Diagnosi prenatale, cosa c’è da sapere?

La diagnosi prenatale, che include esami di screening e test diagnostici, può fornire informazioni sullo stato di salute del tuo bambino.

È importante, però, capire quali sono le possibili opzioni per ottenere informazioni dettagliate sulla salute del futuro neonato.

Quali sono i test?

Vediamo insieme alla Dott.ssa Marinella Dell’Avanzo dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas San Pio X, quali sono i possibili test di diagnosi prenatale:

 

Esami di screening

Lo screening prenatale rileva se il bambino ha più o meno probabilità di sviluppare possibili difetti cromosomici. Questi test includono esami del sangue, ecografia (ad esempio il Bitest), test del DNA fetale libero circolante (NIPT). I test di screening prenatale vengono eseguiti, generalmente, durante il primo o il secondo trimestre di gravidanza, ma non garantiscono una diagnosi certa e definitiva. In caso di risultato a rischio (positivo) è bene rivolgersi al proprio ginecologo curante per discutere dei possibili e ulteriori esami da eseguire successivamente. Importante è il counseling da seguire con la coppia all’inizio della gravidanza. “Meglio affidarsi – aggiunge la Dott.ssa Dell’Avanzo – ad un consulto pregravidico. A volte, infatti, nelle famiglie esistono malattie ereditarie, come cardiopatie, fibrosi cistica, sordità e così via, che necessitano di un counseling preconcezionale con genetista e ginecologo.”  

Test di screening del primo trimestre

Durante il primo trimestre, dopo il colloquio con il ginecologo, è possibile eseguire un esame del sangue per dosare analiti PAPP-A e Free B-hCG e un’ecografia per misurare lo spessore retronucale del feto (translucenza nucale o NIPT). Questo test prende il nome di Bitest o Ultrasceen. L’elaborazione combinata del dato biochimico (sangue) ed ecografico (translucenza nucale) permette di ottenere una stima del rischio di trisomia 13, 18 e 21. “In presenza di Sindrome di Down e di altre condizioni, come ad esempio cardiopatie, – spiega la Dott.ssa Marinella Dell’Avanzo – la translucenza nucale può, infatti, risultare aumentata”. L’attendibilità del test è del 90%. Ciò significa che il Bitest ha la capacità di identificare il 90% dei feti affetti da patologia.  

Il test del DNA fetale libero circolante o NIPT

Questo sofisticato esame del sangue esamina il DNA del feto circolante nel sangue materno (CFDNA). Il test è finalizzato alla diagnosi di alcune patologie dei cromosomi numeriche, tra cui la Sindrome di Down. Il test può fornire anche informazioni sul sesso del feto (presenza/assenza del cromosoma Y). L’esame viene consigliato se l’età (più di 35 anni), la storia familiare e quella clinica suggeriscono un incremento delle possibilità di avere bambini affetti da anomalie cromosomiche, oppure su richiesta della coppia dopo previo counseling, ma potrebbe anche essere indicato nel caso in cui altri esami di screening, come la translucenza nucale, indichino la presenza di un possibile rischio per il feto. L’attendibilità del test è del 99%.  

Test diagnostici

Se l’esame di screening (Bitest o il test del DNA fetale libero circolante) indicano un rischio aumentato per trisomina 21, 18 e 13, è possibile prendere in considerazione la possibilità di svolgere altri esami più invasivi come la villocentesi (durante la quale viene prelevato un campione di placenta) o l’amniocentesi (durante il quale viene prelevato un campione di liquido amniotico). Questi esami presentano un lieve rischio di aborto spontaneo (circa l’1%)

Gli esami di screening prenatale, invasivi e non, per la rilevazione di anomalie cromosomiche fetali sono opzionali.

“È importante – continua la Dott.ssa Dell’Avanzo – informarsi riguardo i rischi e fare una scelta ragionata. La decisione di quali esami svolgere deve essere presa consapevolmente della coppia secondo la propria etica ed è fondamentale che il medico informi la coppia con dati scientifici”.

Quali domande porsi?

Prima di proseguire con la diagnosi prenatale, considera i seguenti quesiti.

  • Perché eseguire i test?

