Il massaggio neonatale, un modo di stare con il proprio bambino.

Il massaggio neonatale costituisce uno strumento efficace che favorisce il legame di attaccamento e rafforza la relazione genitore-neonato: è realmente un modo di comunicare profondamente con il proprio bambino. L’evidenza clinica e i recenti studi presenti in letteratura hanno confermato l’effetto positivo del massaggio sullo sviluppo e sulla maturazione neurocomportamentale del neonato a diversi livelli; ogni genitore può apprenderlo facilmente, adattandolo alle esigenze del proprio neonato: è possibile, in questo modo, accompagnare, proteggere e stimolare la crescita e la salute del nostro bambino, privilegiando la comunicazione ed il contatto con lui.

I benefici del massaggio neonatale

Infatti, il massaggio neonatale:
  • Favorisce uno stato di benessere nel bambino
  • Lo aiuta a scaricare e dare sollievo alle tensioni provocate da situazioni nuove, stress o piccoli malesseri,
  • può rivelarsi un buon sostegno nei disturbi del ritmo sonno-veglia
  • favorisce nel bambino la conoscenza delle varie parti del corpo sostenendo lo sviluppo dell’immagine di sé, così da far sentire il bambino aperto, sostenuto ed amato
Secondo alcuni studi, il massaggio stimola, fortifica e regolarizza il sistema circolatorio, respiratorio, muscolare, gastro-intestinale, prevenendo e dando sollievo a quel fenomeno così diffuso che sono le coliche gassose. Un’altro importante beneficio del massaggio neonatale è la stimolazione: principalmente viene stimolato il tatto come organo di senso, in quanto la pelle stimolata manda, attraverso le vie nervose, afferenze al cervello dove vengono elaborate e riceve efferenze creando così un rapporto con l’ambiente.Una conseguenza diretta di questa stimolazione è l’accelerazione della mielinizzazione (processo non ancora completo nel neonato) delle fibre nervose. Oltre a ciò, il massaggio gioca un ruolo importante nella stimolazione sensoriale. Viene coinvolta la
  • Vista: durante il massaggio c’è un diretto contatto visivo con la madre; il bambino osserva il volto (contorni e particolari), nota le espressioni. Se tenuto nella posizione a culla col capo allineato con il resto del corpo riceve stimolazioni simmetriche e ciò naturalmente acuisce la capacità visiva e la messa a fuoco, accelerando la mielinizzazione del nervo ottico e quindi la funzionalità visiva (secondo il principio che la funzione crea l’organo).
  • Udito: infatti, sempre nella posizione a culla simmetrica, la madre (o il padre) parla al bambino con una voce adatta (cioè ad alta frequenza) che conosce (o riconosce) istintivamente. Il bambino riceve simmetricamente lo stimolo uditivo e comincia a misurare le distanze. Parlare al bambino diventa anche un rinforzo del linguaggio. Il bambino, quando la madre parla, per imitazione produce dei suoni e la madre (o il padre) li rinforza creando così un primo dialogo verbale.
  • Olfatto: la vicinanza e lo stretto contatto fanno sì che la madre e il bambino si riconoscano, soprattutto nei primi mesi. Infatti si consiglia di usare un olio non profumato.
  All’interno del video, la Dott.ssa Paola Marangione, Responsabile dell’Unità Operativa di Neonatologia e Patologia Neonatale di Humanitas San Pio X, spiega tutti gli altri benefici del massaggio.  

Infortunio alla mano per Kyle Johnson, operato in Humanitas San Pio X

In seguito a un infortunio che ha coinvolto il giocatore di basket Kyle Johnson durante l’allenamento di martedì sera, la Società Novipiù Junior Casale comunica che il cestista della squadra ha subito una lesione sottocutanea del tendine estensore del terzo dito della mano destra. Dopo una visita specialistica svoltasi presso l’Ospedale Humanitas San Pio X, Johnson è stato sottoposto mercoledì pomeriggio a un intervento chirurgico eseguito dall’équipe dei Dottori Giorgio Pivato e Loris Pegoli, responsabili dell’Unità Funzionale di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva. L’intervento è perfettamente riuscito e la situazione verrà rivalutata fra 15 giorni.

Intolleranze e allergie alimentari: come distinguerle?

Parte oggi l’iniziativa SpecialmenteDonna di Humanitas San Pio X: una settimana di visite mediche ed esami gratuiti mirati alla prevenzione e alla salute delle donne in occasione della loro festa. Tra le proposte rivolte alle pazienti, un colloquio personale riguardo a intolleranze e allergie alimentari con la dottoressa Alessandra Piona, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Generale e specialista in allergologiala quale sarà disponibile mercoledì 8 marzo dalle 15.30 alle 17.00 e giovedì 9 dalle 16.30 alle 20.00 per fare un’anamnesi e fornire consigli personalizzati per prevenire i disturbi derivati dall’alimentazione.

Intolleranze e allergie alimentari, che cosa sono?

Sempre più spesso si sente parlare di disturbi alimentari quali allergie e intolleranze. Effettivamente, avere una qualche reazione a un determinato cibo è un fenomeno molto diffuso, ma nella maggior parte dei casi ciò è dovuto a un’intolleranza piuttosto che a una vera e propria allergia. Poiché però entrambe presentano alcuni sintomi comuni quali nausea, dolore allo stomaco, diarrea e vomito, spesso vengono confuse. L’allergia, tuttavia, è più rara e può rappresentare un problema più serio.

La differenza nei sintomi

Le allergie si manifestano immediatamente, o quasi, in seguito all’ingestione anche di minime quantità di un determinato alimento. Si tratta di una reazione di difesa del sistema immunitario, che scambia queste sostanze per agenti esterni pericolosi per l’organismo e dunque li attacca, provocando diversi tipi di sintomi sparsi per tutto il corpo come: Gli alimenti che scatenano la stragrande maggioranza delle allergie sono: frutta secca, pesce, molluschi, latte, uova, soia e grano. Le intolleranze, invece, si sviluppano gradualmente e dipendono dalla quantità e dalla frequenza con cui si assumono determinati cibi. Si tratta di problemi, più o meno acuti, di digestione e perciò comportano più che altro irritazioni allo stomaco e all’intestino, con disturbi localizzati quali aerofagia, gonfiore, crampi e acidità, e altri disturbi ad esse legati come emicrania, irritabilità e nervosismo. I diversi sintomi spiegati dalla dottoressa Alessandra Piona all’interno del video.

Le cause delle intolleranze alimentari

Tra le più comuni intolleranze alimentari c’è quella al lattosio, che è causata dall’assenza di un particolare enzima necessario alla completa digestione di un cibo, nel caso del lattosio di uno zucchero presente nel latte e nei latticini. L’intolleranza al glutine (proteina presente nel grano e nei cereali), presenta alcune caratteristiche proprie dell’allergia perché è causata da una reazione immunitaria. Tuttavia, i sintomi sono per lo più gastrointestinali e le persone colpite da celiachia non rischiano lo shock anafilattico. Tra le altre cause di intolleranza ci sono la sindrome dell’intestino irritabile, un disturbo cronico che può provocare crampi, costipazione e diarrea, l’intossicazione alimentare, causata da tossine presenti in cibi avariati che possono provocare gravi problemi digestivi, sensibilità ad additivi alimentari, come per esempio i solfiti, che possono scatenare attacchi d’asma nelle persone sensibili a questa sostanza. In aggiunta alle intolleranze si osserva sempre anche una disbiosi intestinale, vale a dire un’alterazione della flora intestinale con conseguente infiammazione cronica, che acuisce i sintomi della sensibilità a un dato alimento.

Prevenzione e cura

Per qualsiasi disturbo alimentare sospetto è consigliabile rivolgersi a un medico, che in base a specifici esami stabilirà se si tratta di allergia o intolleranza. In Humanitas San Pio X è possibile eseguire un test su un’ampia batteria di alimenti che consente di individuare gli alimenti che determinano i disturbi nei pazienti. Sempre seguendo le indicazioni mediche, in caso di allergia occorre eliminare completamente dalla propria dieta i cibi che la scatenano e verificare con il medico la necessità di tenere sempre con sé dosi iniettabili di epinefrina (adrenalina) per emergenza da anafilassi. In caso di intolleranza, oltre che evitare o ridurre i cibi mal digeribili, si possono scegliere prodotti particolari come latte privo di lattosio o gli innumerevoli prodotti senza glutine commercializzati, insieme a integratori di enzimi. Anche per curare la disbiosi intestinale associata alle intolleranze possono venire prescritti integratori e fermenti probiotici per ristabilire la flora intestinale. In generale, per evitare disturbi bisogna prendere la buona abitudine di identificare e riconoscere i cibi e le dosi che provocano i sintomi e informarsi sempre circa gli ingredienti contenuti nelle pietanze.

