Il dolore è cronico quando si mantiene per un lungo periodo, di vari mesi. A volte è così intenso che le terapie farmacologiche non riescono a lenirlo, per cui diventano necessari piccoli interventi con cateteri, aghi o elettrodi.

Il dolore cronico è uno dei maggiori problemi sanitari in Europa e nel mondo, con conseguenze invalidanti sulle persone sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico.

«Il dolore si definisce cronico quando dura oltre i 3/6 mesi – spiega Giambattista Villa, responsabile del servizio di Terapia del dolore di Humanitas Gavazzeni Bergamo –. È una sofferenza persistente che se non si riesce a fermare e finisce per diventare una vera e propria tortura. Mentre il dolore acuto è un segnale importante, un campanello d’allarme per dirci che qualcosa non funziona, il dolore cronico è dannoso se non riusciamo a sconfiggerlo».

Definire il dolore è complesso e, soprattutto, è difficile misurarlo. «Possiamo però dire che esistono tre categorie di dolore – precisa il dottor Villa –: nocicettivo, neuropatico e oncologico. Il dolore nocicettivo è causato da danni ai tessuti ed è principalmente un dolore osseo o articolare (ad esempio il dolore da trauma o lombare). Il neuropatico è provocato da danni ai nervi come il dolore sciatalgico o quello post erpetico (per esempio dopo “il fuoco di Sant’Antonio”). Il dolore oncologico, derivato dal cancro può essere neuropatico e nocicettivo, e ha impatto anche sul tono dell’umore».

Per bloccare o attenuare il dolore cronico si ricorre innanzitutto ai farmaci, spesso però non sufficienti. «Se i trattamenti farmacologici non sono sufficienti lo specialista, il terapista del dolore, è in grado di mettere a disposizione del paziente procedure antalgiche mininvasive, la maggior parte eseguite in anestesia locale, che consentono di alleviare il sintomo e restituire una buona qualità di vita – prosegue lo specialista –. Piccoli aghi, cateteri o elettrodi vengono posizionati fino a raggiungere e trattare i punti da cui origina il dolore, così da alleviarlo. In alcuni casi, come ad esempio nella decompressione discale meccanica, utilizziamo anche un piccolo ago rotante che ci permette di asportare piccole quantità di disco invertebrale così da alleviare la pressione all’origine del dolore. L’utilizzo di queste diverse procedure percutanee permette spesso di non arrivare e all’intervento chirurgico».

Articolo pubblicato il 17 maggio 2015 sul quotidiano “Eco di Bergamo”.