Risultati negativi potrebbero ridurre l’ansia. D’altro canto, risultati positivi potrebbero aiutare a pianificare in anticipo esami successivi.

  • Il risultato condizionerà la tua assistenza prenatale?

Alcuni test rilevano condizioni fetali che possono essere trattate durante la gravidanza. In alcuni casi preparano la coppia ad esami aggiuntivi.

  • Quanto sono accurati i risultati?

I test di diagnosi prenatale non sono perfetti. Il numero dei risultati poco accurati, conosciuti come falsi-negativi o falsi-positivi, variano da test a test.

  • Quali sono i rischi?

Confronta i rischi di specifici test (ansia, dolore e possibile aborto spontaneo) con l’importanza delle informazioni che acquisirai.

La decisione è tua

I test di diagnosi prenatale possono fornire risultati che influenzeranno il corso dell’assistenza prenatale. È necessario, quindi, ricordare che alcuni test di screening necessitano di attente decisioni personali. Infine, la decisione di sottoporsi o meno a tali test spetta solo a te.

Discuti dei rischi e dei benefici con il tuo ginecologo di fiducia e prenditi tutto il tempo necessario per valutare le diverse opzioni e prendere la migliore decisione per te e il tuo bambino.

“Ricorda – conclude la Dott.ssa Dell’Avanzo – che il counseling prenatale è un passaggio fondamentale per prepararsi nel migliore dei modi all’evento della nascita”

 

La gravidanza extrauterina: cause, diagnosi e terapia

Che cos’è la gravidanza extrauterina?

La gravidanza extrauterina è una localizzazione ectopica, quindi erronea, della gravidanza che non si annida in utero ma altrove e nel 98% dei casi si annida in una tuba. Ne parliamo con il dottor Stefano Acerboni, medico dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas San Pio X.

Come si effettua la diagnosi?

“Ogni alterazione anatomica della tuba – spiega il dottore – cioè ogni fattore che non permette al prodotto del concepimento di annidarsi correttamente nell’utero, può facilitare il formarsi della gravidanza extrauterina”. La gravidanza extrauterina si verifica in circa l’1% di tutte le gravidanze e diagnosticarla non è semplicissimo. Ci si basa sui sintomi riferiti dalla paziente, che possono essere anche gravi sintomi di shock nel caso di rottura della tuba, o sul dosaggio delle HCG e sull’ecografia transvaginale.

Quali sono le terapie?

“Ci si può avvalere – continua il medico – della terapia medica e di quella chirurgica, che è quasi sempre laparoscopica e che nella maggior parte dei casi deve asportare la tuba coinvolta”. Una quota non indifferente di gravidanze extrauterine va incontro a risoluzione spontanea con il verificarsi di un aborto tubarico nelle primissime fasi della gravidanza e dunque non si rende necessaria alcuna terapia.

Il medico risponde

Tutti gli approfondimento del dottor Stefano Acerboni all’interno del video.
 

Melanoma, l’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce

I nei (o nevi) sono i tumori benigni del melanocita, la cellula che produce il pigmento della pelle. Il melanoma è invece il tumore maligno del melanocita. Come spiega il dottor Carlo Guidarelli, dermatologo dell’Unità Operativa di Medicina Generale di Humanitas San Pio X, l’incremento di questo tumore nel mondo è costante: ormai si parla di circa 13 casi ogni 100.000 persone in Italia. “L’innesco alla degenerazione tumorale – spiega il dottor Guidarelli –  è determinato dalla mutazione del DNA di alcuni geni che sono deputati alla soppressione di oncogeni o che regolano la moltiplicazione cellulare: di solito sono necessarie mutazioni in più tipi di geni perché una cellula possa diventare cancro e proliferare anarchicamente e indiscriminatamente”.

L’esordio della malattia

I geni modificati nelle cellule del melanoma non sono poi ereditati dai discendenti, a meno che non ci si trovi di fronte a familiarità per il melanoma, dove molti consanguinei sono coinvolti per genetica di base difettosa e trasmessa quindi di generazione in generazione. Il melanoma infatti insorge spesso improvvisamente e spontaneamente, come nuovo neo già degenerato e solo un 20-30% dei casi di melanoma derivano invece da nevi preesistenti.