Il medico risponde

Tutti gli approfondimenti della dottoressa Piona all’interno del video.
   

L’adiponectina: l’ormone “buono” contro le malattie cardiovascolari

Dopo aver ricevuto dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (Onda) due Bollini Rosa per l’impegno e l’attenzione verso la salute delle donne, in occasione della Festa della donna, Humanitas San Pio X organizza una settimana di incontri ed esami gratuiti dedicati proprio alla prevenzione femminile Tra gli esami offerti, la misurazione dell’adiponectina, un ormone “buono” prodotto dal grasso addominale, utilissimo per prevenire il rischio di malattie cardiovascolari e non solo. A parlarci dell’innovativo esame, il dottor Roberto Colombo, coordinatore e medico di riferimento dei laboratori di analisi di Humanitas San Pio X, che sarà a disposizione delle pazienti nelle giornate di martedì 7, giovedì 9 e sabato 11 marzo­, dalle 8.30 alle 10.30.

 Che cos’è l’adiponectina e a che cosa serve?

“Innanzitutto – sottolinea il dott. Colombo – ci tengo a premettere una cosa molto importante: il grasso addominale non è più considerato un tessuto di deposito, bensì un organo endocrino. Esso produce degli ormoni che sono estremamente importanti per i nostri metabolismi”. L’adiponectina è un ormone prodotto dal grasso addominale, in particolare quando mangiamo. Essa, per il nostro benessere, agisce in due modalità estremamente importanti:
  1. è vasodilatante, quindi è attiva contro il rischio aterosclerotico e quello cardiovascolare;
  2. l’adiponectina aiuta l’insulina ad agire.

Che cos’è l’insulina?

“L’insulina – continua il medico – è un ormone che riduce gli zuccheri nel sangue, li fa penetrare nelle cellule e, quindi, stabilizza e regolarizza il metabolismo degli zuccheri.”

Che cosa succede all’adiponectina quando il grasso addominale aumenta?

“Quando il grasso addominale aumenta, l’adiponectina diminuisce e, di conseguenza, aumenta il rischio cardiovascolare, perché diminuisce anche la sua azione vasodilatante e quella anti-aterosclerotica. Ma, soprattutto, quando il grasso addominale aumenta e diminuisce l’adiponectina, l’insulina fa più fatica ad agire. Questo in medicina si chiama “resistenza all’insulina”, una situazione che, a lungo andare, porta al diabete. Risulta quindi evidente il ruolo chiave rivestito da questo ormone nella sua azione contro il rischio cardiovascolare e il suo stretto rapporto con l’insulina. Per semplificare – chiarisce il dott. Colombo –: se abbiamo un po’ di pancia, l’adiponectina è in grado di dirci quanto è pericolosa la nostra pancia, ossia il nostro grasso addominale. Se il valore dell’ormone è molto basso vuol dire che il grasso addominale sta lavorando contro il nostro benessere.” È un parametro comune a entrambi i sessi? “È un parametro comune a entrambi i sessi, così come le modalità di misurazione. C’è da dire però – aggiunge il medico – che, solitamente, il sesso femminile è molto più attento al proprio benessere e ai propri metabolismi rispetto a quello maschile. È un parametro in più, molto attuale, che in pochi conoscono e usano, per capire i propri metabolismi e avere un’indicazione precisa circa il grasso addominale.”

Perché proprio il grasso addominale?

“Il grasso addominale – spiega il dottore – è il più importante. Immaginatelo come un “capolinea dei tram”: esso è vicino alla maggiore vascolarizzazione del corpo, che prende il sangue dall’intestino e lo riporta in tutto l’organismo. Il grasso addominale, oltre all’adiponectina, produce altri ormoni che, quando “sballano”, generano la sindrome cardiometabolica. Quest’ultima, a sua volta, può portare ad aterosclerosi, tumori, diabete, infiammazione e fegato grasso”.

Come avviene la misurazione dell’adiponectina? Di che tipo di esame si tratta?

“È un prelievo di sangue. Con esso è possibile identificare il valore di questo ormone nel sangue, insieme a tutti gli altri ormoni che il grasso addominale produce. Successivamente al prelievo – conclude il dott. Colombo –, come medico di riferimento del laboratorio di Humanitas San Pio, sarò a disposizione delle pazienti per un colloquio atto a stilare un quadro completo dello stato del grasso addominale e commentare i risultati ottenuti”. Il dottor Roberto Colombo ci da maggiori informazioni all’interno del video.

L’ambulatorio Baby Green protagonista al Tg3

Un’alimentazione varia ed equilibrata è importante tanto in gravidanza quanto nel post parto. I consumi e le abitudini a tavola cambiano con il mutare della società e spesso le sensibilità individuali portano sempre più spesso verso diete vegetariane e vegane. Ne hanno parlato gli specialisti di Humanitas San Pio X, in cui è attivo l’ambulatorio Baby green, in un servizio trasmesso a “Buongiorno Regione Lombardia” su Rai3. L’ambulatorio Baby green va proprio incontro a queste nuove scelte alimentari, per consigliare partorienti e neo-mamme sui corretti stili alimentari, anche nel caso in cui si scelga di eliminare prodotti di origine animale. Spiega il Dott. Alessandro Bulfoni, Responsabile dell’Unità Operativa di Ginecologia e Ostetricia: “Abbiamo voluto aprire a 360 gradi la possibilità di far affluire tutte le mamme e non creare solo un punto nascita di nicchia”. “Le donne vegane sono molto preparate, mentre le donne vegetariane sono talvolta meno preparate sugli alimenti da aggiungere alla propria nutrizione”, commenta il Dott. Valeriano Genovese, ginecologo. “È importante sottolineare che il bambino non deve mangiare come i genitori, può mangiare quello che mangiano i genitori, ma deve mangiare in maniera diversa perché ha differenti esigenze nutrizionali. Gli errori grossolani capitano di frequente, anche negli onnivori, è il caso – per esempio – dei bambini che mangiano troppe proteine animali”, sottolinea il Dott. Marco Nuara, allergologo dell’Unità Operativa di Neonatologia e Patologia Neonatale. Oltre all’ambulatorio Baby Green, Humanitas San Pio X offre altri servizi importanti, come l’ecografia in 3d, lo yoga in gravidanza, un servizio “zero stress” che concentra gli esami e le visite del bebè in un giorno solo, fino al massaggio e all’osteopatia neonatale. “Stiamo cercando di migliorare sempre più in termini di qualità e sicurezza per bebè e future mamme”, spiega il Dott. Bulfoni. “L’attenzione e la personalizzazione della cura, mettersi a fianco alla famiglia e accompagnarla nei primi momenti è la strategia vincente nel creare una relazione importante di accoglienza del neonato”, conclude la Dott.ssa Paola Marangione, Responsabile dell’Unità Operativa di Neonatologia e Patologia Neonatale. All’interno del video è possibile rivedere il servizio.

La gravidanza extrauterina: cause, diagnosi e terapia

Che cos’è la gravidanza extrauterina?

La gravidanza extrauterina è una localizzazione ectopica, quindi erronea, della gravidanza che non si annida in utero ma altrove e nel 98% dei casi si annida in una tuba. Ne parliamo con il dottor Stefano Acerboni, medico dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas San Pio X.

Come si effettua la diagnosi?

“Ogni alterazione anatomica della tuba – spiega il dottore – cioè ogni fattore che non permette al prodotto del concepimento di annidarsi correttamente nell’utero, può facilitare il formarsi della gravidanza extrauterina”. La gravidanza extrauterina si verifica in circa l’1% di tutte le gravidanze e diagnosticarla non è semplicissimo. Ci si basa sui sintomi riferiti dalla paziente, che possono essere anche gravi sintomi di shock nel caso di rottura della tuba, o sul dosaggio delle HCG e sull’ecografia transvaginale.

Quali sono le terapie?

