Pubblichiamo una lettera scritta in ricordo del dottor Italo Nosari, caro amico e stimato collega di Humanitas Gavazzeni Bergamo.

Il dottor Nosari, 69 anni responsabile dell’Ambulatorio di Diabetologia, se n’è andato in mezzo ai suoi malati, dopo avere lottato strenuamente contro il Coronavirus.

 

Ciao Italo,

la prima volta che l’ho incontrato per intervistarlo, secoli prima di tutto il male di adesso, ho pensato che fosse bellissimo. Di lui si diceva che era il massimo nel suo campo, anche se aveva appena 40 anni, e che i suoi pazienti lo amavano perché non li mollava mai, e li spingeva a non arrendersi alla malattia di cui già sapeva assolutamente tutto ma che continuava a studiare, caparbio, perché più ne avesse saputo più – parole sue – sarebbe stato in grado di fotterla.

Avevo tutte le domande scritte nel mio grossissimo blocco e lui gettandoci un occhio aveva detto: “Sei pazza vero? Devo visitare ancora 30 persone ho solo 10 minuti per te, sfruttali bene”.

Antipatico, respingente, scostante. “Quanto te la tiri, eh” avevo pensato. “Se continua così me ne vado”.

Poi aveva iniziato a parlare, mentre io scrivevo in fretta. La sua passione, la sua chiarezza, il suo sapere enciclopedico, il suo italiano ricercato, zeppo di eleganti equilibrismi da liceo classico, nello spazio di appena un quarto d’ora (un niente, giuro, di fronte all’oceanica vastità della questione) mi hanno permesso di capire a fondo e per sempre i meccanismi complessi che portano all’instaurarsi del diabete e l’evoluzione subdola con cui, se non si sta scrupolosamente attenti, ti ruba la vita a venire.

Da quel giorno in poi, lungo i 30 anni che sono passati da allora, non ho più scritto nulla di diabete, tiroide, dosaggi ormonali, risposte allo stress senza sentire lui, e mai ho pubblicato nulla sugli argomenti senza prima chiedergli, per pietà, di guardare che fosse tutto ok e di correggere quanto non andava bene (cioè praticamente tutto, maniacale com’era nelle revisioni).

L’ultima volta che lo ha fatto, dopo la consueta prassi di farmi supplicare mentre imprecava contro il fato scortese che mi aveva messo sulla sua strada (ma cosa credi che abbia sempre tempo per le tue cazzate? Ma per cosa mi hai preso per la tua maestra dell’asilo? Ma non conosci nessun altro endocrinologo?), mi ha scritto in cima al file corretto con la cura puntigliosa che faceva di lui il massimo che una giornalista della salute potesse chiedere di incontrare: “Come al solito mi sei costata sangue – ma amen – sembra un destino”.

In risposta gli ho scritto, un po’ seria e un po’ no (ma lui di certo ha compreso che ero più seria che no): “Grande uomo, tu fai del mondo un posto migliore”. Poi ho aggiunto uno smile, per rendere lieve un giudizio che altrimenti lo avrebbe imbarazzato.

Ciao Italo, so che hai lottato tanto per farcela, ma il mostro è cattivo. Ciao mio consulente preferito (così ti dicevo, so che ti piaceva, non me l’hai detto mai, ruvido com’eri, ma ti saresti risentito se avessi smesso di chiamarti così), da oggi in poi il mondo sarà un posto peggiore. E lo dico convinta.

Laura de Laurentiis*

 

*divulgatrice scientifica, scrive di salute e psicologia su varie testate tra cui Viversaniebelli e Bimbisaniebelli. È autrice di circa 70 manuali, del Grande libro italiano della gravidanza e del Grande libro italiano del bambino (Rizzoli).