Le cause dell’insorgenza

Vi sono fenomeni di inquinamento e tossicità ambientale che innescano questo processo. “I raggi ultravioletti (UV) del sole e dei lettini abbronzanti sono chiaramente una delle maggiori cause del melanoma. I raggi UV possono danneggiare il DNA delle cellule e se colpiscono geni deputati al controllo della proliferazione cellulare possono scatenare il cancro. Alcuni melanomi però compaiono in zone non esposte alla luce del sole, ma questi melanomi presentano modificazioni geniche diverse rispetto ai precedenti”, commenta il medico.

I segnali per scoprire se si è a rischio melanoma

Prevedere il vero rischio di avere un melanoma non è facile, in quanto bisogna considerare diversi parametri e farne un’analisi attenta e ponderata che solo il medico può effettuare. A grandi linee si ritiene che il soggetto sia più a rischio di melanoma se ha almeno cinque dei seguenti caratteri:
  • La congiunzione di pelle chiara, capelli chiari e soprattutto occhi blu.
  • Uso e abuso maniacale di lettini abbronzanti: si pensa che il loro utilizzo in giovane età possa aumentare del 75% il rischio di melanoma.
  • Scottature gravi al sole che possono raddoppiare la possibilità di melanoma.
  • Storia familiare di melanoma ove più membri della famiglia a discendenza diretta sono coinvolti.
  • Elevato numero di nei: avere più di 50 “veri” nei (non angiomi, fibromi, cheratosi) aumenta il rischio.
  • Pregresso melanoma.
  • Abbassamento delle difese immunitarie.
  • Precedenti di altri cancri cutanei-non melanoma.
  • Età: il melanoma è più frequente nei maschi sopra i 50 anni, anche se nei giovani risulta essere il più comune tipo di tumore maligno.
“È di fondamentale importanza dunque – raccomanda il dottor Guidarelli – che la popolazione controlli la propria pelle sia sottoponendosi a screening periodici, sia con un autoesame casalingo alla ricerca di nuovi nei o di nei che si modificano”. 

Valutare i nei: la regola dell’A B C D E

Per aiutarci nella valutazione di un neo sospetto possiamo seguire la regola dell’A B C D E:
  1. Asimmetria della forma del neo.
  2. Bordi non regolari, frastagliati, con propaggini.
  3. Colore scuro, nero piceo o diversità di colori, sia in una zona di un neo che nella totalità del neo.
  4. Dimensione del neo eccedente i 6 millimetri.
  5. Evoluzione, nel senso che un melanoma “cresce”.
Al minimo sospetto occorre consultare il dermatologo per una conferma clinica.

Gli esami per la diagnosi

Sono disponibili oggi particolari strumentazioni ottiche, anche digitali assistite dal computer, per una corretta valutazione del neo: si tratta del dermoscopio, uno speciale apparecchio microscopico a epiluminescenza, in grado di effettuare una specie di ecografia della lesione per un più sicuro orientamento diagnostico. Le lesioni verranno anche fotografate per una “mappatura” della pelle nella sua interezza e memorizzate nel computer per una loro valutazione e confronto a distanza di tempo. Il nevo sospetto verrà quindi asportato chirurgicamente e sottoposto a un esame istologico che chiarirà in modo certo e definitivo la vera natura della lesione. “L’asportazione precoce è la terapia elettiva del melanoma ed è spesso risolutiva”, conclude il dottor Guidarelli.

Prevenzione femminile: visite gratuite in Humanitas San Pio X

Humanitas San Pio X aderisce anche quest’anno al programma Bollini Rosa che Onda, l’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna, conferisce agli Ospedali Italiani “vicini alle donne” che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili. Nell’ambito di questo progetto, Onda dedica la settimana dal 22 al 28 aprile alle donne, offrendo loro gratuitamente servizi clinici, diagnostici e informativi. Presso la nostra Struttura, sarà possibile effettuare visite ginecologiche e senologiche per donne in età fertile con i nostri Specialisti nei seguenti giorni e orari:

Visita ginecologica

Nei giorni 19 – 22 – 26 – 29 aprile 2016 Dalle 09:15 alle 12:15.