“Ci si può avvalere – continua il medico – della terapia medica e di quella chirurgica, che è quasi sempre laparoscopica e che nella maggior parte dei casi deve asportare la tuba coinvolta”. Una quota non indifferente di gravidanze extrauterine va incontro a risoluzione spontanea con il verificarsi di un aborto tubarico nelle primissime fasi della gravidanza e dunque non si rende necessaria alcuna terapia.

Il medico risponde

Tutti gli approfondimento del dottor Stefano Acerboni all’interno del video.
 

Lenti protettive, quali utilizzare?

È noto che l’esposizione alla luce del sole e ai raggi UV possa essere altamente pericolosa e nociva per le strutture oculari, e nel corso della storia gli uomini hanno sviluppato numerose tecniche per ridurre al minimo il rischio di incorrere in patologie gravi. Già nell’antichità erano stati messi a punto dispositivi in grado di ridurre l’esposizione degli occhi alla luce solare, come maschere d’Avorio che permettevano la visione attraverso sottili fessure poste in corrispondenza degli occhi. Al giorno d’oggi gli occhiali da sole sono diventati un oggetto di uso comune, anche se è fondamentale fare attenzione alla tipologia di lenti utilizzate in modo da evitare lenti di scarsa qualità che non sono in grado di garantire una protezione adeguata. I raggi UVB e UVA (raggi blu) per esempio, sui nostri occhi, possono provocare gravi disturbi alla cornea, al cristallino, alla retina e alle palpebre. Anche la mancanza di una adeguata protezione contro gli agenti atmosferici come vento, polvere, sabbia causano facilmente arrossamenti, congiuntiviti, lacrimazioni che possono degenerare in vere e proprie patologie. Gli occhi, come la pelle, necessitano di filtri appositi capaci di assorbire la luce dannosa. Per questo motivo la scelta dall’occhiale da sole e il suo utilizzo deve essere fatto in maniera attenta e coscienziosa per avere la certezza di offrire ai propri occhi la protezione di cui necessitano.

Quali lenti utilizzare?

Vediamo insieme al Dott. Claudio Savaresi, Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica di Humanitas San Pio X quali sono i requisiti essenziali di sicurezza per lenti da sole di qualità:

L’assorbimento UV (protezione contro le radiazioni)

Indica la percentuale di schermatura nei confronti dei raggi UVA e UVB e cioè il rapporto tra la quantità di luce che colpisce la superficie della lente e quella che attraversa la lente stessa per giungere all’occhio. “Per ogni situazione esistono lenti che hanno capacità di filtrare la luce differentemente – spiega il Dott. Savaresi – e sono contrassegnate da un numero che va da 0 a 4″. Per gli occhiali da sole, il filtro abitualmente utilizzato è tra il 2 e il 3. Il numero massimo (4) ha un potere filtrante pressoché totale, e quindi necessario soltanto in zone molto luminose come sui ghiacciai.

I tipi di lente

“Il compito principale delle lenti degli occhiali protettivi – continua il Dott. Claudio Savaresi – è quello di ridurre la quantità della luce e di selezionare i raggi solari, e quindi lasciare passare soltanto quei raggi, gli infrarossi, che permettono una visione nitida delle cose, bloccando invece, quelli dannosi per gli occhi e cioè gli ultravioletti”. La selezione è molto varia vediamo quali sono e le loro caratteristiche.  

Alla melanina

Anche nei nostri occhi c’è la melanina, pigmento noto a tutti per le sue proprietà di dare colore alle pelle e di proteggerci in modo naturale contro le radiazioni solari nocive. Però con l’avanzare degli anni la melanina originariamente presente negli occhi diminuisce, rendendoli più vulnerabili ai danni atmosferici. La ricerca scientifica ha quindi creato una sostanza chimica, compatibile con i migliori polimeri utilizzati oggi nella produzione delle lenti, molto simile alla melanina naturale e dalle stesse proprietà. I vantaggi Poiché la melanina è in grado di assorbire sia le radiazioni ultraviolette (UV) e cioè quelle invisibili ma nocive, e sia quelle visibili ad alta energia (HEV), con questo tipo di lenti si ottiene una naturale percezione dei colori, si riduce notevolmente l’abbagliamento, e aumenta la nitidezza delle immagini, tutto in perfetta sintonia con la natura. Nota da non sottovalutare, soprattutto per le donne: rallentano l’invecchiamento della pelle e la formazione delle rughe intorno agli occhi. Adatte a chi
  • A coloro che prediligono occhiali leggeri. Il materiale che viene utilizzato per queste lenti è il policarbonato (materiale sintetico con alte proprietà di leggerezza e in contemporanea di robustezza).
  • Adatte a chi desidera una protezione solare elevata, (riescono proteggere tutte le radiazioni solari tra cui quelle maggiormente dannose agli occhi).
  • Utili a coloro che prediligono un forte contrasto dei colori (generalmente queste lenti hanno colori caldi come il marrone e il giallo e quindi più luminosi) senza però disturbare e soprattutto danneggiare la vista.
 

Lenti polarizzate

Gli occhi hanno la capacità di catturare qualsiasi luce naturale e non e in qualsiasi direzione questa si espande nello spazio (abitualmente orizzontalmente e verticalmente). Quando incontra una superficie riflettente come l’asfalto, l’acqua del mare, la neve della montagna, o un punto particolarmente luminoso subisce una trasformazione e inizia a vagare in tutte le direzioni, provocando dei disturbi agli occhi. Per attenuare, anzi eliminare e non solo anche selezionare il fascio di luce adatto a non infastidire gli occhi, e cioè quello verticale sono nate le lenti polarizzate. I vantaggi Le lenti polarizzate servono a neutralizzare gli abbagliamenti, filtrando la luce riflessa lasciando passare soltanto quella necessaria al proprio comfort visivo. Quindi migliorano notevolmente la capacità visiva in situazioni di luce intensa, in lontananza, non modificano i colori naturali, diminuiscono l’affaticamento della vista, e consentono una protezione totale agli occhi contro i raggi UVA e UVB . Adatte a chi
  • Chi conduce una vita dinamica, chi fa dello sport all’aperto e desidera assicurarsi una visione nitida e rilassata, senza sforzare e affaticare gli occhi.
  • Molto adatte a soggetti particolarmente sensibili agli abbagli (fari delle automobili, raggi solari troppo intensi).
  • Chi vuole il 100% di protezione UV
  • Chi desidera una visione corretta dei colori senza alcun effetto sfumato o annebbiato
  • Consigliate a coloro che hanno subito l’intervento di cataratta.
 

Lenti fotocromatiche

Si tratta di una tecnica di fabbricazione altamente sofisticata, che grazie alle sostanze chimiche che le compongono, quando vengono esposte alla luce del sole, sono in grado di cambiare autonomamente l’intensità del colore a seconda della luce esterna e, ritornare trasparenti in ambienti interni. È sufficiente passare da una stanza in ombra al pieno sole che le lenti si scuriscono nel giro di pochi secondi e viceversa. Queste lenti hanno la caratteristica di aumentare l’intensità del colore a contatto con i raggi ultravioletti, quindi non sono indicati per la guida (i vetri dell’auto fanno da barriera ai raggi ultravioletti, quindi le lenti non si scuriscono e non evitano l’abbagliamento). I vantaggi Sono definite lenti “tuttofare” perché all’esterno sono sempre colorate, ma mai troppo o troppo poco, quindi simili agli occhiali da sole e all’interno trasparenti come un occhiale da vista. Oggi, la tecnologia la permesso di ottenere l’oscuramento e lo schiarimento delle lenti entro qualche secondo e la sua intensità in proporzione al grado di luminosità della luce e dei raggi UV. Adatte a chi Sono particolarmente apprezzate da coloro che desiderano un solo occhiale per tutte le situazioni. Indicate soprattutto per coloro che, per ragioni di difetti di vista, desiderano una visione rilassata e confortevole senza rinunciare alla propria correzione visiva.  

Lenti CPF

Si ottengono con un trattamento eseguibile su qualsiasi tipo di lente (fotocromatiche, multifocali, monofocali), in grado di filtrare selettivamente anche la luce blu ( solare e artificiale proveniente da tutti i dispositivi Led, PC e sistemi di illuminazione e lampade a basso consumo energetico). Tale trattamento riduce notevolmente l’abbagliamento e migliora il contrasto delle immagini. Non possono essere utilizzate in condizioni di bassa luminosità e neppure di notte. I vantaggi Hanno il potere di ridurre notevolmente i riflessi di qualsiasi fonte luminosa sia naturale e sia artificiale. Adatte a chi A tutti colori che soffrono di disturbi visivi e di anomalie alla retina come la retinite pigmentosa, oppure di degenerazione maculare, gli albini, e ancora chi soffre di fotofobia.  

