attività didattica. Solitamente sono impegnato al 60% nell’attività assistenziale, al 30% nella ricerca e al 10% nell’attività didattica e accademica».

Quali sono le soddisfazioni e le eventuali difficoltà che derivano dalla vostra attività di ricerca?

«La soddisfazione più grande sta nel fatto che quando facciamo ricerca sappiamo di lavorare su larga scala per la salute di tante persone. Quando rimaniamo nell’ambito dell’attività assistenziale ci rapportiamo alla persona, la curiamo singolarmente. Quando invece facciamo ricerca in modo traslazionale cerchiamo di far sì che il risultato della ricerca possa avere un’applicazione più diffusa possibile. È chiaro poi che non tutta la ricerca sfocia in un risultato positivo, molti possono essere gli insuccessi. Queste sono le possibili delusioni della ricerca, che comunque ti stimolano ancor più a non fermarti, a cercare nuove strade per ottenere i risultati sperati».

Quali sono le speranze per il futuro, sempre restando nel suo ambito di ricerca?

«Oggi l’attenzione, oltre che sui processi patologici che comunque cerchiamo di studiare per interpretare la malattia, è posta in particolare sulla genetica e sulla robotica, intese come preziose adiuvanti dell’attività medico/chirurgica. Già oggi nella terapia c’è tanto di genetica e tanto di robotica, ma il futuro in questi settori si profila quanto mai “aperto” e soddisfacente, gli spazi della ricerca di ingegneria biomedica appaiono davvero ampi e ricchi di novità interessanti».

Quanti pazienti sono interessati dalla vostra ricerca?

«Potenzialmente lo possono essere tutti i nostri pazienti. Ci sono però alcuni limiti a oggi nella genetica e nella robotica da applicare alla terapia in oftalmologia. Per la genetica possiamo occuparci delle sole patologie ereditarie geneticamente mappate e caratterizzate, tenendo conto anche della multifattorialità e dal tipo di geni interessato. Per quanto riguarda la robotica, presto potremo utilizzarla non solo per gli approcci in remoto, ma anche come adiuvante alla chirurgia, così da rendere possibili tecniche di intervento che il chirurgo da solo non riuscirebbe a eseguire, o comunque riuscirebbe a fare solo con grande difficoltà».

Una domanda personale: come e quando ha deciso di intraprendere la professione medica?

«La professione medica ha un vantaggio: riesci in qualche modo a entrare in rapporto con il tuo interlocutore, che non è il terminale di una prestazione ma è un “paziente”. Questo passaggio comporta un livello umano di interazione davvero particolare e intenso: una persona si affida completamente a te. Questo è quello per cui ho deciso di fare il medico. Ho scelto nello specifico oftalmologia perché è una branca che unisce un’attività sia chirurgica sia clinica, strettamente unite da elementi di fisica ottica; una serie di elementi che mi hanno fin sa subito incuriosito e stimolato».

 

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