Visita senologica

Nei giorni 18 – 20 – 27 – 29 aprile 2016 Il 18 aprile dalle 09:00 alle 12:00; nelle altre date dalle 14:30 alle 17:30.   È richiesta prenotazione obbligatoria chiamando al numero 02/69517000 dalle 08.30 alle 17.00 fino ad esaurimento disponibilità.

Tumore al pancreas, oggi la giornata mondiale

Il tumore al pancreas si forma quando le cellule del pancreas si moltiplicano in modo anomalo.

Che cos’è il pancreas?

Il pancreas è una ghiandola, lunga 15 cm, situata in profondità nell’addome che ha il compito di produrre diversi ormoni che regolano i processi di assorbimento e utilizzo del cibo, tra i quali l’insulina che regola, a sua volta, il metabolismo degli zuccheri nel sangue. Il pancreas produce anche i succhi pancreatici necessari a decomporre il cibo che ingeriamo.

Le cause del tumore al pancreas

Il tumore al pancreas si forma quando le cellule pancreatiche subiscono un’alterazione genetica. Queste alterazioni portano le cellule a moltiplicarsi in modo incontrollato, senza mai morire. Vi sono diversi tipi di tumore al pancreas; il più comune è l’adenocarcinoma, un tumore che origina nei dotti che trasportano gli enzimi digestivi, cresce, si diffonde rapidamente ed è di difficile diagnosi allo stato iniziale. È difficile risalire alle cause che generano il tumore. Alcuni dei fattori di rischio evidenziati dalle ricerche sono:
  • Età: quella più a rischio è dopo i 60 anni
  • Sovrappeso, obesità e scarsa attività fisica
  • Pancreatite: infiammazioni croniche del pancreas
  • Diabete
  • Fumo: è ritenuto il principale fattore di rischio. Il rischio di ammalarsi di un fumatore è 2-3 volte superiore a quello di un non fumatore.
  • Presenza in famiglia di casi di tumore al pancreas
  • Presenza in famiglia di malattie genetiche: mutazione del gene BRCA2 (responsabile di alcune forme di tumore alla mammellla), sindrome di Peutz-Jeghers, la sindrome di Lynch, il melanoma-nevo multiplo atipico familiare.

Quali sono i sintomi?

Segnali e sintomi del tumore al pancreas non insorgono durante la fase iniziale della malattia, ma è consigliabile rivolgersi ad un medico in presenza di:
  • Ittero: colorito giallo della cute e delle sclere che compare quando la bilirubina si accumula nel sangue. La bilirubina è una sostanza prodotta dal fegato che fluisce normalmente dalle vie biliari all’intestino passando attraverso il pancreas; se il passaggio è bloccato da un aumento delle dimensioni del pancreas, la bilirubina si riversa direttamente nel sangue causando l’ittero che solitamente si accompagna ad un colore scuro delle urine e ad un colorito chiaro delle feci.
  • Dolore addominale: quando la massa tumorale aumenta potrebbe comprimere i nervi dell’addome, causando dolore, anche severo.
  • Mancanza di appetito, perdita di peso e nausea: sintomi che compaiono quando il tumore comprime e irrita lo stomaco
  • Comparsa del diabete: soprattutto quando non vi è familiarità.

Come si diagnostica il tumore al pancreas?