Lenti a specchio

È un trattamento speciale che viene applicato sulla superficie esterna di ogni tipo di lenti da sole e di qualsiasi colore e fornisce un effetto “specchio” agli occhiali. La specchiatura può avere diversi gradi di intensità, fino a nascondere completamente lo sguardo di chi li indossa, oppure degradanti, o ancora presenti solo in alcune aree delle lenti, dipende dalla protezione di luce diretta dal cielo e indiretta dal terreno che desidera ottenere chi le indossa. I vantaggi Assorbono dal 10% al 60% in più di luce delle lenti da sole normali e quindi la specchiatura è altamente anti riflesso riducendo enormemente la quantità di luce che raggiunge gli occhi. I precursori delle lenti a specchio sono stati gli amanti degli sport estremi, e all’aria aperta (surf, alpinismo ad alta quota, motociclismo). Oggi fa molto glamour indossarli anche in città. Adatte a chi
  • A coloro che praticano sport all’aperto
  • A chi vuole essere alla moda: quest’anno le lenti specchiate sono un must con colori vivaci montate su occhiali altrettanto colorati.
 

Malattia di Parkinson e nutrizione, un webinar dedicato ai pazienti

Migliorare la Malattia di Parkinson conoscendo il ruolo della nutrizione”, questo il titolo del webinar che si terrà on line giovedì 19 gennaio alle ore 15, con la Dott.ssa Francesca Mancini, neurologa del Centro Parkinson e Disordini del Movimento in Humanitas San Pio X. La conferenza è organizzata dall’Accademia LIMPE-DISMOV (Accademia Italiana per lo studio della Malattia di Parkinson e dei Disordini del Movimento), l’Associazione scientifica che riunisce i neurologi italiani che si occupano di Parkinson e di disordini del movimento, del cui Consiglio Direttivo fa parte la Dott.ssa Mancini. Il ciclo di Webinar che l’Accademia LIMPE-DISMOV organizzerà nel corso dell’anno ha l’obiettivo di divulgare a pazienti e caregiver informazioni corrette sulla malattia di Parkinson e su quanto ad essa correlato. Come ci spiega la Dott.ssa Mancini: “La conferenza è un primo passo verso un più stretto legame con i pazienti, sia perché i temi che affronteremo nascono anche da alcune loro domande, sia perché potranno intervenire durante l’evento con ulteriori domande”.

Tante le domande sulla nutrizione

“Il tema è di particolare importanza per i pazienti e l’abbiamo scelto anche grazie a quanto emerso in occasione della Giornata Parkinson. Il Webinar sarà costruito dunque anche a partire dalle domande dei pazienti, che vertono in particolare su cosa mangiare, su come distribuire i pasti, sui problemi legati alla deglutizione e anche a quelli legati alla PEG, un sistema di nutrizione tramite lo stomaco, necessario in alcuni pazienti che non possono alimentarsi per via orale. L’evento sta già riscuotendo grande successo in termini di iscritti e avrà ampia risonanza. La nutrizione riguarda la quotidianità, per cui coinvolge tutti i pazienti con Parkinson e ha un ruolo fondamentale nello stato di salute generale influendo sui farmaci che il paziente assume”, spiega la Dott.ssa.

Il ruolo della nutrizione nei pazienti affetti da Parkinson

“Per le persone con malattia di Parkinson l’aspetto nutrizionale riveste un ruolo rilevante per diverse ragioni. Gli alimenti non solo influenzano l’assorbimento e il funzionamento dei farmaci dopaminergici, ma giocano anche un ruolo importante nella prevenzione delle comorbidità e nel favorire la capacità di movimento. Affinché questi farmaci funzionino correttamente, è bene che non restino troppo a lungo nello stomaco. Molti pazienti affetti da Parkinson però presentano un rallentamento dello svuotamento gastrico, con conseguente permanenza dei farmaci nello stomaco e minor efficacia. È bene, dunque, che questi pazienti siano ben consigliati dallo specialista sulla scelta degli alimenti, in modo da limitare il consumo di quei cibi che inibiscono lo svuotamento gastrico, come quelli che contengono grassi, fibre e proteine. I nutrizionisti specializzati in Parkinson non sono molti, come Accademia cerchiamo dunque di investire sulla formazione dei neurologi, al fine di sopperire a questa mancanza e aiutare così il paziente a ricevere un’assistenza completa anche dal punto di vista nutrizionale”, conclude la Dott.ssa Mancini.

Registrazione

Per informazioni sul programma completo e per iscriversi al Webinair, consulta la seguente PAGINA.

Malattia di Parkinson, il futuro è adesso.

Humanitas San Pio X ospiterà un ciclo di 4 incontri rivolti a pazienti e operatori dal titolo “Malattia di Parkinson, non solo neurologia: il futuro è adesso”. Gli incontri avranno frequenza mensile e si terranno dalle ore 17.00 alle ore 19.00 nelle seguenti giornate:
  • Mercoledì 21 settembre
  • Mercoledì 19 ottobre
  • Mercoledì 16 novembre
  • Mercoledì 14 dicembre
“Questo ciclo di seminari – spiega la Dott.ssa Francesca Mancini, Neurologa del Centro Parkinson e Disordini del Movimento di Humanitas San Pio X – ha lo scopo di affrontare temi inerenti alle metodiche innovative in ambito terapeutico e riabilitativo della Malattia di Parkinson. La Malattia di Parkinson è il disordine neurodegenerativo più di uso, dopo la malattia di Alzheimer. È una patologia cronica con una prevalenza in aumento grazie all’attuale maggior aspettativa di vita dei pazienti e all’insorgenza in età sempre più giovanile. Sebbene le attuali risorse terapeutiche abbiano migliorato la sua prognosi, la Malattia di Parkinson – continua la Dott.ssa Mancini – determina ancora una sostanziale disabilità, che compromette la qualità della vita dei pazienti e di chi sta loro accanto. Il fine principale del ciclo di seminari – conclude la Dott.ssa Mancini – è quello di educare ed aggiornare i pazienti, i loro care giver e tutti gli operatori sanitari che sono coinvolti nella presa in carico della Malattia di Parkinson e dei parkinsonismi”. Durante gli incontri verranno presentati vari argomenti multidisciplinari affrontati da specialisti, anche non neurologi, esperti però in Malattia di Parkinson. Clicca qui per consultare il programma completo.
La partecipazione è gratuita ed è richiesta l’iscrizione tramite la compilazione della scheda d’adesione on-line sul sito www.humanitasedu.it.

Malformazioni del piede, intervenire con la chirurgia mininvasiva

Alluce valgo, dita a martello, metatarsalgie e fascite plantare sono solo alcune delle più comuni malformazioni del piede che colpiscono gli adulti, con disturbi a carico della parte anteriore del piede (dita a martello, alluce valgo, metatarsalgie, Neuroma di Morton, quinto dito varo) e della parte posteriore (fascite plantare, sprone calcaneare, Morbo di Haglund). I bambini invece soffrono più frequentemente di piede piatto e piede cavo. Le malformazioni possono essere trattate con terapia conservativa oppure necessitare di intervento chirurgico, tradizionale o mininvasivo. Vediamo le differenze insieme al Dott. Marco Pozzolini, dell’Unità Operativa di Ortopedia 1 e Traumatologia di Humanitas San Pio X.

Che cos’è la terapia conservativa?

La terapia conservativa si avvale di plantari che permettono di migliorare l’appoggio del piede. I materiali con cui vengono realizzati consentono di adattare i plantari a qualunque tipo di scarpa. Alcuni pazienti possono poi trarre giovamento da cicli di fisioterapia strumentale, come la Tecar terapia e le onde d’urto, in associazione all’uso dei plantari.

