Vene varicose, un disturbo circolatorio comune tra le donne

Durante la settimana della Festa della donna, dal 6 all’11 marzo, Humanitas San Pio X offrirà una serie di consulti medici ed esami gratuiti rivolti alle donne, per il controllo e la prevenzione della loro salute.

Una della delle prestazioni offerte è la visita angiologica, un controllo clinico e strumentale sulla salute del sistema vascolare venoso.

L’esame è particolarmente indicato per quelle pazienti che notano un doloroso (e inestetico) rigonfiamento dei vasi sanguigni o che lamentano frequentemente gambe gonfie e pesanti, sintomi che potrebbero rivelare la presenza di vene varicose.

Ma cosa sono le vene varicose e perché compaiono? L’abbiamo chiesto alla dottoressa Elisa Casabianca, specialista in Chirurgia Vascolare, che visiterà le pazienti lunedì 6 marzo dalle 17.30 alle 20.00.

Che cosa sono le vene varicose?

Le vene varicose consistono in una alterazione delle vene superficiali degli arti inferiori, le safene, che diventano dilatate e tortuose e perdono la loro capacità di riportare correttamente il sangue verso il cuore, aumentando il ristagno di liquidi nelle gambe.

Quali sono le possibili cause?

Alla base c’è spesso una predisposizione familiare, a cui possono aggiungersi altri fattori: obesità, età avanzata, terapie ormonali, gravidanze e alcuni tipi di professione che costringono alla posizione eretta per molte ore consecutive.

Come si manifestano?

I sintomi possono essere: un senso di pesantezza alle gambe, gonfiore, crampi notturni, eritemi sulla pelle, macchie scure, specialmente intorno alla caviglia. Inoltre possono essere visibili sotto la pelle i cosiddetti gavoccioli varicosi: gomitoli bluastri di vene dilatate che, allungandosi, si avvolgono su se stesse.

Diagnosi

Una visita specialistica di angiologia o chirurgia vascolare è in grado di evidenziare e diagnosticare con estrema precisione la presenza di vene varicose. All’esame clinico si associa l’ecocolor-doppler: esame non invasivo; in sostanza un’evoluzione dell’ecografia tradizionale che permette di visualizzare i vasi sanguigni in dettaglio e studiare il flusso ematico al loro interno. Con questo semplice approccio non solo si giunge a diagnosi di insufficienza venosa, ma si può definire il trattamento più adeguato.

Quali sono i possibili trattamenti?

Il primo approccio è costituito dalla terapia medica e comportamentale: esistono farmaci cosiddetti “flebotonici” che migliorano sia la consistenza delle vene sia la circolazione periferica. Di fondamentale importanza poi è l’utilizzo di calze elastiche, il cui grado di compressione va stabilito dallo specialista.  Nei casi più severi, verrà indicato un trattamento chirurgico, più radicale.

La termoablazione in radiofrequenza

“Molte di noi – spiega la dottoressa – hanno esperienza di un parente o conoscente sottoposto ad asportazione chirurgica della safena. L’intervento tradizionale comporta, tuttavia, un impatto chirurgico invasivo e cruento ed è per questo ormai destinato a scomparire”.

Accanto all’intervento tradizionale, ancora necessario in casi selezionati particolarmente complessi, vi è la possibilità di ricorrere a trattamenti endoscopici mini-invasivi di diversa tipologia.

“Tra questi – continua la dott.ssa Casabianca – una metodica con ottimi risultati è la termoablazione in radiofrequenza: la vena responsabile della formazione delle varici viene occlusa in modo definitivo, senza la necessità di essere asportata. In pratica, mediante una puntura simile ad una flebo nel braccio, si inserisce all’interno della vena malata una sottile sonda che emette rapidamente calore (onde in radiofrequenza) determinando in pochi secondi la distruzione della vena dall’interno; la sonda viene quindi spostata lungo la vena sino alla sua totale occlusione”.

L’intervento, che dura circa 30 minuti, viene eseguito con anestesia locale, non lascia cicatrici e consente tempi di ripresa estremamente brevi (circa un giorno): già da subito la paziente è in grado di alzarsi e di camminare. “Inoltre, grazie alla sua ridotta invasività, è indicato – conclude la dottoressa – anche in pazienti anziani e con più patologie associate, che normalmente venivano esclusi dal trattamento chirurgico tradizionale”.