Di fronte a sintomi sospetti, una diagnosi accurata è necessaria. Si può ricorrere ai seguenti esami diagnostici:
  • Ecotomografia: è la spesso la prima indagine di imaging addominale quando il paziente accusa sintomi anche se non specifici.
  • Tomografia computerizzata (TAC): la TAC con mezzo di contrasto iodato rappresenta l’indagine più efficace per la diagnosi e la stadiazione del tumore al pancreas. È una tecnica radiografica che fotografa le parti interne del corpo attraverso l’uso di un computer che permette al chirurgo di disporre delle informazioni anatomiche necessarie per la programmazione dell’intervento, se possibile.
  • Risonanza magnetica (RM) e Colangio-risonanza: le onde magnetiche rilevano le immagini degli organi interni del corpo. La Risonanza magnetica permette di specificare la natura di una lesione al pancreas.
  • Ecoendoscopia (EUS): attraverso un endoscopio (gastro-duodenoscopio), una piccolissima sonda a ultrasuoni viene introdotta nello stomaco e nel duodeno, organi molto vicini al pancreas. In questo modo è possibile ottenere immagini dettagliate dell’organo ed eventualmente prelevare del tessuto con successivo allestimento di preparati citologici o inclusi microistologici. Questa indagine permette di differenziare il tumore del pancreas dalla pancreatite cronica o per caratterizzare le cisti pancreatiche, che spesso sono di natura precancerosa.
  • ERCP e PTBD: La ERCP (Colangio-pancreatografia endoscopica retrograda) sfrutta l’iniezione di mezzo di contrasto nel coledoco o nel dotto pancreatico attraverso un endoscopio (come nel caso precedente). Attraverso questa metodica possono essere inseriti stent o particolari drenaggi utili a far defluire meglio la bile attraverso l’ostacolo. Quando ciò non è possibile, si può ricorrere anche alla Colangiografia percutanea transepatica (PTC). Si tratta di una tecnica di Radiologia Interventistica che consente di opacizzare le vie biliari ostruite attraverso un ago molto sottile inserito nel fegato attraverso la cute e quindi di realizzare un Drenaggio biliare percutaneo transepatico (PTBD) tramite la stessa via, sempre allo scopo di permettere alla bile di superare l’ostruzione che in alcuni casi il tumore del pancreas potrebbe comportare.
  • Tomografia ad Emissione di Positroni (PET): è una metodica di medicina nucleare; glucosio radioattivo viene iniettato nelle vene e, attraverso un computer vengono elaborati i segnali provenienti da una macchina che rileva la distribuzione delle cellule che emettono positroni in risposta alla presenza del glucosio radioattivo. Questa tecnica permette di evidenziare le cellule tumorali che reagiscono al glucosio più delle altre.

Gli stadi del tumore pancreatico

Il tumore al pancreas ha diversi stadi:
  • stadio 1: il tumore è confinato al pancreas
  • stadio 2: il tumore intacca i tessuti e gli organi vicini e potrebbe diffondersi ai linfonodi
  • stadio 3: il tumore si è diffuso ai maggiori vasi sanguigni intorno al pancreas e potrebbe intaccare i linfonodi
  • stadio 4: il tumore si è diffuso al fegato e ai polmoni o alla cavità addominale.

Come si cura il tumore al pancreas?

Il tumore al pancreas rappresenta uno dei tumori più difficili da trattare. Le cure più adeguate dipendono dalla sede e dall’estensione del tumore, dall’età e dallo stato di salute generale del paziente. Di seguito le diverse alternative per il trattamento del tumore pancreatico.

Chirurgia

Il primo approccio è sempre chirurgico. È l’opzione terapeutica più efficace nel caso in cui sia possibile asportare il tumore, ovvero quando questo non è esteso ai principali vasi sanguigni né diffuso ai polmoni, alla cavità addominale o al fegato. Tuttavia, la resezione pancreatica è tuttora una delle operazioni più difficili e impegnative sia per il chirurgo che per il paziente Gli interventi di chirurgia pancreatica comprendono:
  • Duodenocefalopancreasectomia
È l’intervento più comune per il tumore del pancreas; consiste nell’asportazione della “testa” del pancreas (la porzione di pancreas situata accanto al duodeno, il primo tratto dell’intestino tenue). Durante l’operazione, il chirurgo asporta il duodeno, la cistifellea, la parte terminale del dotto biliare comune e, a volte, una porzione di stomaco. La porzione rimanente di pancreas, lo stomaco e il dotto biliare vengono poi anastomizzati ad un tratto dell’intestino tenue. Lo stravaso di succo pancreatico è una delle possibili complicanze dell’intervento. Tra le altre complicanze: perdita di peso e comparsa del diabete.
  • Pancreasectomia sinistra
L’intervento consente di asportare la parte del corpo e coda del pancreas, spesso insieme alla milza. Viene effettuato frequentemente per neoplasie cistiche ed endocrine. Questo intervento chirurgico sul pancreas si avvale della tecnica-mininvasiva.
  • Pancreatectomia centrale
È un intervento ad alta specializzazione che consiste nell’asportazione della porzione centrale o corpo del pancreas, conservandone la testa e la coda. La procedura viene impiegata per tumori benigni a uno stadio iniziale che interessano il collo del pancreas, un’area difficile da trattare senza asportare una lunga porzione della ghiandola. Riduce il rischio di diabete e di gravi disturbi digestivi.
  • Pancreatectomia totale
Consiste nell’asportazione di tutto il pancreas insieme alla cistifellea, una porzione di stomaco e di intestino tenue, il dotto biliare, la milza e i linfonodi regionali. Questo intervento si esegue in presenza di tumori multifocali o comunque diffusi a tutto l’organo. In caso di tumori benigni di piccole dimensioni viene risparmiato il tessuto pancreatico sano circostante tramite la semplice enucleazione del nodulo tumorale.
  • Chirurgia mini-invasiva
È possibile eseguire l’intervento tramite una procedura laparoscopica mini-invasiva. Questa tecnica richiede grandi abilità poiché l’intervento viene eseguito attraverso alcune piccole incisioni.