Chirurgia tradizionale e chirurgia mininvasiva

Quando la terapia conservativa non è sufficiente, il paziente deve sottoporsi a intervento chirurgico. Oggi la chirurgia del piede prevede soluzioni di ultima generazione grazie alla chirurgia mininvasiva o percutanea. Questo approccio permette di ottenere gli stessi risultati della chirurgia tradizionale, ma praticando piccole incisioni che consentono di preservare i tessuti circostanti, i vasi, i nervi e i muscoli. La chirurgia tradizionale assicura ottimi risultati, ma necessita di ampie incisioni e, di conseguenza, maggior dolore nella fase post chirurgica e tempi di recupero più lunghi. Prevede inoltre l’introduzione di mezzi di fissazione interna, come viti e placche.

Come funziona un intervento di chirurgia percutanea?

La chirurgia mininvasiva o percutanea prevede l’esecuzione di piccolissime incisioni (4-5 millimetri) attraverso le quali il chirurgo ortopedico effettua le correzioni in diretta, sotto il controllo di un amplificatore di brillanza, una sorta di schermo. Le correzioni possono riguardare ossa, capsule articolari e tendini e vengono eseguite con una tecnica particolare che non ha bisogno di mezzi di stabilizzazione né interni (viti, placche) né esterni (fili metallici). Si utilizzano solo speciali fasciature, da rinnovare una volta alla settimana per tre settimane. Qualora sia necessario utilizzare anche delle viti, nelle deformazioni maggiori, queste vengono introdotte per via percutanea attraverso piccoli fori. Indossando apposite calzature aperte sul davanti, il paziente potrà camminare fin da subito. È possibile sia invitato a utilizzare queste speciali scarpe per almeno tre-quattro settimane. La chirurgia percutanea offre numerosi vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale, con tempi di recupero molto più brevi. 

Le malformazioni del piede più comuni

L’alluce valgo è uno dei disturbi più comuni che colpisce l’avampiede negli adulti, in particolare le donne. Si caratterizza per la deviazione del primo dito verso l’esterno e la comparsa della sporgenza dell’osso, detta cipolla (esostosi). In presenza di alluce valgo, spesso compaiono anche le dita a martello. Questo disturbo colpisce in genere il secondo e il terzo dito che, spinti dall’alluce, assumono una posizione caratterizzata da falangi flesse, con conseguenti dolorose callosità dorsali. Si parla di metatarsalgie quando il paziente riferisce dolore alla base delle dita plantarmente; possono anche essere presenti callosità in corrispondenza di quelle zone del piede che subiscono un sovraccarico per difetto di appoggio, come nel caso di alluce valgo, dita a martello, piede piatto e piede cavo. Anche il Neuroma di Morton è un disturbo piuttosto frequente, ma meno facilmente riconosciuto. Si tratta dell’ispessimento di un piccolo nervo sensitivo presente in corrispondenza dello spazio tra le teste metatarsali (le ossa che precedono le dita), in particolare a carico del terzo spazio, compreso tra l’estremità del terzo e quarto metatarsale. L’ispessimento è dovuto alla compressione che le estremità delle ossa metatarsali esercitano in seguito ad alterazioni di appoggio dell’avampiede (come può accadere nelle malformazioni appena descritte). Il paziente con Neuroma di Morton avverte un dolore acuto e molto forte, che può alleviarsi togliendo le scarpe. Il quinto dito varo si caratterizza per la deviazione del quinto dito verso l’alluce. Il quinto dito può sovrapporsi al quarto dito, con la formazione così di una dolorosa sporgenza esterna e la possibile comparsa di una callosità. Fascite plantare, sprone calcaneare e Morbo di Haglund sono le malformazioni più comuni che colpiscono il retropiede. La fascite plantare è l’infiammazione della fascia plantare, presente al di sotto della cute della pianta del piede, nel suo punto di inserzione al calcagno. Lo sprone calcaneare presenta una sporgenza ossea del margine inferiore del calcagno e spesso si associa a fascite.

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Melanoma, l’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce

I nei (o nevi) sono i tumori benigni del melanocita, la cellula che produce il pigmento della pelle. Il melanoma è invece il tumore maligno del melanocita. Come spiega il dottor Carlo Guidarelli, dermatologo dell’Unità Operativa di Medicina Generale di Humanitas San Pio X, l’incremento di questo tumore nel mondo è costante: ormai si parla di circa 13 casi ogni 100.000 persone in Italia. “L’innesco alla degenerazione tumorale – spiega il dottor Guidarelli –  è determinato dalla mutazione del DNA di alcuni geni che sono deputati alla soppressione di oncogeni o che regolano la moltiplicazione cellulare: di solito sono necessarie mutazioni in più tipi di geni perché una cellula possa diventare cancro e proliferare anarchicamente e indiscriminatamente”.

L’esordio della malattia

I geni modificati nelle cellule del melanoma non sono poi ereditati dai discendenti, a meno che non ci si trovi di fronte a familiarità per il melanoma, dove molti consanguinei sono coinvolti per genetica di base difettosa e trasmessa quindi di generazione in generazione. Il melanoma infatti insorge spesso improvvisamente e spontaneamente, come nuovo neo già degenerato e solo un 20-30% dei casi di melanoma derivano invece da nevi preesistenti.

Le cause dell’insorgenza

Vi sono fenomeni di inquinamento e tossicità ambientale che innescano questo processo. “I raggi ultravioletti (UV) del sole e dei lettini abbronzanti sono chiaramente una delle maggiori cause del melanoma. I raggi UV possono danneggiare il DNA delle cellule e se colpiscono geni deputati al controllo della proliferazione cellulare possono scatenare il cancro. Alcuni melanomi però compaiono in zone non esposte alla luce del sole, ma questi melanomi presentano modificazioni geniche diverse rispetto ai precedenti”, commenta il medico.

I segnali per scoprire se si è a rischio melanoma

Prevedere il vero rischio di avere un melanoma non è facile, in quanto bisogna considerare diversi parametri e farne un’analisi attenta e ponderata che solo il medico può effettuare. A grandi linee si ritiene che il soggetto sia più a rischio di melanoma se ha almeno cinque dei seguenti caratteri:
  • La congiunzione di pelle chiara, capelli chiari e soprattutto occhi blu.
  • Uso e abuso maniacale di lettini abbronzanti: si pensa che il loro utilizzo in giovane età possa aumentare del 75% il rischio di melanoma.
  • Scottature gravi al sole che possono raddoppiare la possibilità di melanoma.
  • Storia familiare di melanoma ove più membri della famiglia a discendenza diretta sono coinvolti.
  • Elevato numero di nei: avere più di 50 “veri” nei (non angiomi, fibromi, cheratosi) aumenta il rischio.
  • Pregresso melanoma.
  • Abbassamento delle difese immunitarie.
  • Precedenti di altri cancri cutanei-non melanoma.
  • Età: il melanoma è più frequente nei maschi sopra i 50 anni, anche se nei giovani risulta essere il più comune tipo di tumore maligno.
“È di fondamentale importanza dunque – raccomanda il dottor Guidarelli – che la popolazione controlli la propria pelle sia sottoponendosi a screening periodici, sia con un autoesame casalingo alla ricerca di nuovi nei o di nei che si modificano”. 

Valutare i nei: la regola dell’A B C D E

Per aiutarci nella valutazione di un neo sospetto possiamo seguire la regola dell’A B C D E:
  1. Asimmetria della forma del neo.
  2. Bordi non regolari, frastagliati, con propaggini.
  3. Colore scuro, nero piceo o diversità di colori, sia in una zona di un neo che nella totalità del neo.
  4. Dimensione del neo eccedente i 6 millimetri.
  5. Evoluzione, nel senso che un melanoma “cresce”.
Al minimo sospetto occorre consultare il dermatologo per una conferma clinica.

Gli esami per la diagnosi

Sono disponibili oggi particolari strumentazioni ottiche, anche digitali assistite dal computer, per una corretta valutazione del neo: si tratta del dermoscopio, uno speciale apparecchio microscopico a epiluminescenza, in grado di effettuare una specie di ecografia della lesione per un più sicuro orientamento diagnostico. Le lesioni verranno anche fotografate per una “mappatura” della pelle nella sua interezza e memorizzate nel computer per una loro valutazione e confronto a distanza di tempo. Il nevo sospetto verrà quindi asportato chirurgicamente e sottoposto a un esame istologico che chiarirà in modo certo e definitivo la vera natura della lesione. “L’asportazione precoce è la terapia elettiva del melanoma ed è spesso risolutiva”, conclude il dottor Guidarelli.

Menopausa, l’importanza della prevenzione cardiovascolare

Humanitas San Pio X aderisce al programma Bollini Rosa promosso dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna (Onda) e organizza, dal 6 all’11 marzo 2017, una serie di incontri ed esami gratuiti per le donne, in occasione della festa della donna. Tra i tanti servizi offerti in Struttura anche una visita cardiologica. La dottoressa Margherita Dell’Orto, Responsabile del Servizio di Cardiologia di Humanitas San Pio X, ci spiega l’importanza della prevenzione cardiovascolare, in particolare nelle donne in menopausa.

Quanto è importante la prevenzione cardiovascolare femminile?

“Innanzitutto – spiega la dottoressa Dell’Orto – occorre distinguere il caso della donna in età fertile da quello della donna in menopausa”. La donna in età fertile ha un rischio minore di contrarre malattie cardiovascolari, perché il livello di estrogeni nell’organismo è molto alto. Nelle donne fertili, comunque, è indicata una consapevole prevenzione cardiovascolare, che si basa sul corretto stile alimentare, attività fisica, mantenimento di adeguato peso corporeo e astensione dal fumo. Gli effetti di uno scorretto stile di vita si manifesteranno infatti con un aumentato rischio di patologia cardiovascolare dopo la menopausa. Nella donna in menopausa il rischio cardiovascolare aumenta ed è quindi fondamentale, oltre a proseguire il corretto stile di vita, un controllo clinico volto alla prevenzione. Durante la menopausa si verifica, infatti, una diminuzione degli estrogeni e questo comporta una tendenza alla vasocostrizione, un aumento della pressione arteriosa e modificazioni della coagulazione. “La donna in menopausa – sottolinea la dottoressa – deve andare dal cardiologo: pensate che il 40% delle morti femminili è dovuta ad eventi cardiovascolari”.

Come si svolge la visita e la valutazione del rischio cardiovascolare?

“La prima visita cardiologica – spiega la dott.ssa Dell’Orto – inizia dalla ricerca dei fattori di rischio cardiovascolari, di elementi anamnestici personali e famigliari che contribuiscono ad un aumentato rischio di patologia cardiaca, associata all’analisi di tutta la documentazione medica (referti di visite, esami strumentali, ecc.). Si procede – continua la dottoressa – con l’esclusione di sintomi dalla potenziale origine cardiaca, poi con la verifica della normalità degli esami del sangue portati in visione, ed infine con l’analisi dello schema terapeutico (se in atto) e delle allergie farmacologiche eventualmente riferite. Segue l’esame obiettivo (ascoltazione cardiaca e polmonare, vascolare, misurazione della pressione) e l’esecuzione dell’elettrocardiogramma. Si conclude con la stratificazione del rischio cardiovascolare e le indicazioni specifiche per ciascuno”.

Che cos’è il test “Progetto cuore” e come funziona?

Nell’ambito della prevenzione cardiovascolare, l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato un progetto denominato “Progetto cuore”. Esso è stato pensato per calcolare la probabilità che ciascun individuo ha di andare incontro a un problema cardiovascolare nell’arco di 10 anni. “Il calcolo – spiega la dott.ssa Dell’Orto – è uno strumento semplice per stimare la probabilità di andare incontro a un primo evento cardiovascolare. Non potendo fare un ragionamento su larga scala che tenesse conto di tutti i fattori di rischio, si sono scelti alcuni parametri (sesso, età, abitudine al fumo, pressione sistolica, colesterolemia, diabete, terapia in corso) che compaiono nelle carte del rischio coronarico. Si tratta quindi di un metodo standard, attraverso cui calcolare il punteggio individuale tenendo conto dei maggiori fattori di rischio cardiovascolari, sia modificabili sia non modificabili. A seconda del punteggio ottenuto è possibile ricavare la percentuale di rischio cardiovascolare nell’arco dei successivi 10 anni”. Questo metodo è utilizzabile esclusivamente per le donne tra i 35 e i 69 anni e non in gravidanza. Inoltre, si tratta di una prevenzione primaria, ossia di pazienti che non hanno mai avuto un evento in precedenza.

C’è una differenza tra uomini e donne sulla probabilità di contrarre malattie cardiovascolari?

Gli uomini non sono protetti dagli estrogeni – che sono ormoni tipicamente femminili – quindi il rischio cardiovascolare è maggiore in età più giovane. Sebbene le donne siano protette rispetto agli uomini fino alla menopausa, con l’arrivo di quest’ultima – sottolinea la dottoressa – il rischio cardiologico cresce fino a pareggiare e a volte superare quello degli uomini. In aggiunta, la malattia, se compare, si sviluppa più rapidamente rispetto agli uomini.”

Come si svolgerà la visita durante la settimana della prevenzione al femminile in Humanitas San Pio X?

“La donna che si presenta per un consulto deve essere in possesso di un esame del sangue recente, nel quale siano indicati i parametri del colesterolo (totale e HDL) e della glicemia. Dopo aver preso nota dell’età e provata la pressione, i parametri potranno essere utilizzati per la stima del rischio cardiovascolare individuale. Verranno considerate anche le comorbidità (ossia la coesistenza di più patologie) della paziente ed effettuato l’elettrocardiogramma.”

Nasce il nuovo punto prelievi

Stiamo realizzando il nuovo punto prelievi e la nuova area dedicata al pre-ricovero, per offrirvi un ospedale sempre più accogliente, confortevole e funzionale. Momentaneamente, fino alla prima metà di settembre, il punto prelievi si troverà nei pressi della radiologia nell’area piramide al piano -1. Sfoglia la gallery. [Best_Wordpress_Gallery id=”5″ gal_title=”prericovero”]

Natale, gli orari festivi di Humanitas San Pio X

Durante le feste di Natale, gli orari di Humanitas San Pio X subiranno le seguenti modifiche:

3° piano

Chiusura: 24/12/2016 Riapertura: 09/01/2017

Blocco operatorio

Chiusura totale (guardia garantita h/24 e urgenze chirurgiche):
  • 23-24-25-26 dicembre 2016
  • 30-31 dicembre 2016 e 1-2-6 gennaio 2017
Attività ridotta (2 sale lunghe al giorno+ reperibilità):
  • 27-28-29 dicembre 2016
  • 3-4-5- gennaio 2017

Poliambulatori

Chiusura totale:
  • dal 24 al 31/12/2016
  • il 07/01/2017
Apertura ridotta:
  • dal 27/12/2016 al 05/01/2017
dalle ore 07.30 alle ore 17.00

Visite anestesiologiche e accertamenti pre-ricovero

Chiusura:
  • 23/12/2016
  • 30/12/2016
  • 05/01/2017
Riapertura:
  • 27/12/2016
  • 03/01/2017
  • 09/01/2017

Medicina Nucleare

Chiusura: 22/12/2016 Riapertura: 09/01/2017

Nuovi orari ambulatoriali

Nuovi orari ambulatori in Humanitas San Pio X. A partire da maggio 2016 è possibile usufruire dei servizi ambulatoriali fino alle ore 20.00.

Nuovi Orari

Ambulatori

dal lunedì al venerdì dalle 08.00 alle 20.00 e il sabato dalle 08.00 alle 14.00

Servizio Diagnostica per immagini (TAC e Risonanze)

dal lunedì al venerdì dalle 08.00 alle 20.00 e il sabato dalle 08.00 alle 14.00

Punto Prelievi SSN

dal lunedì al venerdì dalle 7.00 alle 10.00 e il sabato dalle 08.00 alle 12.00

Punto Prelievi Privati

dal lunedì al venerdì dalle 07.30 alle 14.00 e il sabato dalle 08.00 alle 11.00   All’interno della Struttura è disponibile l’opuscolo Pronto Pio per consultare numeri di telefono e orari.  

Obesità infantile, come intervenire?