Radioterapia

In caso di malattia già avanzata, i pazienti vengono candidati a trattamento radiante più o meno concomitante a chemioterapia. Obiettivo della radioterapia è quello di ridurre il più possibile l’estensione locale della malattia anche a scopo sintomatico in caso di disturbi correlati al coinvolgimento e all’infiltrazione degli organi vicini.

Chemioterapia

Viene utilizzata per il trattamento del tumore del pancreas in diverse fasi della malattia. La gemcitabina rappresenta il farmaco cardine nel trattamento di questi tumori e può essere somministrata da sola o in associazione ad altri farmaci. Nelle forme non trattabili chirurgicamente, ma senza metastasi in altri organi, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre le dimensioni del tumore così da renderlo operabile. Può essere indicata anche per le forme operabili come trattamento pre-operatorio per eliminare le cellule tumorali che potrebbero essersi diffuse al di fuori del pancreas. In seguito all’intervento chirurgico, la chemioterapia viene impiegata allo scopo di ridurre il rischio di una recidiva della malattia, talvolta in associazione alla radioterapia. In fase avanzata e in presenza di metastasi in altri organi, viene somministrata per rallentare l’evoluzione della malattia. In collaborazione con il Prof. Jaques Lucien Mégevand, Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale di Humanitas San Pio X.

Tumore della prostata, due sintomi da non sottovalutare

Non sottoporsi a controlli regolari o non discutere con il proprio medico riguardo ai problemi di salute è rischioso. Mentre alcuni sintomi, infatti, possono essere spia di problemi poco gravi che richiedono minimi interventi, in altri casi possono essere segnale di problemi più seri, come tumori. Sottovalutarli senza confrontarsi con un medico significa perdere l’opportunità di diagnosticare il tumore e trattarlo precocemente. Vediamo insieme al Dott. Roberto Musci dell’Unità Operativa di Urologia di Humanitas San Pio X quali sono i sintomi da non sottovalutare e come procedere. I medici identificano i tumori più frequenti negli uomini (prostata, testicoli, vescica e reni) in modo differente. Nel caso di tumore della prostata, solitamente non compaiono sintomi e viene diagnosticato attraverso l’analisi dei valori del PSA, un esame del sangue che individua i livelli di glicoproteina prodotta dalla prostata. Tuttavia, anche solo per escludere la presenza di problemi più gravi, è il caso di contattare il medico in presenza di questi due sintomi:

Dolore ai testicoli

Il tumore ai testicoli, o tumore testicolare, colpisce principalmente uomini di età compresa tra i 15 e i 35 anni, ma può svilupparsi anche nei bambini o negli uomini più adulti. I segnali più comuni sono:
  • dolore
  • gonfiore
  • durezza
  • presenza di un nodulo nel testicolo
In presenza di questi disturbi o di cambiamenti in entrambi i testicoli, rivolgiti al tuo medico per una valutazione professionale.