In Europa, un bambino su tre, nella fascia d’età compresa tra i 6 e i 9 anni, è sovrappeso od obeso. È questa la denuncia contenuta in un report della United European Gastroenterology che richiede un maggiore impegno da parte delle istituzioni europee nel promuovere la prevenzione, la ricerca e il trattamento dei disturbi metabolici in età pediatrica. Tra i Pesi più colpiti, l’Italia. Il report, dal titolo “La salute digestiva in età pediatrica”, mostra come in 46 Stati un terzo dei bambini ha chili di troppo. Spagna e Italia, in particolare, registrano rispettivamente il 24% delle undicenni e il 34% degli undicenni colpiti. Le previsioni vedono un futuro incremento del disturbo: dai 41 milioni attuali ai 70 milioni di bambini obesi entro il 2025. Ma, a destare ulteriore preoccupazione, sono anche i numeri relativi alle malattie a carico di intestino e fegato. Sempre più comuni nei bambini sono, infatti, le patologie epatiche: l’ epatosteatosi non alcolica, causata dall’obesità, colpisce il 10% dei bambini europei, diventando la causa principale di malattia epatica cronica più comune nei bambini e negli adolescenti. Non solo, anche le malattie infiammatorie intestinali nel 20 – 30% dei casi sorgono in età pediatrica.

Allattamento al seno come prima prevenzione

Vediamo insieme alla Dott.ssa Paola Marangione, Responsabile dell’Unità Operativa di Neonatologia e Patologia Neonatale di Humanitas San Pio X, quali sono i rischi che possono sorgere in caso di obesità infantile. “Il bambino – spiega la Dott.ssa Marangione – rischia di diventare un adolescente e poi un adulto obeso o sovrappeso”, “per evitare che questa condizione lo accompagni nella sua crescita  esponendolo al rischio di malattie del metabolismo o a disturbi cardiovascolari – continua la Dott.ssa Marangione – è bene intervenire il prima possibile. La prevenzione di sovrappeso e obesità inizia in epoca neonatale con la promozione dell’allattamento esclusivo al seno per i primi 6 mesi di vita del bambino. Il latte materno, infatti, contiene macro e micronutrienti adeguati e bilanciati da un punto di vista nutrizionale, capaci di prevenire una sorta di imprinting metabolico che a sua volta può portare a un peso corporeo eccessivo».

Insegnare le buone abitudini a tavola

L’indagine ha rilevato un alto consumo da parte dei bambini europei di grassi saturi e trans, di zucchero e sale e un basso consumo di frutta, verdura e cereali integrali: “l’alimentazione sana deve proseguire in età pediatrica, con una dieta varia ed equilibrata, che rispetti la regola dei 4 pasti giornalieri ed escluda snack, spuntini, fuori pasto e il consumo di zuccheri semplici. Uno stile di vita corretto si basa, invece, sul giusto apporto calorico, sul movimento e un’appropriata attività fisica. Il consumo di bevande zuccherate e gassate, cibi calorici e fast food, assieme alla sedentarietà, mette a rischio la salute metabolica e la crescita armonica del bambino” – conclude la Dottoressa.

I suggerimenti della nostra dietista

“Le abitudini familiari sono importanti” afferma la Dott.ssa Francesca Albani, dietista dell’Unità Operativa di Chirurgia Bariatrica di Humanitas San Pio X. “Sono i genitori stessi – continua la Dott.ssa Albani – a dover guidare il bambino verso la scelta di alimenti sani e il consumo di piatti bilanciati”. Il controllo alimentare, infatti, inizia proprio nel momento in cui il cibo viene portato in casa e rimane a disposizione 24 ore su 24. Inoltre, spese frettolose e piatti preparati in poco tempo possono essere causa di pasti veloci e improvvisati con alimenti già confezionati (quindi ipercalorici). Punti cardini, quindi, sono il tempo impiegato e dedicato alla spesa unitamente al tempo impiegato e dedicato alla preparazione delle pietanze. “Una delle cattive abitudini alimentari che mi capita di vedere più spesso – afferma la Dott.ssa Albani – sono il consumo troppo frequente di tè freddi, succhi di frutta confezionati e bevande gassate, ricche di zuccheri e che potrebbero essere sostituite con spremute o centrifughe di frutta fresca, frullati o frappè con del latte magro e della frutta fresca di stagione”. “Anche per merenda – suggerisce la Dott.ssa Albani – la scelta può ricadere su una bella macedonia di frutta fresca con 1 cucchiaio di yogurt, della frutta secca oppure uno yogurt alla frutta o un tramezzino preparato con del pane integrale e del prosciutto magro; sicuramente meglio delle merendine confezionate o degli snack salati, ricchi di sale e di zuccheri. Per la colazione mi sento di consigliare 1 fetta di torta fatta in casa (ad esempio una crostata o una torta margherita allo yogurt), del pane con burro e marmellata o dei biscotti secchi o frollini (meglio ancora se fatti in casa)”. “Certo – spiega la Dott.ssa Albani – non si può togliere ad un bambino la pasta o il pane; è necessario però controllarne la quantità, soprattutto se è già presente una forma di sovrappeso o obesità. Sarà sufficiente pesare la pasta e aggiungere un secondo piatto di carne o pesce magri con delle verdure fresche come contorno”. È bene evitare i bis, soprattutto dei primi piatti e scegliere dei condimenti semplici e poco elaborati come pomodoro, pesto, verdure e legumi. “Questo modello alimentare – conclude la Dott.ssa Albani – all’apparenza sembrerebbe richiedere più impegno da parte di tutta la famiglia, in realtà si tratta solamente di impostare delle abitudini che diventeranno con il tempo meccaniche e che saranno fondamentali nelle scelte future dei figli.    

Obesità, 9 consigli per riconoscerla e affrontarla

L’obesità è una malattia caratterizzata da un accumulo patologico di grasso corporeo che porta a conseguenze importanti per lo stato di salute e la qualità della vita. L’obesità è un problema di salute pubblica a livello mondiale e incide sulla durata della vita perché può portare all’insorgere di disturbi quali pressione alta, diabete mellito, apnee notturne e patologie cardiovascolari. Il Dott. Ezio Lattuada, Responsabile del Centro di Chirurgia della Grande Obesità e Malattie Metaboliche di Humanitas San Pio X ci aiuta a rispondere alle domande più frequenti che riguardano questa malattia.

Essere sovrappeso può portare alla comparsa di alcuni disturbi?

Si, il sovrappeso è spesso correlato a problemi di salute, tra cui:
  • Problemi cardiaci e infarto
  • Pressione alta
  • Diabete
  • Cancro
  • Colecisti e calcoli biliari
  • Osteoartrite
  • Gotta
  • Problemi respiratori, come apnee del sonno e asma
“Numerosi studi clinici hanno evidenziato – afferma il Dott. Ezio Lattuada – che la gravità delle malattie correlate all’obesità sono direttamente proporzionali all’eccesso ponderale ed incidono negativamente sulla qualità di vita del paziente obeso”.

Come sapere se si è in sovrappeso?

Viene definita obesità un eccesso di grasso corporeo totale. Per la misurazione dell’obesità viene comunemente utilizzato l’Indice di Massa Corporea (BMI) che calcola il peso in relazione all’altezza. Viene considerata obesa una persona il cui indice di massa corporea è pari o superiore a 30.

Tutto il grasso è cattivo?

Una certa quantità di grassi all’interno della dieta è necessaria per la salute. Ma, è importante evitare quelli saturi e privilegiare quelli non saturi, come i grassi provenienti dal grano, dalle nocciole o dalle fonti vegetali. “Generalmente, i grassi di origine animale – spiega il Dott. Lattuada – sono quelli che aumentano i livelli della colesterolemia ed in particolare del colesterolo LDL, che può danneggiare le pareti delle arterie”.

Quali step seguire per perdere peso?

Per perdere definitivamente peso è importante:
  • Educare se stessi ad abitudini alimentari più sane
  • Avere un obiettivo realistico
  • Formulare un piano alimentare strutturato con un medico e un dietologo e ricevere un adeguato follow-up.
  • Fare esercizio fisico
“È sbagliato – continua il Dott. Lattuada – pensare di dimagrire stabilmente con i digiuni forzati, bisogna invece fare attenzione alla scelta degli alimenti, riducendo in particolare i cibi ipercalorici e bisogna soprattutto aumentare l’attività fisica”.

Quale sport praticare?

Non importa quale tipo di sport o attività fisica verrà praticata; sport, esercizio, faccende domestiche o attività legate al lavoro portano tutte a dei benefici. Negli ultimi anni, vengono privilegiati gli esercizi di routine per la riduzione e il mantenimento del peso. Alcune pubblicità mostrano come un solo macchinario possa far lavorare tutto il corpo e raggiungere, così, i risultati di cui si ha bisogno. Comunque, molti di questi attrezzi potrebbero essere d’aiuto solo per specifiche condizioni, come quelle cardiovascolari. Inoltre, questi macchinari permettono un numero limitato di esercizi e non vanno bene per tutti i casi. Per scegliere un programma mirato alle proprie esigenze, è consigliabile rivolgersi al proprio medico o ad un trainer sportivo certificato.