Sangue nelle urine

Il sangue nelle urine è spesso associato ad altre condizioni non cancerogene. Tuttavia, può essere anche segnale di un cancro alla vescica o ai reni. “Il sangue nelle urine – spiega il Dott. Roberto Musci – è un sintomo spesso sottostimato, liquidato come “cistite” e trattato con antibiotici. In presenza di questa condizione, si consiglia di eseguire un’ecografia di routine dell’apparato urinario e la ricerca di cellule tumorali nelle urine. In caso di risultato dubbio o sospetto, si deve procedere con una tac all’addome con mezzo di contrasto e ad una cistoscopia di controllo”.

Cosa fare in presenza di questi sintomi?

Se entrambi i sintomi si manifestano, rivolgiti al tuo medico per una valutazione iniziale e consigli aggiuntivi. Il medico potrebbe suggerirti di rivolgersi ad un urologo per un’ulteriore valutazione. In particolare:
  • se vi sono cambiamenti nei testicoli, l’ecografia è il primo step. In base ai risultati il medico potrebbe richiedere test aggiuntivi.
  • in caso di sangue nelle urine, i tipici test da eseguire sono un’urinocoltura, un esame citologico (test che analizza il contenuto delle urine), una Uro-TAC (analisi morfologica e funzionale delle vie urinarie) e una cistoscopia (esame che permette di visualizzare l’interno dell’uretra e della vescica).

Un semplice esame del sangue per la diagnosi del tumore della prostata

Come detto in precedenza, il tumore della prostata, il tipo di cancro più comune negli uomini, in molti casi è asintomatico. Tuttavia, viene diagnosticato spesso tramite il test dell’antigene prostatico specifico (PSA). Si tratta di un semplice esame del sangue che determina i livelli di PSA, una proteina prodotta dalla ghiandola prostatica, un marcatore utile per individuare il tumore alla prostata ed un indicatore dell’ipertrofia prostatica benigna. “Da solo – aggiunge il Dott. Musci – il PSA non è un esame affidabile per la diagnosi della neoplasia prostatica poiché spesso il risultato è aumentato a causa di infiammazioni prostatiche locali”. È consigliabile fare il primo PSA a partire dai 50 anni e il risultato determinerà quanto spesso l’esame dovrà essere ripetuto nel tempo. Se il livello del PSA è pari o inferiore alla media, l’esame andrà ripetuto ogni cinque anni. Se il livello di PSA è sopra alla media, si raccomanda di ripeterlo ogni uno/due. Se esiste una familiarità per neoplasia prostatica (fratelli, padre, zii o nonni positivi alla patologia), allora l’esame dovrà essere effettuato annualmente a partire dai 45 anni. “Occorre ricordare – afferma il Dott. Musci – che esistono neoplasie prostatiche a basso PSA. È bene, dunque, associare l’esame ad una visita urologica ed ulteriori esami di approfondimento (biopsia prostatica eco guidata o tramite risonanza multi parametrica). Se il valore del PSA è decisamente basso, è difficile che la prostata sia molto ingrossata; d’altro canto, se il valore controllato nel tempo tende ad aumentare, oltre a escludere il rischio di tumore può essere opportuno valutare l’eventuale presenza di iperplasia in sviluppo”. Se fatto nei tempi e nei modi indicati dall’urologo, il controllo del PSA è tuttavia un buon metodo per capire che cosa stia accadendo alla ghiandola prostatica. Gli uomini più giovani, invece, dovrebbero controllare mensilmente eventuali cambiamenti dei testicoli o presenza di noduli che potrebbero svilupparsi. “Sicuramente – conclude il Dott. Musci – l’autopalpazione nel maschio è importantissima. L’aumento del diametro di un testicolo, della sua consistenza ed eventualmente la presenza di dolore, devono indirizzare il paziente dall’urologo che valuterà la necessità di far eseguire un’ecografia-eco color doppler testicolare ed esami ematochimici particolari (markers)”. È importantissimo non sottovalutare un cambiamento anatomico nel volume dei testicoli; il rischio è quello di ritardare la diagnosi di neoplasie testicolari.