Quanta attività fisica svolgere?

Gli studi dimostrano che anche le persone più sedentarie possono raggiungere risultati significativi con solo 30 minuti o più di attività fisica al giorno. Per maggiori benefici, gli esperti suggeriscono 30 minuti di attività aerobica di media intensità, 3 volte a settimana, più esercizio anaerobico come potenziamento muscolare e stretching due volte alla settimana. Se si è stati inattivi per molto tempo, è consigliabile iniziare con attività meno faticose, come camminata o nuoto a ritmo regolare così da non stressare il corpo. Una volta raggiunta una migliore forma fisica è bene aumentare gradualmente il carico di attività. “Le persone obese non devono perdere occasioni per aumentare l’attività fisica; devono cercare – continua il Dott. Ezio Lattuada – di utilizzare meno possibile gli ascensori, l’automobile o la moto e privilegiare le scale, i mezzi pubblici e delle salutari camminate)

L’effetto “yo-yo” può essere dannoso?

La continua perdita e ripresa di peso viene definita effetto “yo-yo”. La perdita di peso può essere graduale o più sostanziosa; tuttavia, alcuni esperti sostengono che l’effetto yo-yo sia dannoso per la salute e che, per le persone affette da obesità, sia meglio mantenere cercare di mantenere un peso stabile. Tuttavia, non ci sono prove evidenti a sostegno di queste affermazioni. La maggior parte delle ricerche sull’obesità, infatti, dimostrano come gli individui affetti da questa patologia facciano più tentativi prima di riuscire a perdere peso con successo. “L’effetto “yo-yo” è dannoso – afferma il Dott. Lattuada – perché solitamente il paziente tende nel tempo ad un aumento progressivo del peso; questo determina una condizione di frustrazione e delusione che non lo aiutano ad un controllo ottimale delle proprie abitudini alimentari ed alla fine il paziente raggiunge livelli di obesità grave, con BMI superiore a 40.  Quando l’eccesso ponderale raggiunge questi livelli si deve, talvolta, ricorrere ad interventi chirurgici per l’obesità grave”.

Come evitare le diete “alla moda”?

Molte diete alla moda hanno le seguenti caratteristiche:
  • Promettono risultati veloci
  • Consigliano un singolo prodotto o regime alimentare
  • Raccomandano tesi basate su un singolo studio
  • Sostengono tesi confutate da organizzazioni scientifiche affidabili
  • Stilano una lista di cibi “buoni” o “cattivi”
  • Raccomandano prodotti da vendere
  • Raccomandano studi non verificati da altre ricerche
  • Sostengono studi che non prendono in considerazione il singolo individuo, ma un gruppo di persone
  • Eliminano uno o più di cinque gruppi alimentari.
È importante riconoscere ed evitare una dieta alla moda privilegiando, invece, un’alimentazione sana e varia.

Come prevenire il recupero del peso perso?

Per prevenire il recupero del peso è consigliabile:
  • una perdita di peso regolare e costante. Chi perde peso lentamente facendo più esercizio, infatti, tende a non recuperare i kg persi.
  • Assumere meno calorie riducendo il consumo dei grassi al 30% o meno del totale delle calorie giornaliere assunte.
  • Non saltare i pasti
  • Consumare snack poveri di grasso e con poche calorie, come frutta e verdura. Gli spuntini, infatti, hanno un grosso impatto sul totale delle calorie assunte.
  • Scegliere cibi ricchi di fibre come pane di grano, cereali, pasta, riso, frutta e verdura. Questi cibi permettono di assumere minori quantità di calorie, ma saziandosi prima.
  • Mantenere un diario giornaliero del cibo assunto. È utile scrivere tutto quello che si è mangiato o bevuto, ma è anche importante essere onesti e accurati altrimenti il diario non potrà essere d’aiuto.
  • Non escludere gruppi di alimenti per assicurarsi di assumere tutti i nutrienti di cui si ha bisogno.
“Una riduzione stabile dell’eccesso ponderale – conclude il Dott. Ezio Lattuada – può essere ottenuta solo grazie ad un cambiamento radicale del proprio comportamento che prevede: un aumento consistente dell’esercizio fisico, un diverso atteggiamento nei confronti del cibo, la scelta razionale degli alimenti. Questi obiettivi possono essere ottenuti grazie al supporto di un team multidisciplinare che comprenda dietologo e psicologo”.  

Occhiali da sole, le ultime novità nel campo delle lenti

L’innovazione tecnologica nell’ambito delle lenti oftalmiche è in continuo sviluppo e aggiornamento al fine di garantire lenti sempre più protettive e performanti. Vediamo insieme al Dott. Claudio Savaresi, Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica di Humanitas San Pio X quali sono le novità più importanti. L’ultima, in fatto di novità in questo settore, è l’introduzione di nuove lenti da sole ad altissima tecnologia che presentano al proprio interno le caratteristiche sopra citate, migliorandone ogni singolo aspetto:
  • Fotocromia: a differenza della classica lente fotocromatica, le lenti di ultima generazione garantiscono un perfetto funzionamento anche alla guida, senza che il parabrezza dell’auto possa inficiare il loro funzionamento. Le molecole presenti all’interno delle lenti sono in grado di ridurre e aumentare la capacità di filtrare i raggi UV in base alla luminosità ambientale, consentendo di ottenere una qualità visiva ottimale in ogni condizione.
  • Maggiore protezione dalla luce blu: nello spettro del visibile, la luce con lunghezza d’onda più corta, ovvero quella blu-violetta, è potenzialmente dannosa per l’occhio umano in quanto non viene schermata dalle strutture oculari ed è in grado di raggiungere il tessuto retinico. Le nuove lenti da sole garantiscono una maggiore protezione anche da questo tipo di luce in quanto permettono un suo assorbimento al 100%, come per i raggi UVA e UVB
  • Polarizzazione: ovviamente è una caratteristica imprescindibile per ottenere una qualità visiva superiore alla norma. Il grado di polarizzazione è ulteriormente migliorato, contribuendo ad eliminare il 99% dei riflessi di luce, permettendo così di ottenere un’immagine priva di sgradevoli aberrazioni luminose.

Anche il colore è importante

“Per una protezione oculare adeguata ed efficace – spiega il Dott. Savaresi – è importante associare alla qualità e tipo di lente una colorazione che consenta di selezionare le onde luminose”. Vediamo i colori:

Marrone, Verde, Grigio

Queste colorazioni sono quelle maggiormente utilizzate perché difendono bene dalla luce intensa, non falsano i colori originali e possono essere associate a lenti graduate.

Blu Scuro

Questa colorazione scherma i raggi infrarossi, lasciando passare gli ultravioletti, in questo caso si rimane abbagliati dalla luce senza ottenere alcuna protezione.

Giallo

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare questa colorazione non è illuminante, bensì riesce a sottrarre le radiazioni ultraviolette ma non oscurare le immagini, regalando una visione molto nitida.

Azzurro, Rosa, Fucsia

Questi tipi di colorazione sono stati lanciati soprattutto per rispondere ai canoni della moda ma, tecnicamente, non sono adatti per proteggere gli occhi dai raggi solari.

I consigli del Medico

“Prima di acquistare gli occhiali da sole – continua il Dott. Savaresi – è bene accertarsi che siano certificati col marchio CE. Meglio non lasciarsi attrarre dalle bancarelle che espongono occhiali da sole esteticamente accattivanti ma di cui non si conosce i paesi di provenienza”. Purtroppo la contraffazione è un fenomeno molto diffuso nel comparto dell’occhialeria. “Abituare anche i bambini a portare gli occhiali da sole fin da piccoli. Il loro tessuto oculare è strutturato in modo tale da permettere una maggiore penetrazione della luce e il loro potere filtrante è di gran lunga inferiore di quello degli adulti. I danni provocati negli occhi dei bambini – aggiunge il Dott. Savaresi – si rivelano soltanto quando si è adulti. Una visita preventiva presso il vostro oculista di fiducia è sempre consigliabile; il medico potrà suggerire adeguatamente il tipo di lente più adatto alle proprie esigenze e caratteristiche personali.